sabato 15 dicembre 2012

Una presentazione di Dino Corsi dal sito "97^ Legione"



Dino Corsi (Siena, 23 ottobre 1908 - fronte russo, 19 dicembre 1942) fu scrittore, giornalista e milite della 97.a Legione. Appassionato fin dall'adolescenza al giornalismo e alla letteratura, entro' giovanissimo nella redazione de "Il Telegrafo", quotidiano di proprieta' della famiglia Ciano e compose opere teatrali e novelle di ambito senese e paliesco, tra le quali "Nerbo sciolto", "Stasera alla Lizza", "La Bandieraia", "Que' pori vecchi", "La grazia di San Isidoro". La sua prima opera, il "Daccelo!!" esordiva in scena il 29 maggio 1932 presso il Teatro del Circolo fascista di Valli, successo subito replicato dalla rappresentazione di "Que' pori vecchi" al Teatro dell'Associazione Ginnastica Senese il 6 marzo 1933.
Milite della 97.a Legione della M.V.S.N., si arruolava volontario nel 1935 per la campagna etiopica con il raggruppamento battaglioni CC.NN. "Eritrea". Dal fronte di guerra rese una corrispondenza puntuale con oltre 35 articoli per "Il Telegrafo" sull'intera campagna coloniale con la rubrica periodica "In Africa Orientale con i volontari senesi della '23 Marzo' "; di nuovo arruolato volontario con il 97.o battaglione senese mobilitato per le operazioni di polizia coloniale dal 1937 al 1939, fu autore anche nel corso della sua seconda avvenura africana di servizi e resoconti giornalistici sulle vicende del battaglione con la rubrica periodica "Nelle terre dell'Impero fascista coi legionari della 'Valanga' " oltre ad una collaborazione con la "La Rivoluzione Fascista".
Nuovamente arruolato nel corso della Seconda Guerra Mondiale, venne aggregato al III Raggruppamento CC.NN. della Divisione "Tagliamento" operante sul fronte russo, ove scomparve il 19 dicembre 1942.

Nota: il Teatro dell'Associazione Ginnastica Senese veniva allestito nei locali della Palestra di S.Agata vedi foto:

                                    Foto Archivio Storico Mens Sana 1871

http://www.97legione.siena.it/figure.html

venerdì 14 dicembre 2012

Il Telegrafo del 14 gennaio 1936
Il primo Natale di guerra dei legionari



Da oltre Macalle', notte di S.Silvestro


La giornata natalizia e' trascorsa. I legionari hanno vissuto il loro primo Natale di guerra in Africa; e la giornata di festa solennizzata a tante migliaia di chilometri dalla Patria rimarra' come ricordo indelebile nella memoria di chi, lungi dagli affetti e dalle persone amate, ha purtuttavia vissuto il piu' bel Natale della sua vita.
Da piu' giorni si respirava gia' un'atmosfera di festa, ed i continui arrivi di autocarri carichi di pacchi postali e di sacchi di corrispondenza, portavano negli accampamenti la nota gioiosa dei baci, dei saluti e dei regali delle famiglie e degli amici. Qua e la', durante la giornata della vigilia, le camicie nere si affaccendavano nei preparativi del pranzo natalizio.
Pllame, capretti, scatole di carne e tutto quanto era stato possibile racimolare nei mercati indigeni e ai depositi della Sussistenza, veniva trasformato in tanti bocconi appetitosi. Cuochi improvvisati, in faccende intorno ad altrettanti improvvisati fornelli, facevano sfoggio di un'innegabile abilita' culinaria e, seri come stessero compiendo una sacra missione, manipolavano le svariate pietanze, mentre intorno a loro i camerati, affollati nelle cucine all'aperto, osservavano con curiosita' infantile l'armeggio dei loro compagni.
Sembrava proprio di essere in una delle nostre cucine, in un giorno di festa; uno di quei giorni nei quali gli uomini, quando intorno ai fornelli e scoprendo di continuo marmitte e tegami, fanno inquietare le massaie, che brontolano e si innervosiscono. Tanto pareva di essere in famiglia, che nessuno si sarebbe meravigliato sentendo risuonare improvvisamente la voce della mamma, o della sposa, o della sorella, ripetente, sbruffando, le solite frasi d'occasione: via gli uomini dalla cucina; intorno ai fornelli ci sto da me!

La messa di mezzanotte
Alle undici di notte l'insolita adunata. Usciamo dalle tende dopo alcune ore trascorse in lieta attesa e rallegrati dai canti di tute le piu' belle canzoni d'occasione.
Fuori dalle tende, adunata all'ingresso del campo trincerato e via per la notte illume. I pochi chilometri che dividono l'accampamento dal luogo dove e' stato eretto l'altare da campo, furono percorsi dai reparti in breve tempo.
Nessuna marcia mi e' parsa cosi' suggestiva come quella di quella notte di Natale, attraverso i monti che cingono Macalle'. Il buio era rotto qua e la' da falo' accesi dai militi nei pressi dei capi e dei posti di vedetta; tanti punti luminosi che davano l'aria di festa al paesaggio di roccie, di fortificazioni e di attendamenti.
Avvolti nelle mantelline grigio-verde - che un'arietta pungente ci sferzava le carni, forse per essere intonata alla ricorrenza natalizia - procedevamo canticchiando allegramente verso un punto bianco, che risaltava nella notte nera.
La "tenda Roma" di un Comando, divenuta per l'occasione una piccola cappella, spiccava in lontanaza, illuminata di tanto in tanto dai raggi di un potente riflettore. I camerati della stazione foto-elettrica, dal loro posto di osservazione, ci indicavano la strada da percorrere. E la mobile luce del moderno congegno elettrico, ci faceva pensare ad un'altra luce che, quasi due millenni or sono, in una notte simile a questa indico' alle genti del deserto la via conduceva alla capanna del Divin Fanciullo di Betlemme.
E nella notte africana, sotto il cielo cosparso di stelle, quando una fila di cammelli, con i cammellieri avolti nei bianchi barracani, e' comparsa all'orizzonte, il pensiero del passato ha preso consistenza e tutti abbiamo avuta la sensazione di tornare indietro, tanto indietro con gli anni, e vivere le prime miracolose ore dell'era cristiana. Ed abbiamo atteso che le figure dei Re Magi si profilassero ai nostri sguardi stupiti ed ammirati.
Poi l'illusione e' scomparsa. E davanti al piccolo altare tutto ammantato di tricolore, la realta' del momento ha preso il sopravvento.
Inquadrati davanti alle tende, con al centro S.A.R. il Duca d'Aosta e S.E. il Generale Ettore Bastico, comandante il 3.o Corpo d'Armata nazionale, i militi hanno assistito al sacrificio della Santa Messa.
Mai il rito sacro della cristianita' mi e' sembrato tanto commovente e mai tanto suggestiva mi e' apparsa la cornice entro la quale si compie la funzione religiosa.
Mentre i battaglioni - migliaia di uomini forti ed audaci - erano genuflessi dinanzi all'altare, ho alzato la testa e mi sono guardato intorno, ho guardato i miei camerati, il cappellano che officiava e il cielo stellato che faceva da volta al primo grande tempio del cattolicesimo improvvisato del Tigrai dai figli di Roma. Per un istante il mio pensiero e' volato a Siena, alla sua magnifica cattedrale, al nostro impareggiabile Duomo, ed altre messe di Natale ascoltate tra le marmoree colonne del Duomo che forma l'orgoglio dei senesi ed ho tentato un confronto. Confronto che ha umiliato in me il senese, tanto era fantastico lo spettacolo che mi si parava davanti; fantastico, grande e immensamente bello questo sacro rito compiuto in una chiesa meravigliosa nella sua umilta', luminosa nella sua ombra e grande, grande, tanto grande...E il Duomo di Siena mi e' sembrato una chiesuola piccina piccina...

Oggi e' "ceppo"!
All'Elevazione, quando dopo lo squillo di tromba che ha irrigidita la truppa sull' "attenti", il sacerdote ha innalzato il calice al di sopra delle baionette del plotone d'onore immobile sul "presentat'arm", una intensa commozione e' scesa negli animi. Per un attimo il pensiero e' volato ai fratelli caduti, che di lassu', dal Cielo, avranno forse assistito anch'essi al Sacrificio della Messa che si sompiva all'ombra di quelle armi italiane, per le quali loro - i nostri Eroi - compirono ieri il sacrificio della vita.
Oggi e' "ceppo"!...Tanti auguri...Buona Natale!...Buone feste...le frasi d'augurio si intrecciano subito dopo la sveglia, appena cioe' i militi, messo il capo fuori dalle tende e stropicciatisi gli occhi ancora assonnati, si sono trovati a faccia a faccia con i camerati e con i superiori, in questo primo mattino di un Natale tanto insolito quanto bello.
Dopo il rituale scambio di auguri e di parole buone, tutti i liberi dals servizio, tutti quelli rimasti nell'interno dei campi si sono posti all'opera per ultimare i preparativi del pranz, ormai imminente.
Le ore sono volate e tra una faccenda e l'altra, tra la visita agli amici di altri reparti e l'incontro graditissimo con i senesi venuti anche da lontano a portarci i loro auguri, tra una sosta intorno ai fornelli e una cappatina ai depositi della sussistenza per tentare di strappare qualcosa di buono ai magazzinieri, in lotta continua con il rigido regolamento e con il loro spirito di cameratismo, tra una giuccata e l'altra insomma, come si dice a Siena, siamo giunti all'ora del rancio.
Rancio speciale. Pasta al sugo, carne, marmellata e vino. Razioni abbandanti e saporose, che integrate con quelle dei cuochi fuori ordinanzaavevano tirato fuori dai fornelli, dopo quasi due giorni di fatiche e di memorabili complicazioni, sono servite ad imbandire le mense e dar svolgimento ad uno dei piu' lauti pranzi, che mai si siano svolti in queste terre abitate da uomini tanto parchi, quanto selvaggi.
Allegria, spensieratezza e brio giovanile intorno ai deschi natalizi, sorti all'ombra delle piante tropicali, al riparo di qualche baracca ed anche tra le roccie di questa o di quell'amba.
Complici i nostri bravi ed instancabili camerati dell'auto reparto, damigianine, fiaschi, fiaschetti e bottiglie di quel buono erano giunte di contrabbando da Adigrat e da Macalle' fino sulle linee avanzate. E quando il vino abbonda, la vita e' sempre lieta...
Senza eccedere, ma anche senza eccessivi riguardi, i recipienti si sono vuotati lentamente...e completamente, riscaldando un po' la testa e dando la stura alla serie infinita dei canti. Quei canti tanto belli, tanto nostri, che hanno il magico potere di riavvicinarci alle cose care, agli affetti, ai ricordi lontani.
Poi, dopo il "caffeino" caldo caldo, sorbito subito dopo aver fatto la festa al panpepato, ai cavallucci e ai ricciarelli, si sono tolte le mense e, cosa prestabilita, i senesi, tutti i senesi della "23 Marzo" eccettuati quelli di vedetta e di guardia ai piccoli posti avanzati hanno raggiunto, con perfetto movimento di conversione al centro, la localita' poco lontana dai campi ove ha sede il Quartier Generale. Qui, ospiti dei camerati addetti al comando e dei cucinieri della mensa ufficiali, i volontari di Siena, insieme a numerosi soldati e avieri concittadini, convenuti al richiamo irresistibile della "Marcia del Palio", cantata a piena voce all'apertura del festino che si e' svolto all'ombra della tenda dei sottufficiali, hanno vissuto un paio d'ore in famiglia, in casa, a Siena senz'altro, si puo' dire.
Panforti bottiglie e fiaschi. E poi ancora panforti, ancora bottiglie, ancora fiaschi. E canti, canzoni di guerra, canzoni della Rivoluzione, canzonette moderne, romanze del passato e - dulcis in fundo - gli stornelli del Palio, inarrivabile inno a Siena nostra, conferma di amore alla citta' dei sogni. E sull'aria di "alla terza girata..." e' fiorita una serie di strofe antisanzioniste e menefreghiste.
Dopo essersi sfottuti a vicenda, dopo aver ripetuto per cento volte che "la Torre un vince piu' ", che "l'Oca e' l'infamona", che "il Nicchio e' il piu' bello", che "Pantera ultima non puo' mai essere", e chi piu' ne ha piu' ne metta, i senesi, dallo spirito sempre pronto, se la sono spassata alla barba degli...amici di un tempo cantando:

Vorrebbero affamarci
quei falsi della Lega
ma noi ci se ne frega
ma noi ci se ne frega
e vendetta si fara'.


E ancora:

Loro con le sanzioni
noialtri col cannone
vedremo chi ha ragione
vedremo chi ha ragione
e vendetta si fara'.


E la notte scesa improvvisa come sempre, ha trovato la schiera dei senesi, dimentichi una volta tant delle preoccupazioni della guerra, stretti in cerchio intorno ad una fiamma bianco-nera e ripetenti per l'ultima volta l'inno a Siena, alla sua gloria, al suo passato eroico, e al non meno eroico presente:

Squilli la fe',
si armi e vinca l'onore
in te dolce fiore, Siena gentil...


Lentamente, siamo tornati agli accampamenti. Le tende si sono riaperte per ospitare i nostri corpi, stanchi di una fatica insolita.
Ma prima del riposo, per la terza volta nella giornata, e' giunta la posta. Tutti hanno avuto qualcosa e tutti si sono raccolti nella lettura dell'augurio formulato da una mamma, da una sposa, da un bambino...
La sera di Natale i canti non hanno rallegrato gli accampamenti. Dopo tante ore di gioconda spensieratezza, la posta e' venuta a commuovere gli animi.
In tenda, mentre leggo un un modesto foglio pieno di tante parole care, colmo di baci e saturo del ricordo della mamma, mi avvedo che un mio compagno, che come me legge, ha gli occhi lucidi di pianto e il volto trasparente di commozione.
- Perche' piangi? - gli chiedo.
- Per niente...Un po' per sfogo. Lo so che non si deve piangere e te lo sai se sono il tipo io...Ma oggi, stasera dopo la baldoria, a leggere queste parole mi viene il nodo alla gola. Piango, non so nemmeno io perche'...Forse perche' le voglio tanto bene...
- A chi? Chi ti scrive?
- La mamma, la mi' mamma. E come si fa a non piangere pensando che oggi e' Ceppo e che lei e' sola, sola...E a te chi ti scrive?
- La mamma anche a me.
Mi accorgo di avere anch'io gli occhi lacrimanti e, per darmi un contegno, aggiungo, sforzandomi di sorridere: "Dici bene, io non ci pensavo piu': oggi e' Ceppo!".

Dino Corsi

http://www.97legione.siena.it/

Il Telegrafo del 5 gennaio 1936
Ore liete in attesa del combattimento



da oltre Macalle', dicembre


Alla fremente e spasmodica ansia dei giorni passati e' subentrata la calma piu' serena. Ora, avuta la conferma attraverso le parole del Duce - giunte fin qua con i giornalieri bollettini della "Radio Littorio" - che la marcia proseguira' fino al raggiungimento della meta finale; ora che l'attacco all'Amba Alagi e' cosa certa e imminente, soldati e camicie nere, preparati moralmente e fisicamente alla prossima grande battaglia, attendono con serenita' l'ordine di marciare, e nell'attesa, vivono ore piene di giovanile spensieratezza nei campi trincerati e nei fortini dele linee piu' avanzate.
La "23 Marzo", la "Divisione che piu' ha marciato", come diceva giorni fa un alto ufficiale dello Stato Maggiore, e' tutta accampata sopra un'altura. E qui le camicie nere, dopo quasi tre mesi di continue e pressoche' ininterrotte fatiche, godono di un certo riposo; di quel riposo cioe' che e' consentito dalla vita di campo, con tutti i suoi servizi di vedetta, di pattuglia, di corvee, ecc.
Ma la vita al campo, anche se il campo e' trincerato e sito vicinissimo alle posizioni nemiche, anche se richiede per la sicurezza degli uomini una guardia vigile e costante, anche se l'allarme mette di tanto in tanto in movimento uomini ed armi, e' sempre bella, sempre lieta, sempre spensierata.
Cosi' le camicie nere, tutti con gli spiriti e gli sguardi protesi verso il picco che fu gia' italiano e che lo sara' nuovamente e definitivamente domani, attendono serene l' "avanti" e nell'attesa, che non e' piu' ansia e fremito, ma fiducia, certezza e calma, ritornano quelli che furono, sono e saranno; gli allegri figli di un Popolo che se ne frega.

Controsanzioni
Le inumane sanzioni decretate a nostro carico dal barboso consesso dei satelliti dell'Inghilterra e messe in atto il 18 del emse scorso, hanno suscitato una profonda reazione fra le schiere dei combattenti. E, seguendo il nobile esempio dato dalla Nazione, anche i militi e i soldati si sono dati da fare per controbatterne gli effetti.
Ma come? Con quali mezzi? Il soldato e' per natura povero. La pagnotta e la gavetta del rancio non possono essere sanzionate perche' indispensabili a mantenere l'energia nei corpi, il "soldo" per quasi tutta la truppa e' destinato, in parte alle piccole spese indispensabili, e in maggior misura alle famiglie dei soldati. Quindi impossibilita' assoluta di contribuire in maniera tangibilealla camoagna economica impegnata con ammirevole slancio dal popolo italiano, contro il mondo tutto. E come puo' fare allora il fante? Nient'altro che ricorrere allo spirito, aquello spirito sempre sveglio e pungente in ogni circostanza. Ed ecco fiorire una serie di aneddoti, uno piu' allegro dell'altro.
- Mi presti un francobollo da cinquanta? - mi chiede uno staggese, mio vecchio compagno d'armi nel 19.o Artiglieria ed oggi mio...coinquilino nella tenda "Rino Daus"
- Da cinquanta? E perche' non da un franco e mezzo? - domando io - Non scrivi piu' per via aerea?
- No davvero! Da ora in avanti sempre per via ordinaria. E se la mi' citta ha furia, s'avvia! Io applico le controsanzioni...
- Cioe'?
- Risparmio la benzina.
A proposito di benzina , eccone un'altra fresca fresca. Alla 192.a Batteria CC.NN. della nostra Divisione, vi e' tra gli altri numerosi senesi un noto autista e, a suo tempo, acceso tifoso dell' A.C. Siena. Stamani di buon ora il nostro artigliere - e autista - se ne discendeva per uno strano sentiero, trascinandosi dietro un mulo carico di munizioni. Scorto da alcuni camerati, fu subito preso di mira:
- O Nuvolari! O do' l'ha messa l' "Alfa"?
- E' in riparazione...e poi un la porto piu'.
- Perche'?
- Perche' sono antisanzionista. Questa macchina qui - aggiunge accennando il mulo - va a carburante nazionale: miscela di biada e paglia.
Uno dei giorni passati, quel bel tipo di mitragliere che ha scritto sulla canna della sua mitragliatrice "Fiat 1914": "Abissini, preferite le mie pallottole di marca nazionale" si presenta all'infermeria da campo accusando un forte mal di ventre. L'ufficiale medico, dopo una visita attenta e scrupolosa, sentenzia: olio di ricino, due oncie.
Il mitragliere - che teme piu' l'olio di tutto l'esercito del Negus - obbietto':
Mi dispiace signor capitano, ma l'olio un lo piglio nemmeno se me lo da per forza. Un posso senti' nemmeno il puzzo...Mi dia quello che vole, anche il veleno! Ma l'olio di ricino un lo pigio!
Il medico, conciliante, si rivolge all'infermiere e gli ordina di preparare una purga di sale inglese.
- Sale inglese! - scatta su il sofferente - Sale inglese! A me! O per chi mi ha rpeso? So' italiano, sa! Dov'e' l'olio? - Afferra il bicchiere colmo a meta' del liquido denso e giallastro, butta giu' la purga tutta d'un fiato e, storcendo la bocca, si allontana sbottando: - E' anche vergogna l'averci il sale inglese...
Ma non si deve credere che il soldato abbia risposto e risponda alle sanzioni con le sole uscite di spirito. Tutti gli ammogliati, qui alla "23 Marzo", hanno fatto dono delle fedi matrimoniali e anche gli scapoli, chi in una forma, chi in un'altra, l'uno sottoscrivendo al prestito, l'altro donando oggetti preziosi, magari l'anello della fidanzata o la catenina d'oro della mamma, hanno contribuito affinche' anche dalla lontana Africa giunga in Patria, al popolo impegnato nella piu' dura e piu' impari delle battaglie il saldo ausilio dei suoi figli migliori, che impegnati nella dura guerra contro l'incivilta', trovano tuttavia il modo di non estraniarsi dalla guerra del rispermio e del sacrificio.

Pacchi natalizi
Sotto le feste, sono cominciati ad affluire i primi pacchi natalizi. Pacchi di tutte le forme, di tutte le dimensioni e dai contenuti piu' svariati, ma tutti attesi, sospirati e salutati con gioia al loro giungere.
Involti di rude tela, robuste cassette metalliche, eleganti scatole di cartone, tutti confezionati da mani amiche, che portano nel loro interno, frammisti agli indumenti, ai dolciumi e agli oggetti piu' svariati, un odore casalingo e la visione della mamma, della famiglia, degli amici.
Pacchi e pacchi. Per tuti e da tutti i peasi d'Italia. la Provincia di Siena, come sempre, e' in testa alle altre province. Dalle citta', dae cittadine, dalle borgate del senese, giungono continuamente i segni di quel'interessamento che congiunti, istituzioni, contrade e societa' nutrono per i loro cari tanto lontani.
Il giungere del pacco segna festa grossa in tenda. E non pssa giorno che l'uno o l'altro, dei militi conviventi sotto lo stesso tetto, non ne riceva uno.
Particolarmente fortunata la mia tenda, ove giorni or sono, ne giunsero per tutti. Per tutti eccetto uno, un pezzo d'uomo staggese, vecchio squadrista e buon padre di famiglia. Non ebbe il pacco per uno di quei casi che sono piu' unici che rari.
Di nottetempo, i ladri penetrarono nell'ufficio postale di Staggia e, no trovando da fare migliore bottino, si impossessarono del pacco indirizzato al nostro camerata.
Quando la notizia del furto giunse a noi, il derubato dapprima si arrabbio', ma poi calmatosi, prese la decisione di scrivere al brigadiere dei RR.CC. del suo paese, pregandolo, qualora i ladri venissero rintracciati, di comunicargli i nomi, che al suo rientro pensera' lui a far loro risputare il panpepato e i cavallucci mangiati in barba ad un milite colontario in Africa Orientale, e per giunta squadrista di quelli buoni.
Conoscendo a fondo il mio uomo e sapendo di che panni si vesta, ritengo mio dovere consigliare ai ladri di starsene ben nascosti, giacche' al contrario, i dolci senesi da loro sbafati oggi potrebbero domani divenire indigesti quanto mai..
Tra gli altri pacchi, oltre a quelli delle famiglie doppiamente cari per il contenuto materiale e per quello morale di ricordi e di affetti, sono quelli confezionati dalle giovani italiane.
Le ragazze, che in patria hanno prestato la loro amorevole opera per inviare ai combattenti i doni natalizi, non hanno mai mancato, prima di chiudere definitivamente le cassette, di aggiungere al contenuto un biglietto con espressioni gentili, frasi affettuose di ammirazione e di incitamento e...firmandosi, data la possibilita' a tanti di intrecciare relazioni cordiali a mezzo della posta. relazioni, che appena sorte, se non tutte almeno qualcuna, daranno del lavoro ai sacerdoti e agli uffici dello Stato Civile.
E cosi', tra una lettera scritta con entusiasmo ed una risposta attesa con ansia, tra il giungere di un pacco e la conseguente "sgranata", tra un'uscita spiritosa e una piccante barzelletta, ci avviciniamo senza rimpianti al giorno di natale, con i pensieri rivolti verso la patria lontana, e verso le nostre famiglie.
Ed in tutti e' un solo desiderio. Quello di potere, nel giorno della piu' bella e della piu' cara delle feste, far giungere in Italia il dono che in se' ripaghi tutti i doni ricevuti dai combattenti. Quel dono che i soldati anelano poter offrire alla patria: la vittoria, la grande vittoria che vedra' il Tricolore sventolare sulle terre conquistate all'UItalia dalle legioni di Benito Mussolini.

Dino Corsi

http://www.97legione.siena.it/


Il Telegrafo del 4 gennaio 1936
Il cimitero di Macalle'



Macalle', dicembre


Sono entrato nel piccolo cimitero di guerra in un tardo pomeriggio di festa. Vi sono entrato in silenzio e con il cuore in tumulto per la commozione che mi faceva fremere.
Cimitero di guerra. Il primo cimitero di guerra da me veduto in Africa. Un muricciolo di mezzo metro di altezza, pochi metri quadrati di terra, sette tumuli ancora freschi, sette croci, sette nomi, sette eroi.
Giu', a valle, incuneata in un profondo burrone la sorgente di Galliano, mormorante la gioiosa canzone delle acque; su, in vetta al colle, gli avanzi del fortino e piu' in alto ancora - tanto in alto che par tocchi il cielo - il tricolore della Patria, sventolante al soffio della brezza africana; tutto intorno, roccie e roccie e terra verdeggiante di erbe.
Tutto e' silenzio e pace nel piccolo Camposanto. I sette eroi dormono il loro sonno di gloria, mentre in Italia sette mamme italiane, sette mamme rese gloriose dal dolore, staranno forse chine davanti all'altare a recitare una preghiera.
Mi avvicino alle tombe, leggo i nomi scritti sulle croci. Sotto i nomi le eta'. Tutti giovani, tanto giovani e forti, come lo e' la Patria, per la quale si sono immolati.
Un capitano, un caporale, un soldato e quattro camicie nere. sette soldati d'Italia, sette eroi, sette martiri della Romanita', del dovere e della civilta'.
Mi inginocchio e, meccanicamente, le mie labbra ripetono le parole di una preghiera. Una preghiera imparata dalla mamma e che credevo di non ricordare.
Mi alzo, strappo alle roccie alcuni fiori selvaggi e li spando sulle tombe.
Compiuto il doveroso rito, mi allontano. Le prime ombre della sera stanno per calare; gli ultimi raggi del sole si posano sul cimitero tingendolo di rosso.
Uno squillo di tromba lacera improvvisamente l'aria. E' il segnale dell' "ammaina bandiera", partito dal forte.
Mi irrigidisco sull'attenti e volgo lo sguardo in alto. Lentamente il Tricolore discende dall'asta. E, veduto cosi' da lontano, pare che il serico drappo vada a posarsi dolcemente sulle tombe, per proteggere e vegliare il sono degli eroi.

Dino Corsi



Foto tratte dal Blog: http://dgianni.blogspot.it/2007/02/cimitero-militare-italiano-di-macall.html
http://www.97legione.siena.it/


Il Telegrafo del 29 dicembre 1935
Preludio natalizio sotto il cielo dei Tropici



Tigrai orientale, dicembre


Il secondo rancio era stato consumato da poco. Calavano le prime ombre della sera e qua e la' si accendevano i grandi fuochi vicino alle ridotte, ai posti avanzati ed a tante e tante tende, disseminate un po' ovunque nel settore di occupazione; qualcuno preparava il giaciglio per la notte, altri, avvolti nelle mantelline, assaporavano gia' il riposo del primo sonno, quando una delle sentinelle grido' la bella nuova: "Arriva la corvee' ".
Su per il sentiero saliva infatti verso il pianoro, sede del nostro campo, la colonna dei muli carichi di sacchi e casse di viveri, munizioni, e tutta una infinita' di cose varie quanto mai preziose. Quadrupedi e conducenti coperti di polvere e grondando di sudore, annaspavano faticosamente per le ultime balze e giunsero ai margini del campo, accolti dalle grida festose di tutti (anche i dormienti si erano destati ed erano accorsi) ed una serie di domande, subito esaudite con altrettante risposte.
- Che c'e' di buono?
- Tutto: sigarette, cognac, marmellata...
- E le scarpe l'avete portate?
- Anche quelle. Di tutte le misure.
- Meno male: ero quasi scalzo.
- E credevi proprio che ti dovessero far camminare con i piedi nudi? Non sei mica un soldato del Negus, non sei!
- Di' Giangino, l'hai portata la 'arne in conserva?
- No. S'e' portata la 'arne e la 'onserva.
- E la posta? La posta l'avete?
- Un sacco e mezzo. C'e' anche due o tre pacchi.
- Il mio c'e'?...Il mio?
- E il mio?
- E il mio?
- Ce n'e' due o tre soli. Bazza a chi tocca! Ora scarto il sacco...Levati dai piedi, il mulo calcia...Andate dal furiere, ve la da' lui la posta.
- Ma per me un c'e' niente?
- Per te c'e' una pedata se 'un ti levi dalle scatole. Ovvia, badiamo se ci si intende. Uoeeeeee! Un lo so! Va a vede in fureria, vai!
- Scusa eh! O che t'ho mangiato per farti una domanda?
- Me un m'hai mangiato, ma se state dell'altro qui un mangio nemmeno io, e nemmeno il mulo. So' dieci ore che siamo per strada, mentre voi 'un avete fatto niente in tutto il giorno. E s'ha fame...
- Niente? Ti ci volevo te che chiacchieri tanto! S'e' fatto...
- Lo so: fate tutto voi. Addio nini... - Il conducente, che aveva l'onore e l'onere di portare la posta, ha terminato di sbastare il mulo e si allontana borbottando. Intanto i militi accorono verso la tenda del furiere, tutti con la speranza di avere qualcosa.
La distribuzione della posta si effettua rapidamente, dando luogo alle solite manifestazioni di gioia, discussioni e commenti. Poi e' la volta dei pacchi: uno...due...tre, questo viene da Siena.
- E' mio.
- Mio!
- Mio!
- Tal dei tali, secondo plotone.
- Mio! Daccelo! - Il pacco e' afferrato al volo e sparisce subito nell'interno di una tenda, di quelle tende che tutti i senesi conoscono e frequentano assiduatamente. Una piccola folla si ammassa davanti all'apertura della casetta di tela. Tutti - perche' essendo il pacco di un senese, e' logicamente di tutti i senesi presenti - sono ansiosi di vedere cosa c'e' dentro.
L'involucro di tela e' presto disfatto; ed ecco uscire alcuni capi di biancheria, scatole, scatoline e, uno dietro l'altro...due panforti.
- C'e' il panpepato! C'e' il panpepato! - E' un grido di gioia. La notizia si spande rapidamente che in pochi minuti alcune diecine di senesi, apartenenti a reparti attendati in prossimita' del nostro campo, hanno fatto della piccola folla, ferma davanti alla tenda, un gruppo abbastanza numeroso. Il...proprietario (!) dei panforti e' impensierito e si domanda come fara' a contentare tutti. QUalcuno vuol trarlo di impaccio e avanza una proposta: si serbano al Ceppo.
- No, si mangiano subito. Per Ceppo ce ne saranno ancora. Ora si mangia questi: si fa...un ceppino, va bene?
La seconda proposta e' approvata quasi all'unanimita'. La spartizione del prelibato panforte senese e' laboriosa. Il pugnale lavora per fare di due profumati e saporosi dischi tante e tante...fettine (non si puo' parlare di spicchi) quanti sono i presenti. La distribuzione si effettua tra le proteste di chi ne ha avuto poco e le risatine ironiche di chi n'ha avuto troppo. Un secondo, forse meno, e dei dolci senesi non rimangono tracce: anche la carta multicolori e l'argentea stagnola sono sparite. Ognuno ha voluto il suo pesso, per ricordo...
- Il caffe' e' pronto - Il cuoco di tenda, sempre previdente, ha gia' preparata la calda bevanda e gia' si accinge alla distribuzione. La latta da benzina che funziona da marmitta fa il suo giro ed ogunono ha il suo mezzo tazzino di caffe', forte, bollente. La bevanda e' sorbita rapidamente. Una sigaretta e poi si fa il giro per l'indimenticabile cantata.
- Che si canta?
- Mah! Bastasia... - Attacca te, che eri nella "Verdi".
- Pronti?... O via!...
"Tra le citta' d'Italia
Siena e' la piu' bella..."

Ma lo stornello e' troncato a meta'. Un milite arriva trafelato e grida:
"Tutti quelli del plotone mitraglieri al campo. C'e' l'adunata".
- A quest'ora?
- Si. Andate tuttii reparti, credo. E' stata segnalata una banda d'armati nel nostro settore. Stanotte c'e' lavoro.
Rapidamente l'assembramento si scioglie. Senza nemmeno salutarsi, tutti partono correndo verso le tende dei rispettivi comandi di reparto per sapere qualcosa di preciso.
Il preciso e' questo: una banda dsi aggirava effettivamente nei pressi del campo ed era stata segnalata da varie pattuglie. Il numero preciso degli armati non si conosceva, ma si presumeva forte. Percio' le guardie ai piccoli posti furono raddopppiate, i mitraglieri si portarono con le loro armi su di un'altura dominante la valle sottostante il campo ed in tutto il settore si passo' la notte sul chi va la'. Ma non accadde nulla di grave, se si eccettua un breve allarme sul far del giorno. Allarme che diede luogo ad una breve sparatoria contro un isolato gruppetto di armati, che si arresero dopo i primi colpi.
Alzatosi il sole e scomparso momentaneamente ogni motivi di allarme, la truppa pote' riprendere e portare a termine in poche ore la costruzione di un fortino iniziato il giorno precedente.
Il lavoro procede' alacremente fino a che non fu posta l'ultima pietra. E, posta l'ultima pietra, si tratto' di battezzare le rustica e robusta costruzione. Dopo una breve discussione sul nome da dare all'opera di difesa, la cosa fu rimessa al Console comandante il settore.
Mentre tornavamo all'accampamento, un senese avanzo' la sua proposta:
- Dato che la costruzione e' stata eseguita quasi tutta da noi senesi, io proporrei di battezzare l'opera Forte Pan.
- Come?
- Forte Pan. In ricordo del nostro ceppino di ieri sera.
- E come ci combina Forte Pan?
- E ci combina proprio bene. Forte Pan...cioe' Panforte. Va bene?
Benone! Benissimo! Non so proprio questo nome sara' quello prescelto, ma per i senesi il fortino costruito ad est di Enda Mascai e' ormai e sara' sempre il Forte Pan o Panforte.

Buon Natale
QUando queste brevi note giungeranno a Siena, sara' imminente o passata di poco la festivita' natalizia. Percio' approfitto dell'occasione per mandare in Patria e a Siena l'augurio affettuoso e sincero che tutti i senesi, soldati e militi, in A.O., mi pregano di rivolgere ai loro cari, agli amici, ai conoscenti. E con l'augurio, invio a tutte le famiglie, che nel giorno di Natale sentiranno maggiormente la mancanza di persone amate, il saluto ed il pensiero affettuoso di tanti padri, di tanti sposi, e di tanti figli, che lontani dalle case e dagli affetti, vivranno tuttavia una giornata di gioia grande, di intensa emozione, e di impagabile soddisfazione, quale lo sara' la giornata del primo Natale di guerra, del loro primo Natale eroico.
Dove saremo e cosa faremo in quel giorno di festa? Chi lo sa! Una sola cosa sappiamo: a riposo in questo o quel campo, in marcia di spostamento, oppure impegnati nell'avanzata, i nostri spiriti e i nostri corpo saranno protesi verso la conquista e verso la vittoria, mentre i nostri pensieri saranno rivolti verso la nostra cara Siena, le nostre case, le nostre famiglie. E nel giorno sacro alla Cristianita', un canto si levera' potente dai nostri petti. Quel canto che e' l'espressione della nostra passione, del nostro entusiasmo e della nostra fede, sara' la preghiera natalizia che tutti i militi e i soldati rivolgeranno a tutte le mamme italiane:
"Mamma non piangere
se c'e' l'avanzata
tuo figlio e' forte,
paura non ha..."
Dino Corsi


http://www.97legione.siena.it/


Il Telegrafo del 21 dicembre 1935
Ripresa dell'avanzata al comando di S.A.R. il Duca di Pistoia



Tigrai orientale, novembre


S.A.R. il Duca di Pistoia ha assunto il comando della Divisione CC.NN. tra l'entusiasmo, la gioia e l'orgoglio dei legionari, che hanno salutato con dimostrazioni di affetto il Principe Sabaudo e hanno gridato tutta la loro fede e dedizione alla Patria, alla Casa Sabauda e al Regime, rinnovando il giuramento e confermando la promessa di lottare con ardore e ardimento sino alla vittoria finale.
Al generale Ettore Bastico, che la "23 marzo" ha inquadrata, disciplinata, comandata per sette mesi e condotta alle prime conquiste, i mliti attraverso un saluto affettuoso e commovente, hanno riconfermato la loro stima, il loro amore e la loro riconoscenza. Il "papa' " della prima divisione nera e' partito commosso dalle spontanee manifestazioni di affetto di quelli che per mesi e mesi furono i suoi figli piu' cari, i suoi gregari, obbedienti e la materia prima da lui plasmata per fare di migliaia e migliaia di uomini di tutte le eta' e le condizioni un assieme compatto, omogeneo, pronto a tutte le prove e capace di tutte le conquiste.
Al generale Bastico, chiamato ad assolvere compiti piu importanti, i volontari senesi, memori di un passato recente contrassegnato da dure prove ma anche da ambite soddisfazioni, inviano il loro deferente ed amorevole saluto, promettendo che mai dimenticheranno il Gerarca che seppe fare di loro dei soldati perfetti e temprati, a tutte le azioni piu' rischiose, sia nel fisico che nel morale e che le condusse alle prime vittoriose azioni di guerra.
All'Altezza Reale, i figli di Siena promettono di dimostrarsi, sempre ed in ogni circostanza, degni della loro citta' e della fulgida tradizione di eroismo guerriero che e' gloria e vanto della Balzana.

Avanti arditi...
La sosta nel Ferras-Mai e' terminata. Tolte le tende, abbandonati i fortini, le ridotte e i campi trincerati, la Divisione ha ripresa l'avanzata.
Alla testa delle schiere delle fiamme nere marcia il Principe Sabaudo e i militi guardano con fierezza e con amore all'Augusto Capo e procedono innanzi con la fiducia dei forti e la piu' bella sicurezza di vittoria.
La nuova avanzata si e' iniziata alle prime ore del mattino. Lasciata la camionabile, le colonne hanno affrontato con ordine perfetto le scabrose mulattiere e gli impervi sentieri montani.
All'avanguardia, pattuglie e pattuglie avanzano in ordine sparso; ai lati i plotoni fiancheggiatori assicurano il collegamento con i reparti indigeni ed i battaglioni che avanzano sulla stessa linea di fronte; al centro il grosso della Divisione: Legioni, Comando e tutte le sezioni servizi.
Il primo sole del mattino saluta i militi con i suoi raggi dorati e da' la stura al coro delle canzoni. Dalle valli verdegginati, dalle gole profonde e cupe, dall'alto dei picchi illuminati dal sole nascente risuonano le maschie voci delle Camicie Nere: "Avanti ariditi..."
E gli arditi vanno avanti. Instancabili sotto il peso dello zaino carico, tra l'altro, di viveri e munizioni per piu' giorni, divorano la strada e incuranti delle asperita' del terreno conquistano nuove terre all'Italia e alla Civilita' Romana.
Le truppe non sentono la fatica. I corpi sono ormai temprati e forti, come forti lo sono gli animi e la volonta'. La serenita' e la spensieratezza dominano sempre ovunque. Il solo fatto che cagiona rammarico e acuisce l'impazienza di tutti e' quello di dover avanzare senza combattere. Gli abissini non si fanno vivi e, salvo qualche rara scaramuccia con esigui e pavidi gruppi di armati avversari, la Divisione procede senza colpo ferire.
Ma dov'e' questo esercito fantasma? Dove sono i selvaggi dancali e i terribili scioani? Dove tutte le centinaia di migliaia di armati del Negus? Questa domanda se la pongono tutti e nessuno sa trovare le risposte giuste. E le mitragliatrici sebrano balare di impazienza sul treppiede, i moschetti non vogliono star fermi sulle spalle e i pugnali pare debbano sguainarsi da se da un momento all'altro.
I capi cercano di calmare l'impazienza e ripetono la frase ormai d'uso: "Calma calma, verra' anche il momento della battaglia e verra' presto".
- E speriamo sia presto! - ribatte un fegataccio colligiano; e prosegue:
- Se si avanti di questo passo, pianto baracca e burattini e fo un salto ad Adddis Abeba, qualcuno ne trovo di certo!
- Ne trovi anche due, ne trovi - risponde un paesano: - ma un te lo consiglio io...trovereste anche una 'assa da morto.
- Figurati! Per una 'assa da morto! Un mi fa mia paura sai. Se avevo paura stavo a casa mia!...E scrollando le spalle per aggiustarsi lo zaino, il colligiano si tace meledicendo in cuor suo il Negus e tutti i suoi invisibili satelliti.
Le ore passano e la marcia non ha sosta. I portaordini percorrono in lungo e in largo le colonne recando comandi e disposizioni. Di tanto in tanto le fila si aprono per lasciare il passo ad una fila di muletti. E' il Comandante, il Principe Reale, che si porta in mezzo ai suoi uomini per assicurarsi della regolarita' con cui procede l'avanzata. E sempre il Duca di Pistoia ha una parola buona, una frase di incitamento od un gesto affettuoso per tutti.
Passa con il suo muletto e risponde col saluto romano all'impeccabile "attenti" delle Camicie Nere schierate come meglio possono ai margini dei sentieri.
Sempre serio, ma con gli occhi straordinariamente sorridenti, l'augusto Comandante sembra dirci la sua fiducia e tuta la fiducia della Casa Savoia per i soldati del Duce. E quando, al suo passare, questo o quel milite grida il saluto all'Uomo che regge ђe sorti della Patria lontana, il Principe e' sempre il primo a gridare l' "A noi!" che si confonde con quello di tutti i legionari.

"Pezzo Rino Daus"
A X... mentre traversiamo un assolato fondo valle, mi sento chiamare per nome. Mi fermo e giro lo sguardo intorno, un polverone fitto e altissimo mi impedisce per un momento di scorgere chi mi chiama; ma poi lo vedo sopra un roccione ai piedi di un'alta amba, sta un camerata di fuori Porta Camollia. Dai suoi gesti e dalla sua posizione capisco che e' di sentinella e non puo' muoversi per scendere a basso.
Esco dalle fila e in due salti sono dall'amico. Ci nascondiamo dietro un cespuglio (la sentinella non puo' parlare) ed incrociamo il fuoco di fila delle domande e delle risposte:
- Da quanto sei qui?
- Siamo arrivati un'ora fa, abbiamo piazzato i pezzi laggiu' - e il camerata, artigliere della 192.a Batteria CC.NN. mi indica la sommita' dell'amba, ove mascherati dal fogliamo, immagino piu' che vedere i cannoni dell'artiglieria fascista.
- Non venite avanti?
- Per ora no. Proteggiamo l'avanzata, la vostra avanzata, voi andate lassu'...lassu'... - E con l'indice mi indica la vetta di una montagna vicina - Vi raggiungeremo tra poco. Alto il morale e coraggio!
- Ce n'e' in abbondanza. Arrivederci a presto. Saluta tutti i senesi. Arrivederci...
- Oh!...da' retta...Se per caso fosse necessaria la nostra oepra, se tu sentisse fischiare i proiettili sopra la testa, ricorda che siamo noi che spariamo...
- Mi raccomando, procurate di non sbagliare!
- Sta tranquillo. Alza il capo...lo vedi?...li' tra quel cespuglio...lo vedi? E' il "pezzo Rino Daus", il pezzo nostro. Noi senesi vogliamo bene a quel cannone come alle nostre mamme e lo curiamo come una creatura. E' preciso, non sgarra un millimetro nel tiro...E se ci sara' bisogno, fara' onore al suo nome.

                                 
- Lo credo.
- Atendiamo con ansia il momento di entrare in azione. quando il pezzo sparera' ci parra' di udire la sua voce...Quella voce che ieri fece tremare i nemici della Patria...Insomma saremo contenti perche' pensiamo che anche lui...di lassu', sara' tanto contento...arrivederci, va' via se no perdi contatto.
Ci abbracciamo e ci salutiamo e ci lasciamo in attesa di ritrovarci ancora domani.
La colonna e' lontana; ho effettivamente perso contatto. Ma lo riprendero' subito. Allungo il passo e via sotto il sole cocente. Di tanto in tanto voglo la testa indietro e guardo in alto. Il "pezzo Rino Daus" e' la' che veglia e ci protegge. E forse l'ombra stessa del Martire e' vicina al "suo" cannone...

Notturno africano
A X...ci accampiamo, le tende sono piantate alla meglio e senza troppe ricercatezze, dato che all'alba riprenderemo la marcia.
La notte e' calata rapida e quanto mai oscura. Qua e la' un fuoco rompe le tenebre e rischiara una tenda, una ridotta improvvisata, un piccolo posto avanzato.
Gli accampamenti sono silenziosi. Il riposo dopo una giornata di fatica e' assaporato da tutti. Soltanto i mitraglieri vegliano. Agli avamposti, immobili accanto ai loro ordigni di morte, i militi delle centurie M.P. proteggono il sonno dei camerati e stanno all'erta per prevenire ogni eventuale sorpresa.
Io, in tenda, al fioco chiarore di una lanterna da campo, butto giu' queste brevi note. Di tanto in tanto un raggio di luce mi colpisce in pieno. Le stazioni foto elettriche sono entrate in azione ed i potenti riflettori spaziano l'orizzonte e vegliano sul sonno delle truppe con i loro enormi occhi lucenti, che sembrano gli occhi di tante mamme, che forse a quest'ora stanno spalancati nella visione dei figli lontani.
Il silenzio della notte e' rotto di tanto in tanto dalle iene che gridano ululati di gioia intorno a una carogna...io scrivo; i miei compagni di tenda dormono tutti. Uno sogna il suo ultimo figlio, nato il giorno del nostro imbarco per l'Africa. Di tanto in tanto un nome esce dalle sue labbra: Mario...Mario...
Il babbo pensa nel sogno al suo piccino. A quel bambino che a Poggibonsi dorme il sonno beato dell'infanzia, mentre il babbo stanco di una giornata di nobili e belle fatiche, riposa sulla dura terra il suo corpo e vola col pensiero a una culla che ancora non conosce.

Dino Corsi

http://www.97legione.siena.it/

Il Telegrafo del 13 dicembre 1935
Noi e gli indigeni del Tigrai



Tigrai Orientale, novembre


"Salute soldati d'Italia! Dio sia con voi! E Dio e' con voi! Lui, che e' luce, grandezza, bonta' e potenza, vi ha madati a noi per il bene delle nostre genti, per la salute dei nostri corpi, per la liberta' degli uomini, per la redenzione delle terre e per la salvezza del nostro popolo. Dio e' con vi e noi siamo con voi. Salute, soldati d'Italia".
Ecco la libera traduzione dall'amarigua' dell'indirizzo di omaggio e di saluto pronunziato dal capo di un villaggio tigrino al giungere delle truppe italiane. Parole che, nella loro semplicita', dimostrano come le popolazioni del Tigrai, abbiano accolto e salutano l'avanzata dei soldati d'Italia, apportatori di liberta', progresso e civilta'.
Intelligente, sveglio e comprensivo, il tigrino ha subito compreso l'importanza dell'occupazione italiana e i vantaggi che questo reca e rechera' nella regione liberata definitivamente dal regime feudale instauratovi dai ras, vere sanguisughe umane. Ed il soldato italiano e' stato accolto, non come il conquistatore temuto, ma come il liberatore accolto.




Dopo i primi giorni di occupazione, vinte le riluttanze inevitabili dell'una e dell'altra parte, una corrente di viva simpatia si e' stabilita tra italiani ed indigeni. Per la prima volta nella storia delle conquiste coloniali, non vi sono ne' padroni, ne' servi, ne' dominati, ne' dominatori nella terra abitata da uomini di colore e conquistata da europei. Vi sono solo uomini, uomini di razze diverse, e tanto dissimili l'una dall'altra, che si comprendono e si apprezzano a vicenda. E l'una razza, conscia della superiorita' dell'altra, accetta con gioia il governo di chi sa atto a liberarla dal giogo della schiavita', della minaccia e delle poverta' fisica e morale.
Il soldato italiano, "l'uomo che sa tutto", come dicono gli indigeni, ha, in pochi giorni, mostrato alle retrogradi genti del Tigrai la volonta', la capacita' e la potenza di quella razza, atta piu' ogni altra a redimere terre e uomini.
Le nuove vie di comunicazione aperte con titanico sforzo dalle truppe di occupazione, gli impianti idriciinstallati dalle sezioni del Genio, le rudimentali ma sane costruzioni in pietra erette a ricovero dei soldati nelle localita' piu' disagiate, gli ambulatori sorti come per incanto tra il verde delle boscaglie e delle praterie ed i viveri distribuiti in gran copia ai piu' bisognosi, hanno dimostrato agli indigeni come, sotto un buon governo, si possono attraversare monti e valli con rapidi e comodi mezzi di trasporto; come sia possibile dissetarsi senza dover rubare ai vermi e ai ranocchi l'acqua stagnante dei malsani fossi; come sia possibile costruire abitazioni molto piu' comode, piu' spaziose e piu' sane delle anguste, oscure e luride capanne di fango e paglia; come si curano e guariscono le malattie, anche le piu' terribili, senza che sia necessaria l'opera degli stregoni (opera inumana, talvolta crudele e sempre inutile); e come si possa, se vinti dall'indigenza, sfamarsi, senza l'umiliazione di stendere la mano ai passanti.
Ed il tigrino, che vede, apprezza e considera, ripete con i suoi capi: Dio vi ha mandati, Dio e' con voi. Ed io sono con voi.

Commercio e scambi
Piu' che agricoltore, piu' che pastore, l'abitante del Tigrai e' un commerciante nato. La vora la terra, e' vero, e conduce le mandrie al pascolo, ma solo per quel tanto che e' necessario ai suoi bisogni molto limitati e, fino a ieri, alle un po' meno limitate esigenze dei ras e dei signorotti abissini. Quando pero' gli si aprono orizzonti per commerciare, all'indolenza rivelata nell'agricoltura e nella pastorizia, subentra una pronta ed alacre attivita', e l'intelligenza della gente tigrina si rivela in pieno.
Al nostro giungere, appena stabiliti quei rapporti di cordialita' dei quali ho parlato, e' stato un sorgere di mercati e mercanti improvvisati che ci hanno meravigliati per la loro prontezza nel fiorire sempre piu' numerosi.
Prodotti del suolo, dai piu' comuni legumi ai piu' rari frutti esotici, prodotti della pastorizia, dal belante capretto al saporito burro, pollame, uova, caffe', zucchero, the', tabacco e tutta una lunga serie di merci piu' avanzate sono state oggetto di compravendita tra i soldati e i mercanti indigeni.
Contrattazioni lunghe e laboriose, discussioni interminabili...ed incomprensibili, dato che l'italiano non ha nulla in comune con l'amarigua', richieste clamorose ed offerte da donnicciole del popolo, sospetto di imbroglio reciproco e l'ignoranza sul valore del tallero da una parte, e su quello della Lira, dall'altra, minacciarono nei primi giorni di porre termine ad una attivit' commerciale appena sul nascere. Ma l'intervento dei nostri sempre gentili ascari che si offrirono spontaneamente come interpreti servi' ad apianare gli ostacoli ed aprire la via alle vendite e agli acquisti. Poi, come sempre avviene, con il subentrare della fiducia, le contrattazioni divennero meno lunghe, le discussioni si resero comprensibili ed il valore del tallero e della lira conosciuto...e considerato, tanto da rendere inutile l'ulteriore intervento degli interpreti.
Con il commercio sono fioriti gli scambi. Scambi inverosimili per la loro natura e, se non si pensasse che avvengono sotto il cielo dei tropici, quanto mai insensati. L'indigeno ama tutto cio' che e' luccicante e risplendente, si adorna e adorna la capanna con stoffe colorate e con gingilli semplici e senza valore purche' lucenti e di effetto.
Cosi' per un piasco vuoto si sono avuti e si hanno due polli; per due bottoni di ottone una dozzina di uova; per un vecchio elmetto coloniale di tela e sughero, un giovane capretto; per un fazzoletto di seta multicolore una stoia di legumi; e, tempo e spazio permettendo, si potrebbe continuare ancora per un bel po'.
Un articolo poi, che si potrebbe scambiare per una merce di gran valore, e' l'ombrello. In Abissinia, e particolarmente nel Tigrai, non vi e' maggior segno di eleganza e distinzione del modesto e abbastanza ingombrante ombrello. E per uno di tali oggetti, ogni indigeno fornito di un po' di amor proprio, pagherebbe un occhio della testa. Ho ragione di credre, che per uno di quegli immensi parapioggia verdagnoli, ambizione dei nostri vecchi contadini e mercanti di bestiame, il tigrino raffinato e, secondo il proprio modo di pensare, all'altezza dei tempi, darebbe, se non proprio tutto il suo avere, almeno una parte di questo e cioe', a seconda dei casi e delle possibilita', un vitello da latte, sette o otto capre o...la figlia piu' giovane.
Disgraziatamente il fante non porta l'ombrello...Ma i commercianti italiani sono avvisati: ombrelli verdi in Abissinia, per i "gaga' " e gli elegantoni. Ed ombrelli, possibilmente metallici e blindati, per il Negus e compagni.

Capanne e villaggi
Niente di piu' triste e, si scusi il termine, ributtante di una capanna. Di una di quelle capanne dove gli indigeni vivono e vegetano. Poche manciate di fango e pezzi di legno marcito formano le pareti di quelle tane che, per quanto possa sembrare impossibile, servono di abitazione a creature di Dio.
Soffitta e tetto sono tutto un ammasso di paglia e di sterpi secchi. E qui nidificano uccelli rapaci e grossi topi ed una infinita' di altri animali ed animaletti che e' preferibile non menzionare.
L'interno della capanna non puo' paragonarsi a quello della stalla, poiche' i nostri stallieri se ne offenderebbero. Ed a ragione. Un odore nausante, un ammasso di stracci di colore indefinito ed un assieme misero e bestiale colpiscono l'olfatto, la vista e il cuore dell'europeo, che ha il coraggio di entrare in uno di questi miseri tuguri.
Poche stuoie di canna d'india, alcune bracciate di paglia putrida in funzione di giaciglio, vasi ed anfore di terra cotta, insieme ad un ammasso di stracci e poche cianfrusaglie...decorative, costituiscono l'arredo del "tucul", della casa dei "cristiani" del Tigrai.
Miseria, sporcizia, oscurita' e mancanza d'aria. Niente altro nella misera capanna del tigrino. Nient'altro all'infuori di una fiammella di luce divina che brilla in ognuna di queste tane. Una fiammella che da' un'impronta di umanita' a questi covi da bestie: la Croce di Cristo. Un ricco crocefisso d'argento, pendente da una delle pareti, ricorda al visitatore che il "tucul" dell'indigeno non e' una tana da fiere, ma una casa di creature umane, che attendono da tempo, e stanno ormai per sentire suonare, l'ora della redenzione.
L'esterno della capanna e' un ammasso di letame, di sporcizia e di avanzi fetidi. Dieci, venti, cento capanne formano un villaggio. Ed un villaggio e' un covo di infezione, un focolaio delle piu' terribili malattie. Bisogna vederli questi villaggi, bisogna internarsi tra il dedalo delle capanne, occorre vincere la ripugnanza e spingere la testa oltre l'apertura del "tucul", per comprendere come vivono queste genti, che sono tra le piu' civili dell'Impero Etiopico!
La sporcizia che abbonda nei villaggi e nelle abitazioni si mostra, con tracce anche troppo eveidenti, pure sui capi e sugli abiti degli indigeni.
Particolarmente le donne e i bambini sembrano seere a digiuno di ogni piu' semplice nozione di igiene e dimostrano di non sapere e di non aver mai saputo che l'acqua, oltre a cucinare e a dissetare, puo' servire anche per lavare le carni ed i cenci che le ricoprono.
Abbiamo veduto indigeni dar segni di sorpresa nel vedere dei soldati prendere un bagno nella acque di un fiume. E bambini piangere e gridare al solo tentativo di far loro tuffare le nere manine in un bacile colmo d'acqua pura e limpida.
Episodi questi che danno a avedere lo stato di incivilta' e di quasi ebstialita' di un popolo, che i pacifisti, per partito preso, vorrebbero condannare a rimanere tale...in omaggio alla civilta'.

Primi segni di romanita'
Pochi giorni di occupazione italiana sono pero' serviti, se non a cambiare del tuto la mentalita' degli indigeni (ce ne vorra' del tempo, prima che civilta' possa aver fatto presa nelle menti di queste genti), almeno a fare ad essi apprezzare i primi vantaggi del vivere civilmente e dell'igiene.
Gli accampamenti militari, sparsi un po' ovunque nel Tigrai, dal Mareb a dal belesa fin sulle linee avanzate, sempre puliti e ben tenuti come dei giardini, hanno spinto gli indigeni a vincere l'inata indolenza e dedicare alcune ore del giorno alla pulizia e alla messa in ordine dei propri villaggi. e, sempre per spirito di emulazione, i tigrini si sono dati da fare per allargare le strette mulattiere e gli impraticabili sentieri, che da valle per i monti conducono alle loro...abitazioni.
Ed i fiumi hanno ospitato nel loro letto i corpi di tanti e tanti bambini ed adulti, non piu' timorosi delle acque, ma bensi' desiderosi di queste come sono desiderosi di apprendere e mettere in pratica tutti i vantaggi che la civilta', portata in queste terre dalle legioni della nuova Italia, mostra ai loro occhi sempre e sempre piu' spalancati dalla sorpresa e dal piacere.
E, riconoscenti, dimostrano, come possono la loro gratitudine. Sia, seguendo l'esempio dei soldati e lavoratori per dare al loro paese una nuova improta - impronta di romana civilta' - sia offrendo i doni piu' svariati alle truppe ed ai comandanti di queste e sia dimostrandosi gentili, cortesi ed ubbidienti in ogni circostanza.
Al primo giungere delle truppe, i rari indigeni che incontravamo lungo le piste carovaniere e su per gli scoscesi sentieri montani, atteggiavano appena un cenno di saluto e pronunziavano quasi a fior di labbra il rituale: "Salam!"
Oggi, invece, sia un reparto in marcia o sia un solo soldato che incorcia lungo la via uno o piu' indigeni, il saluto e' franco, spontaneo e detto ad alta voce da labbra atteggiate al migliore dei sorrisi: "Salute, italiano. Dio e' con te!"
E le braccia si alzano e di tendono nel saluto romano; braccia di donne, di uomini e di bambini, nere come le nostre "fiamme" e salde come i nostri pugnali, dicono con un sol gesto al mondo intero che le aquile di Roma hanno gia' impresso con i loro rostri delle orme indelebili nella terra che fu ieri dei barbari e che oggi e' dominio della civilta' e del progresso.

Dino Corsi

http://www.97legione.siena.it/