venerdì 22 maggio 2015
Il Telegrafo del 9 maggio 1941
Gli esploratori varcato il confine hanno fatto conoscere l'anima dei figli di Siena
Dal camerata e collaboratore Dino Corsi ci giunge quasta corrispondenza in cui è scolpito l'indomito spirito di ardimento dei militi del 97.o Battaglione CC.NN. d'Assalto, nell'atto di varcare il confine per misurarsi col nemicoIn questo suo scritto il nostro Corsi narra l'episodio in cui trovò morte gloriosa il camerata Ettore Neri, che offrì generosamente il sangue a consacrazione del battesimo di guerra del Battaglione.
Nel trigesimo della morte di questa valorosa Camicia nera, ricorrente oggi 9 maggio, pubblichiamo lo scritto di Corsi, che contiene, malgrado il precipotoso corso dei vittoriosi avvenimenti, spunti di viva e palpitante attualità
dal fronte, aprile
La punta acciaiata del dardo audacemente legionario ha colpito il bersaglio: in pieno. Gli esploratori, quel manipolo di uomini votati all'ardimento e predestinati alla mortte hanno compiuto la loro prima missione guerriera e si son dimostrati degni della fiducia incondizionata che in essi riponevano i capi.
Tutto era calmo nel campo legionario quando l'ordine di formare la pattuglia giunse gradito quanto anelato da tempo.
In un attimo, il gruppo degli ardimentosi, disposti ad osare l'inosabile e ad affrontare il periglio, fu pronto; volontari fra volontari, gli arditi partirono con negli occhi la visione del mare amarissimo, con nel cuore la fede, con nell'animo la volontà di combattere.
Un autocarro, il vecchio amico autocarro di tutte le guerre e di tutti i fanti, caricò il peso sublime delle ardenti giovinezze lanciate dall'entusiasmo oltre ogni umano limite.
Eccheggiarono nelle vie del Carnaro le canzoni di guerra, e la pattuglia audace, al canto degli inni guerrieri, raggiunse il confine. Il cielo dell'eroica regione italiana, della martoriata regione, vibrava dello spasimo degli esploratori che, degni figli dei morti di ieri, si accingevano a rinnovare le gesta dei padri.
E l'anima grande di Siena guerriera aleggiava sulle teste dei figli, erette, cogli sguardi fissi verso la meta da raggiungere.
L'autista nostrano che guidava l'autocarro lasciò la sua macchina e si unì alla pattuglia dei prodi. Un ufficiale delle "Fiamme Gialle" gridò il suo "in bocca al lupo!". Pochi colpi della pinza tagliafili, e fu aperto il varco nel reticolato.
Carponi, i legionari strisciarono sul terreno avverso. Non li fermarono le scariche di fucileria, nè le raffiche della mitraglia. Avanti, avanti, sempre avanti, dentri stretti sulla lama del pugnale e mani serrate sulle bombe: avanti verso l'obbiettivo da raggiungere.
Il nemico, sorpreso dall'audacia del manipolo degli assaltatori, sgomentato dalla insistente aggressività di un nucleo di pochi, barcolla, non regge. Ed allora scattano gli arditi, volano le bombe, echeggiano gli "A noi!", si risolve vittoriosamente a nostro favore il primo episodio della tanto attesa guerra adriatica.
Il villaggio, obbiettivo dell'esplorazione, è in mani italiane. I morti nemici dicono l'aggressività legionaria. E, per la prima volta dopo cent'anni, un canto romano si leva sotto i cieli della Dalmazia.
Poi gli arditi rientrano. Fieri e contenti. Paghi di aver portato a termine la loro missione, orgogliosi per la sanguigna ferita inferta al loro corpo, quella gloriosa ferita che ha nome: Ettore Neri.
Ettore Neri, l' "esploratore", è il primo nostro caduto, è forse il primo caduto del nostro fronte. Povero grande Ettore! A te doveva essere riservato il destino di insegnarci a vivere la vita guerriera per bene imparare a morire; a te, nostro più che camerata ed amico, fratello, doveva incombere l'onore di offrire la giovinezza ardente per quell'Idea che ti sublimò ieri e ti glorifica oggi.
Scriviamo per te, Ettore, queste poche righe, oggi mentre crepita la mitraglia; pensiamo a te, Ettore, come il nostro eroe più bello; e promettiamo a te di vendicarti e di vincere.
Ti vendicheremo. Ti vendicheranno i tuoi "esploratori" e tuti i legionari senesi.
Sulla tua tomba che mani fraterne hanno oggi adornata di fiori, noi non spargeremo lacrime; su quella tomba, fatta dalle dure pietre del Carnaro, noi affiliamo i pugnali per la vendetta e la vittoria.
Dino Corsi
Il Telegrafo del 12 aprile 1941
L'ora del destino
Quota 367, aprileL'ora da tanto attesa è arrivata. E' l'ora del destino. Del destino dei legionari, che si riconosce in quello della Patria e si raffigura nella storia delle terre italiane prossime alla redenzione attesa da secoli. E' l'ora della battaglia, dell'ardimento e dell'audacia che precede la Vittoria. E' l'ora che la nostra generazione sognò per anni ed anni, è l'ora di una nuova "Vittorio Veneto", è infine l'ora grande della redenzione dalmata.
Sebenico, Spalato e tutte le altre italianissime cittadine e borgate che si specchiano nelle acque dell'amarissimo mare, attendono oggi l'ondata legionaria che le liberi dal giogo slavo, le renda alla grande Madre adriatica e permetta, infine, agli alati leoni, oggi imbrigliati nei lacci della schiavitù di spiccare nuovamente il volo serenissimo delle grande Repubblica Veneta.
E l'ondata, di uomini, armi e volontà ferree, sta per travolgere il nemico e rivendicare il passato. Ogni passato. Tra non molto sulla Dalmazia redenta, magari col sangue, garriranno al vento del trionfo le fiamme legionarie. Ed una nuova pagina di storia sarà scritta. Scritta, la pagina della nuova storia, dai figli di coloro che venticinque anni or sono combatterono ove noi ci accingiamo a combattere e vincero ove noi vinceremo.
Soltanto, nei confronti di allora, nei confronti di quella gloriosissima epoca, la Vittoria non avrà le ali tarpate; e si librerà sugli adriatici cieli, in tutte le coste e su tutte le isole che Roma, prima, e Venezia, dopo, segnarono col loro marchio di civiltà, a dire la rinnovata potenza dell'Italia legionaria.
In linea, in primissima linea, le Camicie nere son pronte al balzo che le condurrà oltre confine, nella regione dell'Italica amarezza, nella zona dell'adriatico martirio.
In attesa dello sbalzo degno degli "assaltatori", i militi, spensierati quanto forti, vivono le loro ore con gioia e tranquillità. In tutti i campi dell'unità legionaria l'allegria domina incondizionatamente. Allegria per la guerra che stiamo per combattere, allegria per le eroiche giornate alle quali andiamo incontro, allegria per il nostro eroico destino che alfine ha sentito suonare la sua ora.
Più qua o più là, facenti capoluogo dai colli e specchiantisi nelle azzurre acque dell'Adriatico, le armi, gli uomini ed i cuori fan buona guardia ed assaporano nell'aree il profumo della pugna vicina.
Negli attendamenti e negli accantonamenti, ricoveri di fortuna per le truppe di prima linea, si respira in un'atmosfera nostrana che fa pensar quasi di essere a casa.
Là, dove è la sede del Comando di Battaglione, è un lembo di Siena con tutte le sue Contrade. L'allegria ha qui il suo regno. Si mangia, si bevem quando c'è da bere, e si canta sempre. Si canta così a squarciagola, che, ormai, anche a Belgrado, devono aver inteso che
"Nella Piazza del Campo
ci nasce la verbena"
Lungo lo schieramento dei vari reparti è la stessa cosa. Vi siano senesi puro sangue o sangimignanesi, si tratti di gente di Torrenieri o di Abbadia, di Piano o di Cetona, ovunque sono i figli della terra di Siena, le zone risentono della maschia spensieratezza legionaria, ed ai fiori olezzanti della primavera del Carnaro si aggiungono quelli della più bella primavera italica.
L'adattamento alla vita del campo è stato facilissimo, anche perchè i militi, nella quasi totalità, hanno conosciuto nel passato, in Africa o in Spagna, vita dura quanto l'odierna.
Unica preoccupazione materiale è per tutti quella di migliorare il rancio, di per sè stesso già buono, acquistare, con mezzi....talvolta illeciti, pollame e conigli da cucinare negli improvvisati fornelli di marca prattamente militare e procurarsi di che bagnare l'ugola essiccata dal canto.
Naturalmente, e per tutti, non mancano i momenti di nostalgia e di commozione; una donna, un bambino che passano per la strada, una campana che suona, la visione di una casetta che ne richiama alla mente un'altra lontana, l'eco di una nostalgica canzone...danno talvolta un fremito, fan brillare lo sguardo.
Ma sono attimi, istanti passeggeri. Una scrollata di spalle, un sorriso e, poi, in caso, una delle nostre schiette, forti, spontanee risate: ed, a conclusione, "La guerra è bella!"
Tanto, tanto è bella guarra! E maggiormante questa nostra guerra che combatteremoai più sacri confini della Patria, per rendere all'Italia i figli irredenti, per poter infine gridare col Poeta della nostra Rinascita: "Dalmazia! Dalmazia! Fosti, sei e sarai di Roma!"
Si avvicina la S.Pasqua. Memori del più grande sacrificio e della Divina Resurrezione, i legionari si accingono ad evocare col loro sacrificio, che preluderà la Redenzione della Dalmazia, la festività cristiana.
Da queste colonne, gli "assaltatori" inviano ai loro cari l'augurio di ogni bene, e la promessa che sapranno esser degni di chi, in ansia, attende da loro la Vittoria.
Dino Corsi
Il Telegrafo del 11 aprile 1941
Ricordando le nostre donne
Zona X, marzoNon vi è nulla di più bello di una partenza tanto desiata, infinitamente sospirata ed infine realizzata in una bella serata di questa nostra guerriera primavera.
Ricordare qui, con disadorne parole, il momento del distacco dai nostri cari; rievocare le ore belle del bellissimo inizio dell'avventura più grande di nostra vita, sarebbe vano. Tutti coloro che scorrono queste righe, hanno vissuto quelle ore: e le hanno vissute da protagonisti. Legionari e popolo. Uomini e donne. Soldati e civili.
Ma le donne, le nostre donne particolarmente, più e meglio di tutti han sentita la grandezza del momento. Bravi, grandi, generose, le donne di nostra terra! Quelle donne che son madri e vedovi di Caduti; genitrici, spose, sorelle e fidanzate di combattenti, hanno, colla loro grazia, colla loro gentilezza, col sorriso amerevole delle loro labbra, rallegrato l'istante - sempre bello quanto triste - della partenza e dell'addio alle case e alle creature amate.
Ricordarle, ricordarle e ringraziarle tutte, non possiamo. Possiamo soltanto ripetere a loro, alle gentili esponenti del nostro ardimento, alle incitatrici dei legionari, le frasi che uno di noi disse partendo: possiamo soltanto ridire le parole dette da un "assaltatore" a quella, che per il suo passato patriottico, è detta la "squadrista": "Il garofano che ci avete donato unitamente al vostro abbraccio, l'ho chiuso in mezzo ad un'immagine sacra, dono della mamma ed alla fotografia di Dino Raus simbolo della mia fede, esempio per il mio domani; in esse, in quel fiore porpureo e, insieme al vostro ed al cuore di tutte le donne d'Italia, il simbolo della mia volontà. Di quella volontà che mi consentirà, e consentirà ai miei camerati, di tutto osare per la Vittoria immancabile".
Forse, nel commovente momento della partenza, le parole del legionario non furono precisamente quelle che abbiamo scritte. Comunque, l'animo di uno - espressione della massa - voleva e volle dir quello, anche se il discorso non fu troppo chiaro.
Resta però il fatto indiscutibile che, alla loro partenza, gli "assaltatori" sentirono pulsare il cuore e riconobbero il volto della Patria in quello delle donne che, predestinate al dolore, seppero e vollero più e meglio di tutti incitare i partenti al compimento del loro dovere.
E chiudiamo la prima parte di questa nostra affrettata corrispondenza coll'inviare alle donne nostre il saluto di tutti i componenti l'unità legionaria e col ripetere a loro - alle gentili creature - la riconoscenza di tutti i militi dalle nere fiamme per la manifestazione di affetto che esse, in uno slancio di patriottismo puro e di amore sincero, vollero prorompente a dire l'addio ai partenti.
Su e giù per monti e valli, i convogli dei carichi di fede e di ardimento hanno portato i legionari alle destinazione loro.
Canti guerrieri e canzoni nostrane, echeggianti per ore ed ore tra i colli e sui piani di tante belle contrade d'Italia; sventolar di fiamme ed ondeggiare di ardite nappe di neri copricapi al vento di vittoria che spira ovunque è la Patria; entusiasmo sulle tradotte e gioia e manifestazione di contento, che sta a dire la forza guerriera; questo, in sintesi, il nostro viaggio. Il viaggio che ha portato al luogo da mesi sospirato, il viaggio che si è concluso felicemente e con il tangibile resultato di aver aumentato nei cuori e negli animi la volontà di ardire.
Tratteggiare, sia pure in maniera succinta, gli episodi a cui il viaggio ha dato vita, sarebbe impossibile: dire del comportamento di questo o di quello, non è nelle e per le nostre forze. Diremo solo che il comportamento in genere è stato quello di sempre e che gli episodi son tornati a tutto onore di chi li aveva motivati.
Ragioni particolari, che il lettore - in virtù dell'odierno imperativo: "tacere" - ben comprenderà, co costringono a non dilungarci troppo in questo nostro primo scritto da una zona tanto lontana. Ed anche altre ragioni, di carattere puramente personale (scriviamo, stanchi quanto contenti, dopo tre giornate di utile lavoro, al lume di candela e seduti non su di una poltrona di velluto, rubando una delle poche ore al nostro riposo) fan si che la prima pagina di questo nostro terzo diario guerriero sia purtroppo breve.
L'unità nostrana è in linea; gli "assaltatori", memori dell'insegna che onora la loro fiamma son pronti a gridare l' "A noi!" di tutte le Vittorie. Fermi, al posto del dovere volontariamente impostisi, i legionari guardano lontano e verso le mete che raggiungeranno, verso la vittoria che si libra ad ali spiegati sui cieli dell'amarissimo mare; Vittoria che sarà nostra, sarà italiana, sarà un pò anche dei figli di una tanto a noi cara città.
Memori del giuramento prestato, stretti intorno alla "fiamma" che ricorda la terra, la casa, gli affetti lontani, gli "assaltatori" si accingono a tuto osare per il trionfo dell'Idea Fascista.
L'Italia, questa nostra Grande Madre, la Fede, questa passione dei nostri cuori, dicono a tutte le mamme e a tutte le innamorate - spose, fidanzate, amanti - che oggi noi, i legionari, i volontari dell'assalto e, se necessario, della morte, non siamo più loro: siamo figli della Patria, gli sposi dell'audacia, i fidanzati della battaglia, gli amanti della morte.
Ci perdonino le nostre donne e preghino Iddio per noi. Noi preghiamo l'Italia di farci, ad ogni costo, degni della sua grandezza.
Dino Corsi
LE CORRISPONDENZE DI DINO CORSI PER "IL TELEGRAFO" DAL FRONTE DEI BALCANI
Dino corsi dal 27 Marzo 1941 inizia con la corrispondenza dal fronte dei Balcani, la preziosa trascrizione di Francesco Manganelli ci permette di poter leggere le pagine giornaliere dei ragazzi e degli uomini senesi e non che si trovarono a combattere nel difficile fronte della Balcania.
Il Telegrafo del 27 marzo 1941
A non piegar l'insegna Siena insegna...
...e dice ai figli suoi in armi: Vincete! Vincete come vincesro i vostri padri, vincete come vinsero i vostri fratelli, vincete come voi stessi vinceste ieri e riaffermate ancora una volta la vostra Fede, che unita alla volontà di ardire e combattere, vi farà degni degli avi di tutte le epoche gloriose.
In piedi, i nero fiammti soldati dell'era novella, hanno giurato fede all'Idea, hanno giurato di vincere, si sono detti pronti a morire. stretti intorno ad una tricolore fiammeggiante fiamma di combattimento, gli "assaltatori" del 97.o han detta la parola che in sè è manifestazione di dedizione, di disciplina e di eloquente esaltazione dello spirito legionario: Giuro!
In quel giuramento non formale, gridato da mille voci di mille uomini coscienti di se stessi, del presente e del futuro, in quel spontaneo grido di assoluta dedizione al dovere, prorompente dai petti di chi è pronto a tutto dare e osare, è la viva forza degli "assaltatori" del 97.o.
Quel vecchio sempre ventenne 97.o - emanazione della "Fedelissima" Legione Senese - che oggi come ieri - coorte di entusiasmo e di ardire - anela il "via" che lo getti allo sbaraglio sulla via di quel mondo da conquistare e da redimere colla umana forza delle armi fasciste, è ancora una volta in piedi; forte nei ranghi per lo spirito dei componenti, più che forte di un Fede che è nel contempo dottrina ed incitamento, saprà dire di qual tempra sono i pugnali e come pulsano i cuori legionari.
.......
In caserma, in questa tediosa vita presidiaria, tanto necessaria quanto poco compresa da chi deve viverla, il 97.o si è riunito, amalgamato, istruito, perfezionato per la guerra.
Gran bella famiglia, quella dell'Unità Legionaria Senese! Gran bella famiglia! E, naturalmente, tutti maschi. Non i soliti maschi del "caffè del centro" o da "pubblico passeggio"; non gli omuncoli usi alle abitudini sedentarie di un tempo che fu; ma uomini, uomini veri, maschi nel più virile dei sensi e nella più veritiera delle espressioni.
Scernere tra i reparti i migliori, sarebbe impresa da Titani. Il 97.o (che noi, nostalgicamente, vorremmo ancora chiamare 'Valanga') è un perfetto amalgama di uomini, squadre, plotoni e compagnie. Tutti bravi, tutti belli e tutti brutti, come dice il comandante (che vuole gli uomini belli esteriormente e brutti - brutti nel senso di arditi - interiormente), il quale, pur non dicendolo mai, è come un padre dei figli diligenti, orgoglioso dei suoi legionari. E, il Comandante, scusi l'immodestia, può davvero esserne orgoglioso.
Tra i tanti figli di questa singolare quanto perfetta famiglia, prendiamo ed illustriamo per primi i componenti il "Plotone esploratori". Sono una "banda irregolare" : reduci tutti, dalle Guerre d'Africa o di Spagna, costituiscono la punta d'assalto di un battaglione di assaltatori. Abbiamo detto "banda irregolare", perchè loro, gli esploratori, come i vecchi "arditi" sono oggi le irregolarità nei confronti della vieta disciplina, come saranno domani i primi ad osare e a morire.
Il plotone esploratori, estremità appuntita del tagliente dardo legionario, sarà fra breve l'ardimento umanizzato e la volontà vivificata in chi, primo oggi a far cagnara, sarà domani primissimo a tutto dare per la Vittoria.
La prima compagnia del Battaglione, che ha nelle sue fila rudi rurali di Rapolano, Poggibonsi, Sinalunga e Torrita di Siena, è uno dei forti reparti che danno lustro all'unità legionaria.
Silente, la prima, opera da brava e fa onore all'ordine precedenza che le è stato sulle consorelle. Ragazzoni robusti, petti quadrati, muscoli solidi, fede entusiasmo e volontà; reparto di umili lavoratori, che saranno domani gli artefici più validi della nostra Vittoria.
La seconda è...la seconda..."Bella forza!" diceva giorni fa uno della prima, "con quel comandante!". Noi, qui, non vogliamo parlare del Comandante (e meriterebbe tanto di parlare di lui), ma dei militi. Sono, le Camicie nere della seconda, ("Seconda a chi?", par di sentirsi chiedere da un certo Centurione), parte di Torrenieri e parte di Piancastagnaio, più tre del Vivo, ragazzi diversi nel temperamento, ma comunque tutti uguali nella e per la dura disciplina guerriera. Quelli di Piano, naturalmente, sono un pò diciamo così...pianesi: irrequieti, esuberanti...
Ma il Comandante di compagnia (benedetto questo grand'uomo) li ha imbrigliati e, con polso ferreo, li tiene oggi in mano, in attesa di lanciarli domani sui sentieri della guerra. E la seconda compagnia, Torrenieri, Piano, il Vivo, è...la seconda...e solo la seconda.
Logicamente dopo la seconda viene la terza. Che roba!...Sono in primo piano quelli di Abbadia San Salvatore: è tutto detto! Cari, bravi, generosi e...sono "badenghi". Sono i figli della nostra montagna, sono volontari di tutte le guerre, sono gli arditi delle miniere, sono gli eroi del lavoro, come lo furono, eroi, della guerra di ieri e lo saranno domani.
Gli ascianesi, sempre della terza, affiancati ai camerati della montagna, portano nella bella compagnia l'impronta di una zona nostrana tra le più laboriose e la più fascisticamente a posto.
E nella "terza", poi, vi sono - fiaccole ardenti di entusiasmo - i "tre moschettieri". Tre senesissime "sagome", tre "tipi": uno dal petto azzurrato, l'altro, vecchio legionario, oberato dall'intemperanza, e l'ultimo, infine, secco come un merlo, che attende il fuoco per riscaldar gli ossi della sua persona.
Ultima, in ordine di citazione, prima in ordine di merito (...apriteci le porte che passano i mitraglier...) viene la quadrata, la ferrea, la...(basta con gli aggettivi e collo spirito di corpo) compagnia mitraglieri. Ragazzi - magari di trent'anni e più - quadrati, svegli, energici e, modestia a parte, belli, belli, si: proprio belli, i mitraglieri! Belli di quella bellezza quasi bestiale - faccie nere e rudi - che fa intravedere la Guerra e fa dire alle donne: "Quelli cono uomini".
E sono, i mitraglieri, la colonna del Battaglione, gli "assaltatori" che, uniti ai camerati delle altre compagnie, protesi in una gara di ardimento, scriveranno, se necessario col sangue, pagine di eroismo.
E gli "assaltatori", la "prima", la "seconda" e la "terza" - fiamme dello stesso ardimento - appoggiati dal fuoco delle "Breda", voleranno all'assalto per realizzare l'odierno, il nostro, il mussoliniano imperativo: Vincere!
.......
Il Battaglione, succintamente tratteggiato nelle righe che precedono, ha avuto l'onore di mostrarsi al popolo di cui è pura emanazione.
La "Milizia" ha dimostrato in una radiosa primaverile mattinata, quella che è la "Guardia armata della Rivoluzione". Pronta, la "Guardia", a ben operare sui fronti della Guerra, come ha figurato - in Siena e per Siena - in una manifestazione di disciplina, preludio alle più belle manifestazioni guerriere.
Siena, attraverso le donne fasciste, prendendo ad araldo la femminile gentilezza delle più gentili creature di nostra terra, ha offerto agli "assaltatori" del 97.o la fiamma di combattimento.
Se la fiamma che arde, che divampa, che strazia e vivifica nel petto il cuore dei legionari potesse manifestarsi in una forma tangibile, il cielo di Siena sarebbe oggi colorato da un vermiglio bagliore, che ai luminosi meriggi della Primavera guerriera, aggiungerebbe l'alba radiosa di una prorompente, combattiva Estate.
Ma gli "assaltatori" hanno avuta la fiamma di combattimento. Ed oggi è questa la sola fiamma che per essi arde e simboleggia la Vittoria.
Sulla fiamma, dono di madri, spose, fidanzate e sorelle, sta scritto:A non piegar l'insegna
Siena insegna
E c'è, sull'alto dell'asta, uno straccio rosso, un serico straccio rosso, un brano di quella bandiera che gli esuli senesi, gli ultimi difensori della Repubblica, portarono in Montalcino a sventolare sulla Rocca per dire al mondo di allora cosa e come fanno i figli di Siena.
Ed i figli della vecchia ghibellina Repubblica, forti del retaggio di gloria che a loro viene dal serico lembo di un giuramento, inquadrati sotto le insegne del Littorio, memori della romana origine della loro Città, ripetono, come giuramento, il verso che a caratteri d'oro orna la "Fiamma" del Battaglione:A non piegar l'insegna
Siena insegna
E oseranno i Legionari, e moriranno, ma, vivi, l'insegna non si piegherà.
Dino Corsi
martedì 12 maggio 2015
giovedì 14 febbraio 2013
RICAPITOLANDO..................
Le corrispondenze di Dino Corsi
Le corrispondenze di Dino Corsi
Le corrispondenze di Dino Corsi
Le corrispondenze di Dino Corsi
http://www.97legione.siena.it/index.html
il grande aiuto e la pazienza dell'amico Francesco Manganelli ha permesso la trascrizione di queste corrispondenze.....
Le corrispondenze di Dino Corsi dall'Africa Orientale: 1935 - 1936
- Il Telegrafo del 24 maggio 1935: "Giornate di attesa nell'accampamento di Quaglieri"
- Il Telegrafo del 12 luglio 1935, "Ultime ore di attesa in vista dell'imbarco"
- Il Telegrafo del 30 agosto 1935, "Navigando verso sud"
- Il Telegrafo del 11 settembre 1935, "Da Port Said a Massaua con i volontari senesi"
- Il Telegrafo del 25 settembre 1935, "Con i volontari senesi attraverso l'altipiano eritreo"
- Il Telegrafo del 16 ottobre 1935, "Ad oltre i 2000 m. tra la primavera eterna dell'altipiano eritreo" ( I parte)
- Il Telegrafo del 17 ottobre 1935, "Ad oltre i 2000 m. tra la primavera eterna dell'altipiano eritreo" ( II parte)
- Il Telegrafo del 20 ottobre 1935, "Con i volontari senesi in marcia verso Adua"
- Il Telegrafo del 8 novembre 1935, "Con i volontari senesi attraverso il Tigrai"
- Il Telegrafo del 14 novembre 1935: "Incontro con i camerati dei battaglioni Diamanti"
- Il Telegrafo del 22 novembre 1935, "Laboriose giornate di sosta tra Adua e Macallè"
- Il Telegrafo del 13 dicembre 1935, "Noi e gli indigeni del Tigrai"
- Il Telegrafo del 21 dicembre 1935, "Ripresa dell'avanzata al comando di S.A.R. il Duca di Pistoia"
- Il Telegrafo del 29 dicembre 1935, "Preludio natalizio sotto il cielo dei Tropici"
- Il Telegrafo del 4 gennaio 1936, "Il cimitero di Macallè"
- Il Telegrafo del 5 gennaio 1936, "Ore liete in attesa del combattimento"
- Il Telegrafo del 14 gennaio 1936, "Il primo Natale di guerra dei legionari"
- Il Telegrafo del 22 gennaio 1936, "Capodanno in armi"
- Il Telegrafo del 29 gennaio 1936, "Il pezzo "Rino Daus" ha cantato la sua canzone di guerra"
- Il Telegrafo del 30 gennaio 1936, "Lettera di un camerata che torna in Patria"
- Il Telegrafo del 5 febbraio 1936, "Scappata fuori ordinanza a Macallè"
- Il Telegrafo del 13 febbraio 1936, "La Divisione "Implacabile" alla prova del fuoco"
- Il Telegrafo del 14 febbraio 1936, "Riposo dopo la battaglia"
- Il Telegrafo del 20 febbraio 1936, "Gli abissini visti ad occhio nudo"
- Il Telegrafo del 29 febbraio 1936, "Amba Aradam fiaccola di eroismo"
- Il Telegrafo del 5 marzo 1936, "Italiani, abissini...ed europei"
- Il Telegrafo del 25 marzo 1936, "Dall'Amba infuocata alle sponde del Ghevà"
- Il Telegrafo del 8 aprile 1936, "Verso il Tembien con le legioni della Divisione 'Implacabile' "
- Il Telegrafo del 12 aprile 1936, "Resurrezione di un'anima"
- Il Telegrafo del 16 aprile 1936, "La...scassatura di Ras Cassa"
- Il Telegrafo del 21 aprile 1936, "E qualche volta passiamo anche per la strada..."
- Il Telegrafo del 1 maggio 1936, "Serata cinematografica sotto il bel cielo d'Africa"
- Il Telegrafo del 6 maggio 1936, "Sosta nel cuore della regione del Lasta"
- Il Telegrafo del 20 maggio 1936, "Dal Belesa al trionfo finale"
- Il Telegrafo del 28 giugno 1936, "Riposo a Macallè ed incontro con il vecchio amico Ailù Michael"
- Il Telegrafo del 12 luglio 1936, "Campane dell'Asmara"
- Il Telegrafo del 25 luglio 1936, "Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda" (I parte)
- Il Telegrafo del 26 luglio 1936, "Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda" (II parte)
- Il Telegrafo del 31 luglio 1936, "Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda" (III parte)
- Il Telegrafo del 1 agosto 1936, "Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda" (IV parte)
- Il Telegrafo del 2 agosto 1936, "Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda" (V parte)
- Il Telegrafo del 19 settembre 1936, "Pattuglia notturna all'abbeverata dei leopardi"
- Il Telegrafo del 24 settembre 1936, "Con le Camicie Nere del "Gruppo Diamanti"
- Il Telegrafo del 18 ottobre 1936, "La festa di Mascal"
- Il Telegrafo del 5 novembre 1936, "La consacrazione del cimitero di Uoldia"
- Il Telegrafo del 5 dicembre 1936, "Un posto vuoto in tenda"
- Il Telegrafo del 13 dicembre 1936, "Faccetta Nera ad occhio nudo"
Le corrispondenze di Dino Corsi
Africa Orientale: 1937 - 1939
- Il Telegrafo del 24 ottobre 1937, "Dal verde dei Colli Senesi all'azzurro del Mare Nostro"
- Il Telegrafo del 3 novembre 1937, "Dal Mare Nostro a Gondar Italiana"
- La Rivoluzione Fascista del 21 novembre 1937, "Nel I anniversario della scomparsa di Vittorio Leoncini. Un fortino in terra Imperiale intitolato al nome del glorioso caduto"
- Il Telegrafo del 3 dicembre 1937, "L'inaugurazione del fortino dedicato alla memoria di Vittorio Leoncini"
- Il Telegrafo del 23 dicembre 1937, "Vita delle Camicie Nere senesi"
- Il Telegrafo del 13 maggio 1938, "La Pasqua dei legionari a "Siena d'Etiopia"
- Il Telegrafo del 16 luglio 1938, "Volonta' disciplina e sacrificio dei legionari della "Valanga"
- Il Telegrafo del 17 luglio 1938, "Ricordo nostalgico della propria citta' sotto lo stellato cielo d'Africa"
- Il Telegrafo del 29 luglio 1938, "Dal Goggiam alla Piazza del Campo"
- Il Telegrafo del 31 luglio 1938, "Dal Goggiam alla Piazza del Campo" (II)
- Il Telegrafo del 9 settembre 1938, "Mentre volge al termine il compito della 'Valanga' "
- Il Telegrafo del 6 novembre 1938, "Coi legionari senesi nell'Impero"
- Il Telegrafo del 2 febbraio 1939, "Sedici mesi d'Africa... "
- Il Telegrafo del 18 febbraio 1939, "Alle valorose Camicie Nere del 97.o"
- Il Telegrafo del 14 aprile 1939, "Vita dei legionari senesi nelle terre dell'Impero"
- Il Telegrafo del 25 maggio 1939, "Il ritorno dei legionari senesi dall'Africa Orientale Italiana"
Le corrispondenze di Dino Corsi
Balcania: 1941
- Il Telegrafo del 27 marzo 1941: "A non piegar l'insegna Siena insegna"
- Il Telegrafo del 11 aprile 1941: "Ricordando le nostre donne"
- Il Telegrafo del 12 aprile 1941: "L'ora del destino"
- Il Telegrafo del 9 maggio 1941: "Gli esploratori varcato il confine hanno fatto conoscere l'animo dei figli di Siena"
- Il Telegrafo del 23 maggio 1941: "Dalla Dalmazia redenta"
- Il Telegrafo del 4 giugno 1941: "E' nata all'ombra del Tricolore, Romana Vittoria..."
- Il Telegrafo del 17 luglio 1941: "Giornate di guerra dei legionari senesi sul fronte giulio"
Le corrispondenze di Dino Corsi
Campo di addestramento "M", 1941 - 1942
- Il Telegrafo del 2 novembre 1941: "Vigilia di ardimenti"
- Il Telegrafo del 21 giugno 1942: "Noi la morte l'abbiam vista con due bombe e un fior"
Le corrispondenze di Dino Corsi
Fronte russo: 1942
- Il Telegrafo del 21 luglio 1942: "Con un Battaglione "M" verso il fronte russo" (I parte)
- Il Telegrafo del 23 luglio 1942: "Con un Battaglione "M" verso il fronte russo" (II parte)
- Il Telegrafo del 31 luglio 1942: "Impressioni sulla Russia del legionario Dino Corsi"
- Il Telegrafo del 15 agosto 1942: "Eroismo e fede animano ognora i nostri combattenti"
- Il Telegrafo del 28 agosto 1942: "Figli del popolo, cioè di nessuno", disse Glìena"
- Il Telegrafo del 10 settembre 1942: "Quando il buondì si vede dal mattino..." (I parte)
- Il Telegrafo del 11 settembre 1942: "Quando il buondì si vede dal mattino..." (II parte)
- Il Telegrafo del 29 settembre 1942: "Azione squadrista dei Battaglioni M" (I parte)
- Il Telegrafo del 2 ottobre 1942: "Azione squadrista dei Battaglioni M" (II parte)
- Il Telegrafo del 13 ottobre 1942: "Poesia della prima linea"
- Il Telegrafo del 17 ottobre 1942: "Un angolo del paradiso sovietico"
- Il Telegrafo del 23 ottobre 1942: "Senesi combattenti in Russia"
- Il Telegrafo del 30 ottobre 1942: "La scuola russa: prigione dello spirito"
- Il Telegrafo del 14 novembre 1942: "Colloqui con Siena (se Silvio Gigli permette)"
- Il Telegrafo del 28 novembre 1942: "Quartetti di guerra"
- Il Telegrafo del 1 dicembre 1942: "La lana del popolo è giunta ai soldati italiani"
- Il Telegrafo del 16 dicembre 1942: "Storia di gatti, di topi e di un legionario finto tonto"
- Il Telegrafo del 29 dicembre 1942: "Colloqui con Siena"
Il Telegrafo
http://www.97legione.siena.it/index.html
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