domenica 13 gennaio 2013

Il Telegrafo del 26 luglio 1936
Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda (II parte)


( II )



Santa caterina da Siena

A circa 40 chilometri da Adigrat, dove la strada biforca per proseguire con il suo ramo principale verso Macallè e con quello secondario verso la impervia zona del Tembien, teatro delle gesta gloriose e del sacrificio dei legionari della "28 ottobre" e del "Gruppo Diamanti" prima e di quelle della camicie nere della "23 Marzo" , dei fanti e degli artiglieri della "Sila", degli alpini della "Custeria" e delle fiamme gialle della R.G. di Finanza, poi, è Enda Teclaimenot, la località ove per cento giorni sorse quel modello di ospedale da campo, che era il "185 - Benito Mussolini", diretto dall'On.le Giorgio Alberto Chiurco.
Per oltre tre mesi, il Deputato senese, il chirurgo in divisa militare, il capo spirituale dei volontari senesi, ha qui svolto la sua opera di bene e di umanità. Giorno e notte, nei momenti in cui fermeva la battaglia, l'Ospedale "Mussolini", mercè la volontà del Direttore, ha funzionato come non era nemmeno lecito sperare. Le operazioni più difficili, gli interventi chirurgici più ardui, tuto quanto insomma si sarebbe potuto effettuare in una delle meglio attrezzate cliniche d'Italia, è stato miracolosamente effettuato qui, in pieno deserto africano, tra i quattro teli, spesso sbattuti dal vento, di una tenda "Lazio".
E non sempre, meglio, quasi mai la calma e la tranquillità necessarie potevano regnare nell'ospedale. Il pericolo che incombeva sulla Region, gravava tra l'accampamento ospedaliero e molto spesso, mentre il chirurgo operava nella tenda di medicazione, i militari dell'ospedale dovevano impugnare le armi per prevenire sorprese, e, talvolta, per respingere assalti di gruppi avversari.
Soltanto Iddio, l'On. Chiurco e i suoi collaboratori sanno quante vite umane siano state strappate alla morte nell'Ospedale "185". E nessuno saprà mai quanto bene sia stato fatto tra le tende del "Benito Mussolini". Bene ai corpi e bene agli spiriti, perchè mentre la mano o la scienza del chirurgo operavano il miracolo di vincere il male, la fraterna parola pervasa di fede fascista e di grande umanità, dell'uomo politico serviva a rinfrancare gli animi, a riportare la calma nei cuori agitati e di dare agli infermi quel senso di tranquillità, necessario quanto i farmaci.
L'Ospedale "Benito Mussolini" ha da oltre un mese levate le sue tende. Ma l'On. Chiurco ha voluto, che ove sorgevano i candidi rossocrociati baracconi, sorgesse un nuovo segno di bene e di umanità. Un tempio cristiano, dedicato a Santa Caterina da Siena fu eretto dal personale dell'Ospedale, in memoria dei senesi caduti in A.O. E la chiesetta, la prima chiesa cattolica sorta nel territorio etiopico e dedicata alla più italiana delle Sante, alla più santa delle Italiane, è lì, bella nella sua semplicità e di fronte al sanguinoso Tembien a ricordare il sacrificio dei fratelli Caduti e l'opera fatta pur'essa di sacrificio, di un figlio di Siena, che in guerra come in pace, ha voluto e saputo degnamente onorare la Città della vergine e di Santa Caterina.
La macchina che ci porta passa velocemente davanti alla chiesetta. Facciamo segno all'autista di fermarsi, ma egli non bada a noi. E' militare, ha fretta, deve far correre l'autocarro.
Per alcuni minuti vediamo la grigia costruzione piantata su, alla somità del poggettoche guarda la piana ove sorgeva l'ospedale. La vediamo bella, tanto bella, così com'è, piccolina e baciata dal sole, la chiesetta della nostra Santa, il santuario dei nostri morti. I nostri occhi fissano commossi la facciata, la porta chiusa ed attendono che si compia un miracolo, che si spalanchino i battenti, che la Santa scenda dall'altare e ci venga incontro alla testa della schiera degli Eroi...
Ma la macchina vola, la strada ora discende e, lentamente, la schiera scompare ai nostri sguardi.
Non la vediamo più, ma la vedremo ancora. Passeremo di qui quando sarà il momento del ritorno in Patria. E, passando, ogni senese porterà con sè un fiore. Ed i fiori, lanciati dagli autocarri in corsa, cadranno sulla soglia del tempio e saranno tanti fiori, centinaia e centinaia, fiori delle ambe, delle selve, delle pianure e dei sentieri montani. Fiori della nostra fede per la Santa, e per i martiri immolatisi gloriosamente ieri e vivi sempre nel ricordo e nella riconoscenza degli italiani.

Verso Amba Alagi

Giungiamo presto ad Enda Jesus: è da poco mezzogiorno. Salutiamo l'autista, che non prosegue oltre e, dopo aver mangiato due bocconi in fretta, ci mettiamo in cerca di un mezzo di trasporto.
Ancora una volta la fortuna ci assiste. Un autocarro "34" carico di legname da costruzione, sta per partire alla volta di Dessiè. Approfittiamo dell'occasine e ci arrampichiamo su per le tavole e le asi, cercando di accomodarci alla meno peggio e procurandoci dei sostegni contro gli eventuali traballamenti.
Si parte. La marcia è lenta. I 140 quintali garvano sulle quattro ruote e non consentono eccessive velocità.
Attraversiamo il campo d'aviazione, passiamo il ponte di ferro gettato sul Calamirò e cominciamo a salire verso passo Dogheà. Alla nostra destra lasciamo l'Amba Aradam. Il massiccio che vide cinque mesi fa lo sforzo titanico del nostro esercito, che fu testimone della valentia dei capi e del coraggio e della resistenza dei soldati italiani, la montagna che fu scalata, vinta ed espugnata dai legionari della "23 Marzo" si presenta ai nostri occhi sotto una veste insolita.
Eravamo abituati a vederla come una fortezza, la ricordavamo come un'immensa fiaccola accesa dai mille fuochi di guerra, e a mirarla così, l'Aradam, semplice nel suo aspetto di pace, tranquilla, come un buon gigante addormentato, non ci sembra più essa. Saranno idee, sogni forse, ma francamente ci piaceva di più prima, nel febbraio, quando da tutti i fianchi eruttava fuoco, tanto fuoco che neppure l'acqua piovente dal cielo era capace di spegnere. Tanto fuoco che fu però spento col ferro e col sangue...
Passo Dogheà è superato facilmente. Rapidamente si discende e si raggiunge la piana di Selicot. Laggiù, non si vede, ma si immagina, tra le nubi è Amba Alagi. La strada è piana. Il "34", malgrado il carico, fa ora i suoi bravi 20 km all'ora. Non si può dire di correre, ma considerata la spesa, possiamo essere contenti così...
Gli ascari sono ancora con noi. Silenziosi, rannicchiati l'uno vicino all'altro, avvolti dalla testa ai piedi nella mantellina, non fanno parola. Guardano la strada che ci lasciamo alle spalle e, mi pare, la guardano con nostalgia. Anch'essi hanno famiglia. Partendo, dopo la licenza, hano lasciato mamme, spose e figli. Sono uomini e come noi, come tutti gli uomini, hanno un cuore che ama e che forse palpita di nostalgia per la capanna semi nascosta tra i palmizi di Cheren. Domani questi fedeli soldati, raggiunto il loro battaglione, non sentiranno più la nostalgia della capanna, perchè torneranno a sentire quella più forte della guerra.
Per l'aascaro la guerra non termina mai. Uomini nati per l'azione, anche in pace conservano il loro spirito bellico ed attendono sempre il momento di menar le mani. Momento che, in colonia, prima o poi, non viene mai a mancare.
Ci avviciniamo ad Amba Alagi, mentre dall'alto del Passo Torelli, grosse nubi scendono minacciose verso di noi.
Anche oggi, come ieri, come domani, Giove Pluvio non manca ai suoi impegni. Grossi goccioloni, grandi come talleri di Maria Teresa, cominciano a cadere. In fretta sciogliamo gli attendamenti e ci avvogliamo nelle mantelle, nelle coperte e nel telo tendo. L'acqua cade ora a dirotto. Il nostro autista ferma la macchina ed esce dalla cabina di guida per dirci di pazientare che presto saremo ad Enda Madani ove troveremo riparo.
Infatti, non sono ancora completamente bagnati gli indumenti che ci ricoprono, che giungiamo nei pressi del bosco sacro, poco distante dal luogo che vide l'eroico sacrificio del Maggiore Toselli. La notte si avvicina e con il temporale che infuria sarebbe pazzia tentare di valicare l'Amba Alagi, perciò decidiamo di pernottare ad Enda Madani.
Gli ascari, impassibili ed incuranti della pioggia, si stendono sotto l'autocarro, l'autista si accomoda in cabina e noi - sono con due senesi, un fiorentino e un bolognese - partiamo in cerca di alloggio.
Ci dirigiamo verso un accampamento che sorge a pochi metri dalla strada e cerchiamo dei paesani. Il bolognese trova subito un concittadino, poi è la volta del fiorentino a mettersi a posto ed infine, quando tutte le speranze di incontrare un senese sembrano perdute, mi sento chiamare per nome. Mi volto di scatto e non posso nascondere la sorpresa di vedermi davanti, in divisa cacki, colui che immaginavo a Siena, in cappa nera, seduto al tavolo dell'ufficio di amministrazione di una fabbrica di dolci. Tu! In Africa!
- Già...Io. In Africa. Non lo sapevi?
- No..Ma meglio così. Anche te sei al tuo posto e più che siamo...
- Meglio si sta!
Mi prende e mi trascina nella sua tenda. I miei compagni devono aver certo trovato altri concittadini perchè non mi seguono. Il mio amico, furiere di una compagnia del battaglione speciale della "3 Gennaio" mi assedia di domande di ogni genere, io rispondo, poi domando a mia volta, e via di seguito. Succede sempre così quando ci incontriamo con conoscenti.
Poco dopo giungono i miei compagni, insieme ad altri, scovati tra il groviglio delle tende. Siamo in sei sotto la tenda del furiere, sei senesi, sei amici, sei giovani e, tre dei sei, non hanno ancora cenato.
E' già notte, ma il furiere non tarda ad impiantare la tavola. Pagnotte, scatolette di minestrone, scatolette di carne, e noci. Mancherebbe un pò di vino...ma il furiere, sempre lui, se ne esce misteriosamente dalla tenda e misteriosamente vi rientra poco dopo con tra le mani un fiasco, dico un fiasco Chianti classico. Dove mai sia andato a pescare il vino nessuno potrebbe dirlo. Fuori piove, è notte, e lo spaccio più prossimo è almeno a 20 chilometri. Io - opinione strettamente personale - dubito seriamente che la mensa ufficiali del battaglione abbia fatto le spese alle nostre, moderata libagioni. Ma lasciamo correre, come diceva Tafari...
In quattro e quattr'otto consumiamo la cena, vediamo il fondo del fiasco e ci disponiamo per il riposo. Io rimango nella tenda del furiere, gli altri saranno ospitati dai due concittadini.
Il mio amico mette a disposizione la sua branda.
- Io, mi dice, dormirò sopra alle casse. Vorrei non permettere il sacrificio, ma come si fa, dopo quindici mesi, a resistere alla tentazione di sdraiarsi completamente nudi tra due candide lenzuola?
Senza complimenti, dunque, accetto l'offerta ed, egoisticamente, mi affretto a prender possesso del giaciglio. Poche parole, un "buon riposo" reciproco, un soffio alla candela e dormiamo, cioè io dormo, lui no, perchè, sarà passato un quarto d'ora, mi sento chiamare sonoramente: Corsi...Corsi...
- Che vuoi?
- Dormi?
- No...ma dormivo.
- Scusa. Volevo domandarti una cosa. Lo sai chi ha vinto il Palio?
- No. E tu?
- Nemmeno..chi l'avrà vinto?
Chi l'avrà vinto? Non lo so. So solo che non si dorme più, ormai, per una buona oretta. La discussione riprende e si dilunga. E gli argomenti son sempre quelli: Palio, contrade...
Dopo aver esaminate tutte le probabilità di vittoria dell'una e dell'altra contrada, decidiamo di buon accordo che ha vinto...il primo e ci addormentiamo. Seriamente, questa volta. Dormiamo...e sogno.
Sogno - e chi non lo sognerebbe? - il Palio, Siena, la Piazza del Campo, le contrade...Mi vedo tra la folla, presso ai cancellati; odo il rullar dei tamburi, scorgo il canape che cala, i cavalli che partono a correre...Il cuore che si stringe dall'emozione, non respiro più. Via!...Via!...Forza!...Il cuore pare voglia spezzarsi tanto batte forte...Qualcosa di umido mi bagna la guancia...Mi desto. Lacrime? Macchè!
Un forellino, proprio lassù al centro del telo, lascia passare una gocciola dietro l'altra. E, una dietro l'altra, le gocciole mi piombano sulla faccia.
E mia ha svegliato, quest'acqua maledetta, proprio sul più bello mi ha svegliato! Ha rotto l'incantesimo, forse per non farmi troppo scalmanare in Piazza e darmi modo di essere in piedi, fresco e riposato, domattina, all'alba.

(continua)


Dino Corsi

Il Telegrafo del 25 luglio 1936
Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda (I)

( I )

Uoldia, luglio
Soltanto nove o dieci mesi fa, un viaggio da Asmara al villaggio di Uoldia sarebbe stato cosa quantomai difficile, pericolosa, ricca di imprevisti e di incognite ed avrebbe richiesto non meno di una cinquantina di giornate di marcia per essere portato a compimento. L'anno scorso nel mese di luglio poi, con le "grandi piogge" in pieno sviluppo, anche il viaggiatore più ardito e più pratico della Regione che attraversava avrebbe dovuto rinunciare all'impresa ed attendere la stagione più propizia per iniziare il suo cammino attraverso l'altopiano etiopico.
Oggi invece (e le piogge cadono con la stessa violenza dello scorso anno) si può, dalla capitale della nostra colonia primogenita raggiungere, in soli tre giorni, e forse anche in meno, l'agglomerato di tucul che costituisce l'importante centro della zona dei Galla-Amharici. Basta avere a disposizione un'ottima vettura da turismo, un autista un tantino audace - e gli autisti in A.O. non mancano nessuno di una buona dose di auducia - per poter compiere il prodigioso e quasi incredibile balzo di oltre ottocento chilometri dall'Eritrea ai confini dello Scioa.
Noi - io ed alcuni miei camerati della "23 Marzo" - viaggiando su "mezzi di fortuna" ne abbiamo impegnate poco più di cinque di giornate per andare da Asmara a Uoldia, usufruendo oggi di un autocarro mliitare e domani di un "34" civile. Siamo giunti a destinazione con le ossa un pò rottte, ma in perfetta salute ed entusiasti di un viaggio straordinario e straordinariamente interessante e nuovo.
Albeggia quando usciamo dalla baracca del comando di tappa, ove abbiamo trascorso la nostra ultima notte amarina, e ci portiamo al posto di blocco. Piantato al centro della strada, un milite della Benemerita "blocca", meglio di ogni freno, tutte le macchine che vanno e vengono dalla città. Rapida verifica dei documenti, e le vetture da turismo procedono velocemente. Gli autocarri invece, sono costretti ad una sosta più lunga. Cariche o no, le macchine devono ospitare un discreto numero di militari, di quei militari che si affollano ai margini dell'autostrada in attesa dell' "imbarco" che li conduca, quello ad Adua, l'altro a Macallè, un terzo a Dessiè, un quarto a Gondar ed un ultimo, magari, ad Addis Abeba.
All'invito del carabiniere, l'autista dichiara dove è diretto e quanti posti può avere a disposizione sulla macchina. Generalmente uno o due, ma spesso anche cinque, dieci o venti, a seconda del carico.
Lentamente, i soldati saltano al di sopra del cassone, si accomodano alla meglio tra i fusti di benzina, i sacchi di cereali, le casse di merci varie ed in mezzo ad ogni altro genere di colli, contenenti le merci più svariate. Improvvisano sedili con gli zaini, con le mantelline e con quant'altro può fungere da soffice cuscino e si preparano alla scorrazzata. Gli ascari, generalmente, sono i primi a mettersi a posto, specialmente se il carico è molto alto. Si arrampicano su come scimmie, trascinandosi dietro il loro fardello inverosimile nella forma e nel contenuto e, senza preoccuparsi delle scosse e dei traballamenti, prendono posto nella parte posteriore dell'autocarro, in quella parte cioè dove si "balla" anche quando la strada è perfettamente piana. "Noi, dicono essi sorridendo, stare contenti perchè ballare fantasia con automobile". E chi si contenta gode! Integrato con gli uomini il carico di merci, la macchina riparte ed un'altra è già pronta, in attesa. Così per delle ore, tutte le macchine ed in tuti i numerosi "posti di blocco" dislocati lungo le varie autostrade, camionabili e piste rotabili.
La nostra attesa è breve. Siamo giunti da poco, che ecco arriva un camioncino "Ardito" del servizio militare. E' scarico, completamente scarico, e diretto ad Enda Jesus. Saltiamo sulla macchina, in due istanti ci accomodiamo e via! Con noi hanno preso posto otto ascari del 7.o Battaglione e due mercanti indigenti di Asmara.
Gli ascari, tutti della regione di Cheren, sono reduci dalla licenza e raggiungono i loro reparti, accampati nei pressi di Addis Abeba. Ci accompagneranno fino ad Enda Jesus e forse più oltre. I due mercanti sono diretti a Docomerè per affari e ci lasceranno fra breve.
La macchina fila veloce nel nastro di asfalto. Il terreno, leggermente il discesa, favorisce la velocità e le curve, numerose ma ampie e dal fondo ottimo, non sono di ostacolo al nostro rapido procedere.
Ai lati della strada i cespugli di fichi d'india formano una siepe folta e continua e rotta di tanto in tanto da una filata di alberi di pepe o da euforbie. Viaggiamo per mezz'ora fra il verde della vegetazione, poi le piante si diradano, scompaiono del tutto e lasciano il posto alla roccia nuda.
Ora la strada è tagliata nella montagna. Quando a destra, quando a sinistra, si aprono dei precipizi e degli strapiombi che ci fanno scorgere le valli sottostanti lussureggianti di vegetazione.
In tre quarti d'ora giungiamo a Docomerè. breve sosta al "blocco". I mercanti scendono e se e vanno per i loro affari e noi proseguiamo lasciando la strada asfaltata ed internandoci su qualla cilindrata che porta al vecchio confine.
Attraversiamo Docomerè, questa immensa città di abarcche, di cantieri e di macchine, formicolante di uomini e pulsante di attività, ed affrontiamo le prime salite sulla via di Saganelti.
Pochi operai e molti soldati lungo il tracciato stradale. Ovunque si lavora, si costruisce, si crea. Baracche in legno e lamiera, baracconi, palazzine e villette in muratura, ponti, acquedotti e ogni altro genere di lavori in costruzione contrassegnano la zona. A saganelti, autoparchi civili e militari, officine, depositi e cantieri. Il tutto intramezzato da orti e da giardinetti, che fanno intravedere, attraverso la barriera degli alti alberi che li cingono, il candore delle fresche insalate, gli uni, e l'iride dei loro fiori, gli altri.
Adi Cherè, piantata sulla sommità di una collina che domina la valle di Senafè, ci appare come uno dei nostri villaggi montani. Costruzioni in muratura all'europea, strade rudimentalmente selciate, una bella piazza al centro e, nella piazza, la Casa del Fascio, la palestra dell'O.N.B., la farmacia, il caffè, il ristorante...Manca soltanto la "filarmonica del paese" per completare il quadro strapaesano, Ma non manca la musica. Ed è una musica soave, gentile e commovente: il gorgheggio di tanti bambini, figli di residenti, che, uscendo dalla palestra, si sono sparsi per la piazza e disseminati per le vie, portando un'onda di freschezza in questo bruciante pomeriggio africano.
Quasi a malincuore ci allontaniamo da Adi Cherè e lasciamo alle nostre spalle la troppo rapida visione della Patria lontana. La strada discende quasi a precipizio. Si scorgono i roccioni di Senapè, che furono testimoni delle gesta dei nostri padri e salutarono una delle più belle vittorie italiane della campagna '95 - '96. Alla sommità del roccione principale, un maso colossale che sembra staccato dalla montagna e lanciato a valle da mano ciclopica, si erge la Croce, eretta a memoria dei padri caduti per la conquista della Colonia. Il braccio destro del simbolo cristiano si protende verso occidente, come ad indicare la via di Roma, quello sinistro guarda ad oriente, e sembra una freccia puntata là, per indicare il cammino da compiere, ieri, già compiuto, oggi.
Scendiamo appena giunti alla trattoria, impianata all'inizio del villaggio nazionale. Il villaggio indigeno è un pò distante dalla strada e comprende alcune centinaia di capanne a orma cubica dalle pareti di pietra murata con sterco animale ed il tetto di paglia e fango disseccato. Quello nazionale non è un villaggio vero e proprio, ma piuttosto un vasto accampamento ed abbaraccamento. Tutta la piana di Senafè è coperta di capannoni, da tende multiformi e da baracche. Qui, oltre al consueto autoparco, alle officine, ai depositi ed ai vari impianti dell'Intendenza A.O. e del Comando truppe, sorge un importante centro ospedaliero, capace di varie centinaia di letti ed attrezzato modernamente per la cura di ogni genere di malattia.
Il clima, a Senafè, come a Cheren, a Dacomerè e a Malabar, luoghi prescelti per l'impianto di ospedali, l'aria è ricca di ossigeno e la pioggia cade con meno violenza che nelle altre Regioni.
Ci fermiamo un'oretta in trattoria, ove consumiamo il "prezzo fisso" (lire 13,50: minestra, carne con verdura, pane e caffè) e poi proseguiamo per Adigrat. Il cielo si è rannuvolato, un leggero venticello comincia a soffiare. Tra poco avremo la pioggia, la "grande pioggia".
La macchina corre per il piano, mentre cominciano a cadere le prime goccie. Siamo ormai al vecchio confine. La località da dove la colonna Santini, operante all'ala sinistra del fronte nord, iniziò la notte dal 2 al 3 ottobre, la marcia vittoriosa, è segnata da un cippo marmoreo scolpito dai fanti della "Sabauda" e ivi posto a ricordo della prima marcia verso la conquista dell'Impero.
Il temporale si è completamente scatenato, rovesciando torrenti di acqua, quando arriviamo ad Adigrat, luogo prescelto per la sosta notturna. Il sole esce ancora di fra le nubi a porgerci il suo morente saluto, prima di coricarsi, e poi scompare per lasciare il psoto alla prime ombre della sera.
Adigrat è il primo anello della poderosa catena che unisce ormai definitivamente l'Eritrea all'Etiopia. In un conca ricca di verde e circondata da montagne rocciose e brulle, il villaggio, dominato dal forte e dai fortini, si mostra all'occhio del'osservatore, come un ammasso di giganteschi cubi bruni al centro dei quali si alza imponente la mole, quasi artistica, del ghebì del capo.
I reparti nazionali, automobilisti, meccanici, elettricisti del Genio, artiglieri del deposito munizioni e camicie nere, sono scaglionati nei pressi del villaggio, intorno alle baracche del comando di tappa. Troviamo tra i militari molti toscani e tra questi due senesi. Un geniere e una camicia nera del "Gruppo Diamanti", entrambi vecchi conoscenti a Siena e in Africa. I concittadini ci ospitano nella loro tenda, ci offrono una buona cena, che noi contraccambiamo con un paio di fiaschi di Chianti, al vicino ristorante (una baracca di vecchie casse vuote e latte di petrolio) e mangiamo, beviamo, non tralasciamo la tradizionale cantata, particolarmente di prammatica essendo proprio il 2 luglio, ed infine ce ne andiamo a riposare, in attesa dell'alba e della ripresa del viaggio.

(continua)


Dino Corsi




Il Telegrafo del 12 luglio 1936
Campane dell'Asmara

Asmara, giugno

Dopo tre giorni di viaggio, fatto con i svariati mezzi di trasporto, che vanno dalla elegante e aerodinamica "berlina", alla ballerina autocarretta, tramite i camioncini "Ardito" ed i potenti "34", si giunge finalmente all'Asmara, alla città dei sogni e di tutti i desideri.
Sosta al punto di tappa, verifica dei documenti, della "bassa", dei fogli di via e dei permessi. Occhi che scrutano, bocche che interrogano ed infine il sacramentale "potete andare" ci lancia sul vialone alberato, che dalla periferia porta al cuore della capitale eritrea.
Annotta. I globi elettrici fanno luccicare l'asfalto della strada; i fari delle macchine, che si rincorrono veloci, accecano, confondono e fanno barcollare lo "scarpone" che viene da lontano centinaia e centinaia di chilometri e, come in un sogno, si trova trasportato in una città civile, lui che da un anno vive tra gente selvaggia e primitiva, a stretto contatto con la natura più ostile.
Ma laggiù tra un luccichio di mille luci - chè l'Asmara si è già ammantata della sua veste notturna - si profilano le sagome di tanti palazzi, si innalza maestosa la torre della cattedrale, si spande e si diffonde lontano il rumore della civiltà e della vita.
Laggiù, in fondo al vialone che sembra interminabile e chiuso dalle gigantesche piante che lo fiancheggiano, è la Città, la città europea, la città italiana, cone le sue donne bianche, i suoi negozi, i suoi cinematografi, le sue sale di divertimento...
Procede a stento lo "scarpone" sotto il peso dello zaino e sopra il soffice asfalto, che sembra voglia serrare i piedi in una tiepida morsa, barcolla, abbagliato, ad ogni lampeggiar di luce, ma va avanti nella notte che cala, va verso la città che ha ognato per tanti mesi, verso una vita nuova, verso il divertimento e il piacere...

Eccolo giunto, alfine! Si guarda intorno, osserva i palazzi, le ridenti villette e le strade luccicanti dai cento negozi.
Osserva l'andirivieni della gente: ufficiali di tutte le armi, "borghesi" in candidi abiti, signore e signorine elegantissime, belle, tutte belle, sono o sembrano le donne bianche dell'Asmara.
Ammirato, il combattente che viene dall'interno, si sofferma al centro di una strada. Nulla può smuoverlo, nulla può porre fine alla sua estasi.
Passa la folla e lo "scarpone" guarda. Guarda, osserva, ammira. Ad ogni passar di donna è un fremito...Da quanto tempo non vede egli le donne bianche? Da quanti mesi?...Ma ora è lì, all'Asmara, e le belle signore gli sono vicine. Lo sfiorano, quasi lo toccano. Soltanto - se ne accorge dopo un buon quarto d'ora - esse sembrano non curarsi di lui; le sue occhiate di fuoco rimangono senza risposta, i suoi sospiri non sonoraccolti da nessuna delle tante belle che passano. Perchè? Perchè? Si domanda. Gira gli sguardi intorno, come a cercare una risposta. E la risposta gli viene immediata da una "ronda" che passa vigilante:
- Ehi, voi militare, cosa fate?
- Io...,balbetta confuso, io ho il permesso.
- Va bene, dice il sergente, dopo aver esaminato il foglietto firmato e bollato, ma non è detto, che perchè avete il permesso, ve ne stiate qui, in centro, in codeste condizioni.
- In quali condizioni, scusi?
- Stracciato, lacero, con la barba di due settimane e carico al pari di un mulo...Via! Circolate!
La "ronda" si allontana. Egli pure si muove, si porta al lato di una strada. La vetrina di un negozio gli rimanda la sua immagine. E si vede così com'è, come ha detto il sergente: i pantaloni sbadigliano ai ginocchi, l'unico bottone della giacchetta penzola per un filo ed esprime il desiderio di raggiungere i compagni, la barba - ma come non se n'è avveduto prima? - ha invaso tutta la faccia, come gremigna su di un terreno incolto, il casco, rincalzato e lacero agli orli della tesa, sembra un "panama" fuori uso. Realmente, si rende ridicolo, tanto ridicolo!
Lassù in linea no, non lo era ridicolo, perchè i suoi compagni erano tutti come lui, poco meglio o poco peggio, ma in città, all'Asmara, le cose cambiano.
Tra tante uniformi luccicanti, tra le molteplici eleganze maschili e femminili, egli fa davvero una figura meschina.
E si sente a disagio, il soldatino, lì, su quella strada troppo illuminata, tra quelle donne troppo belle, tra quei negozi troppo lussuosi. Comprende, un pò tardi (ha lottato tanto per ottenere la breve licenza e recarsi all'Asmara a respirare un pò d'aria...casalinga!) che quello non è il suo posto e desidera la sua tenda, la sua compagnia, i suoi camerati. Vorrebbe poter essere ancora laggiù, nella torrida piana di Cobbò, ove la vita è dura, si, ma tanto bella, perchè semplice, perchè umile.
La strada, la folla, le luci, lo apprimono ora. Vorrebbe fuggire, nascondersi...Ma dove?...Ecco, là, in quel caffè. Un tavolino appartato, un giornale, una bibita, una sigaretta: mezz'ora di calma riposante. Due passi ed è sulla soglia dell'esercizio.
Dieci specchi, dieci spine nel cuore, gli fanno intravedere una figura goffa, lacera, china sotto il peso di uno zaino di dimensioni spropositate e ridicolo, tanto ridicolo...
E nell'interno del bar, tante persone eleganti, sembrano sorridere ironicamente all'apparizione del lavero fante.
Un nodo lo prende alla gola. Piangerebbe. Ma non piange. Perchè "lui" non ha mai pianto. Fugge invece. Volge le spalle agli sguardi ed alle risatine ironiche, agli specchi, ai caffè e fugge verso quella stradicciola oscura, che si diparte da un lato della grande strada.
Le tenebre del vicolo lo accolgono nella loro solitudine. Lo "scarpone" respira ora. Nell'ombra si stente più forte, più sicuro di sè. Sorride amaramente della sua delusione e pensa seriamente al da farsi. Ripartire? Si, ma dove? Sino alla mezzanotte non parte l'autocolonna e sono appena le otto di sera. Come trascorrere le lunghe quattro ore? Dove andare? Cosa fare?
Improvvisamente, un suono dolce, soave, rompe il silenzio del vicolo oscure. Sono campane che suonano. Dapprima egli è sorpreso. Non crede ai suoi orecchi. Poi deve convincersi: i bronzi sacri delle cattedrale fanno echeggiare il loro suono di pace.
Ascolta, trattenendo il respiro. Finalmente prova in se qualcosa di...casalingo. E' commosso, tanto commosso che una lacrima, una cosina così come la perla, gli scende giù per una guancia.
Continua il dindolare delle campane ed echeggiano nell'aria i suoni di un dolce richiamo.
Lentamente lo "scarpone" si muove e si avvia. Per un istante le luci del centro lo abbagliano, ma egli procede sicuro e franco. Anche la sua immagine, riflessa dalle vetrine, gli sembra meno goffa...
Lo scampanio lo guida e giunge alla cattedrale. Confusa, indistinta, appare ai suoi occhi la mole rossastra del tempio cristiano.
Ma il suo suono giunge ai suoi orecchi sempre più distinto, sempre più invitante. Sale in fretta la scalinata, sorpassa una porticina che gli si schiude davanti ed entra nell'asilo di pace.
Il marmoreo impiantito risuona sotto il colpestio degli scarponi ferrati. Si sofferma per non far rumore; una rustica panca di legno lo invita. Si siede e rimane silenzioso a godersi la pace e la quiete, che dominano la chiesa.
Le campane, dall'alto del campanile, continuano a cantare la loro festosa canzone. Egli tace e, commosso più che mai, ascolta.
Un fraticello, bianco e silenzioso come la neve, si avvicina al soldato.
- Salve fratello!
- salute padrino!
- Venite di lontano?
- Si...tanto lontano.
- Ma voi piangete, Dio santo! Cosa avete, cosa vi accade fratello mio?
- Nulla, padrino. E' la commozione, la gioia...Sono le vostre campane che mi fanno piangere lacrime di contento...Perchè le vostre campane, le campane dell'Asmara sono come quelle del mio paese!
In silenzio, com'è venuto, il fraticello si allontana e lascia il soldatino alla sua commozione ed alla sua gioia casalinga.
E la campane continuano lentamente a fare din-don...


Dino Corsi

Il Telegrafo del 28 giugno 1936
Riposo a Macallè ed incontro con il vecchio amico Ailù Michael


L'avevo conosciuto, Ailù Michael, nel febbraio scorso, nella piana del torrente Gabat. Eravamo alla vigilia della grande battaglia dell'Endertà. La banda di Ras Gugsà era giunta da poco in linea e bivaccava in attesa di prendere posizione. Con pochi camerati della "23 Marzo" mi ero internato nel cuore dell'accampamento per conoscere da vicino i guerrieri di Macallè, che a distanza di poche dovevano dare la prima grande prova del loro eroismo.
Ailù Michael - un pezzo di diavolo nero alto un buon metro e ottanta - se ne stava curvo su un focherello, acceso tra due pietre con pochi sterpi secchi, e preparava il the. Ci offrì una tazza della calda bevanda. Accettammo, contraccambiammo con sigarette e simpatizzammo subito.
Il gigante nero fu di una cordialità e gentilezza senza pari. In un italiano imperfetto, ma abbastanza chiaro, rispose alle nostre domande e ci disse di sè, della sua vita, della sua famiglia. Aveva già servito l'Italia per cinque anni, in Liba come ascaro: orgoglioso, ci mostrò il suo foglio di congedo, esclamando: Sempre taliano io, mai bissino!
Ci lasciammo da buoni amici, con l'augurio di trovarci nell'Aradam al momento del combattimento. Pochi giorni dopo seppi che era stato ferito e mi recai a trovarlo all'ospedale da campo. La mia visita lo commosse, tanto che pianse dalla gioia. Volle che accettasi da lui un piccolo ricordo, una crocettina copta in argento, che si staccò dal collo e che mi consegnò dicendo: "Tu guaitana, mio grande amico. Croce cristiana porterà a te bene e fortuna, Ailù Michael tuo amico sempre!". Mi abbracciò e, segno di amicizia incancellabile, mi baciò dietro l'orecchio destro. Ci lasciammo con la promessa di vederci ancora ed ognuno seguì la sua via: io quella del Tembien, lui quella attraverso i vari ospedali da campo.
Il tempo e gli avvenimenti mi avevano fatto dimenticare Ailù Michael. Ma tornata la divisione al vecchio campo di Enda Jesus per un periodo di riposo, mi son visto comparire il mio amico, venuto dalla città fin su all'accampamento per cercarmi.
- Saputo stare qui "23 Marzo" e detto essere anche mio amico. Venuto a salutare e invitare mio tucul. Va bene?
Come non può andar bene e come no si può accettare un invito fatto tanto spontaneamente? Chiedo ed ottengo un breve permesso e partiamo.
Ailù Michael, premuroso e previdente, ha condotto seco due arzilli muletti. E le cavalcature ci risparmiano la sosta per l'attesa di un automezzo al posto di tappa. Strada facendo il mio amico mi narra le sue avventure di guerra; ed è uno spasso ascoltare le sue narrazioni, fatte con un linguaggio strano e fiorito e ricche di episodi gustosi, strani ed interessanti.
La strada passa senza che ce ne accorgiamo. Traversiamo la piana, discendiamo la collina dal lato del campo di aviazione e ci troviamo in città senza quasi avvedercene.
Sono le tre del pomeriggio. L'abitato è quasi deserto. Il sole cocente ha confinato gli indigeni nelle capanne, gli europei nei baracconi e le piazze e le viuzze, bianche di polvere e di luce, sembrano quelle di una cità morta.
Ma di tanto in tanto un'ombra esce da un tucul; uno sciamma sventola per alcuni istanti sulla strada, un uomo passa e scompare.In silenzio, come un fantasma. E poi è la volta di un'auto a rompere la solitudine, e con la solitudine il silenzio. Prepotente, il motore romba, la macchina passa veloce e solleva una nuvola di polvere, come a ricordare che la città vive e vive una vita veloce, moderna, italiana.
Dall'alto delle mura screpolate, le merlature del palazzo imperiale appaiono come una vecchia e sconnessa dentiera sorridente di gioia. Gioia per il miracolo che si compie, gioia per la città che rinasce.
E tuto rinasce, tutto rivive a Macallè. L'Impero Romano ha qui piantato le sue potenti radici e qui si vedono già le prime tracce della civiltà fascista. Non solo le strede, chè il miracolo delle vie di comunicazione si compiuto ovunque con l'avanzar delle truppe, ma le costruzioni edilizie, la rete telegrafica e telefonica, impianto perfetto con modernissimi pali metallici, i servizi sanitari ed igienici, gli ospedali, le scuole, i negozi, le officine, i cantieri, tutte le altre manifestazioni del lavoro e del progresso hanno fatto di Macallè un centro di prim'ordine, un punto di partenza per le future conquiste dell'Impero nel campo delle opere di pace.
La città riposa e tutto è fermo. Ma tra poche ore la vita riprenderà il suo ritmo travolgente, gli uomini torneranno alle loro fatiche, le macchine alle loro opere, su Macallè si leverà potente l'inno del lavoro, e fin dai più lontani "tucul" gli indigeni usciranno epr unire la loro fatica a quella degli uomini bianchi. Perchè a Macallè gli indigeni che non sono soldati hanno compresa l'utilità e la nobiltà del lavoro. E lieti e fieri, chinano le schiene, muovono le braccia e provvedono a sè stessi e ai loro figli con il sudore della fronte. E con il lavoro fino a ieri sconosciuto o sfuggito, nobilitano la loro Patria e si rendono uomini, uomini come noi, come tutti, e non esseri bestiali come lo furono fino al giungere dei soldati d'Italia, apportatori, con la civiltà e la libertà, del dono più bello: il lavoro.
Ailù Michael abita in una delle viuzze secondarie , che si partono dalla grande piazza di Macallè per perdersi lontano verso la piana. Entriamo, con il mio ospite, in un "tucul" ampio e discretamente arieggiato.
Una donna è intenta alla confezione della "borghutta". China sul mastello di pietra, impasta farina di dura e legumi con acqua. Il sudore che le cala dalla facia, della fronte e dal petto scoperto si mischia e si integra con l'impasto. Impassibile al nostro entrare, la massaia indigena prosegue in silenzio la sua fatica; le mani nere si muovono con rapidità tra la pasta bianca; ed il sudore, che a gocce cade nel mastello, sembra, ed è, il contributo di fatica dato al pane cotidiano.
- Quella è la mia donna, mi dice Ailù Michael. E dice "la mia donna", come direbbe il mio somaro, la mia giovenca...Nessuna meraviglia, perchè, purtroppo, la donna, la sposa, è per gli indigeni poco più o poco meno di un qualsiasi animale domestico. le sue mansioni, in seno alla famiglia, oltre a quelle naturali di madre, sono da serva e da persona di fatica. Lavora, la donna indigena, per sè, per i figli e, non di rado, per lo sposo.
Oltre alle faccende domestiche, provvede al bestiame ed al lavoro del piccolo appezzamento di terra, che ogni famiglia indigena possiede nei pressi del "tucul". Da ciò, da questo ammasso di mansioni domestiche ed extra domestiche, deriva il disinteressamento della madre per i figli. Ed i piccoli, privati dell'assistenza materna ed abbandonati a sè stessi, appena sono in condizioni di reggersi in piedi da soli, crescono come possono e come vogliono.
L'amico mi invita a sedere su di uno sgabelletto rudimentale fatto di tronchi di sicomoro. Mi accomodo meglio che posso sul primitivo sedile e giro gli sguardi intorno.
Le pareti della capanna - pietre rozze, murate con sterco animale - sono qua e là tappezzate da pagine a colori dei giornali illustrati italiani, raffiguranti episodi della guerra. Mi vien fatto di pensare alle botteguccie dei nostri ciabattini e sorrido al pensiero.
Tra le altre illustrazioni, sono in vista i ritratti del Re, del Duce, di Badoglio, di Graziani, e al opsto d'onore, quello di Ras Gugsà. In alto, nella parete di centro, il crocifisso copto. Il tutto messo là senza ordine e confuso ed intramezzato con i pochi arredi domestici che pendono da chiodi piantati nel muro: otri in pelle di zebù, zucche secche in funzione di vasi, cestelli e panierini di vimini e stracci che una volta furono bianchi pendono dalla parete tra la pagina della "Domenica del Corriere" con la conquista di Macallè, e quella della "Tribuna Illustrata" con la battaglia dell'Amba Aradam e tra l'effige di un personaggio celebre ed il massiccio crocefisso in metallo bianco.
L'ospite mi offre una tazza di idromele. Accetto per pura cortesia ed a stento butto giù l'aspra bevanda alcoolica, fatta con miele fermentato.
Usciamo all'aperto. Tra il "tucul" ed il muro di cinta della strada sono pochi metri di spazio libero. Due piante di pepe, due cespugli di fichi d'india ed un ciuffo di canne di bambù sono tutta la vegetazione del giardino del mio ospite.
Tra le piante corrono e cinguettano alcuni piccoli moretti. Sono i figli di Ailù Michael. cinque marmocchi seminudi, che scorgendo il babbo e il forestiero, interrompono i loro giochi e si fanno a noi dappresso.
- Buon giorno, guaitana!
Cinque vocettine, soavi e fresche mi salutano in un italiano perfetto.
- I piccoli, spiega il mio amico, vanno a scuola e parlano bene l'italiano. E cantano canzoni fasciste italiane.
Ad un cenno del padre, i cinque diavoletti si accingono a darmi la prova delle loro qualità canore.
Improvvisamente, mi sembra di essere trasportato in una delle nostre aule scolastiche, in mezzo ad una schiera di "balilla". Un canto limpido e chiaro esce dalle ugole dei moretti, un canto italiano, fascista:
Fuoco di Vesta
che fuor dal tempio erompe...


Gli occhi dei balilla neri luccicano, brillano di una luce vivida. Quella loro voce è un fuoco di entusiasmo, una promessa ardente. La promessa di un domani non lontano, quando i diavoletti saranno uomini forti e laboriosi operai, o bravi agricoltori, o fedeli soldati di quell'Impero, che la volontà di un popolo forte ha eretto, a trionfo e gloria della civiltà e del diritto, sulle rovine di un simulacro di stato barbaro e schiavista.


Dino Corsi

Il Telegrafo del 20 maggio 1936
Dal Belesa al trionfo finale

Adi Gherì, maggio.
3 ottobre XIV: albeggia. A scaglioni ordinati in formazione di guerra, la divisione guada il Belesa e muove i primi passi in territorio etiopico. Le acque del fiume amico mormorano la loro placida canzone in onore alle legioni che dopo cinque mesi di fremente quanto operosa attesa, marciano ora verso una meta ben precisata: l'Impero.
Con l'acqua fino alle caviglie, ai ginocchi ed anche fino su alla cintura, gli uomini passano. Fieri nel portamento, esuberanti di entusiasmo, forti della loro fede e delle loro armi, le Camicie Nere della divisione primogenita infrangono la barriera del vecchio confine ed iniziano la marcia.
Le colline di Zennai si profila all'orizzonte, dorata dalle prime luci del mattino. L'erta è affrontata con decisione. Senza sostare, senza riprender fiato, le centurie volano verso le cime dell'altura, ove si innalzano i "tucul", il "ghebì" e la chiesa copta del villaggio di Haià. Di tanto in tanto, qualcuno si sofferma a cogliere un fiore, a strappare una spiga di grano. Le mulattiere percorse dalle legioni sono fiancheggiate da campi di frumento. Qua e là tra i ciuffi di spighe sorridono i delicati fiorellini, le "farfalle dell'altopiano". E fiori multicolori e messi biondeggianti sono la prima nostra visione abissina. Una visione augurale, foriera di bene, di vittorie e di trionfi.
A mezzogiorno il tricolore sventola già sulla più alta costruzione del villaggio. Popolazione, clero copto, capi e notabili fanno atto di sottomissione ai nostri comandanti. La prima tappa è compiuta! A valle (si vede bene dall'alto) i "pontieri" del Genio imbrigliano le acque del Belesa, costruiscono il "guado" a rete metallica e pietra, mentre, più avanti, compagnie di zappatori ampliano la mulattiera e tracciano le prima pista camionale. Domani, le modeste carrette verranno su, poi sarà la volta dei camioncini ed infine, il giorno 5, i poderosi "34" vinceranno ostacoli, domineranno curve e pendenze e diranno che la via è definitivamente aperta per ben 20 chilometri oltre confine.
2 ottobre, il Belesa, Zennai, Haià, venti chilometri di strada...Ricordi. Ricordi di ieri, che sembrano quelli del passatoo tanto lontano. Sette mesi, solo sette mesi sono trascorsi. L'Impero Etiopico è crollato e sulle rovine del regno della barbarie e della schiavitù è già sorto il nuovo civile e potente Impero Romano.
Il tricolore, che nella prima giornata di azione, sventolò sul "tucul" di Haià e su quelli di tanti miseri villaggi indigeni, si alza oggi superbo sulla imperiale residenza del Negus Neghesti, sul palazzo dell'uomo che si era illuso, con un'illusione di pretta marca europea, di fermare la marcia di un Popolo giovane di forze e di entusiasmi, quanto vecchio di glorie e di armi.
In poco più di 200 giorni, l'esercito italiano ha vinto la guerra, occupato tutta l'Etiopia e detto al mondo la sua ultima e definitiva parola: Vittoria!
Dal Sudan al Mar Rosso dall'Eritrea alla Somalia, l'Africa Orientale è italiana. Dove ieri tuonò il cannnone risuona oggi la scoppiettio dei motori apportatori di civiltà e progresso; dove si combattè si spandono oggi le sementi e domani, le messi verranno su orgogliose e italianissime, come italianissmo fu il sangue degli Eroi, che hanno redenta la terra e consacrata la vitoria con la grandezza del loro sacrificio.

Contentarsi dell'onesto

Quando il contrordine venne a far crollare le nostre più belle speranze, quando si seppe in maniera ufficiale che la "23 Marzo" non avrebbe marciato su Addis Abeba, fu un'esplosione di disappunto.
"Contentarsi dell'onesto, ragazzi miei, disse un nostro ufficiale superiore. Non si può essere ovunque, non può far tutto la "23 Marzo". Noi abbiamo assolto ai nostri doveri, abbiamo dato il nostro valido contributo alla vittoria che già si profila completa, siamo tuttora in linea, lavoriamo ancor oggi per il successo finale ed i nostri colpi di piccone sono, come le cannonate dei camerati più fortunati, gli ultimi colpi di maglio che vibriamo sull'Impero Etiopico".
Belle parole! Giuste, Giustissime! Ma...(bennedetto "ma" che fa troppo pensare e ragionare) il sogno svanisce. Addis Abeba rimarrà per noi un desiderio a lungo accarezzato e mai realizzato; altri avranno la gioia grande, infinita, di porre per primi il piede nella Capitale Etiopica e noi la faremo forzatamente da spettatori nell'ultimo atto di questo grande dramma, che ci ha veduti per tanto tempo tra gli attori protagonisti.
I giorni volano, gli avvenimenti precipitano, ci si rassegna, ci si abitua all'idea e, lentamente, la serenità torna negli animi.
I lavori stradali, idrici e di fortificazione procedono incessanti e con ritmo sempre più accelerato ed aiutano a dimenticare e fanno sì che l'attesa sia calma e serena.
Ormai si attende la grande notizia, di giorno in giorno, di ora in ora. Tornando al campo dopo una giornata di fatica, si chiedono le novità e, sempre, speriamo nella bella risposta: Addis Abeba è presa.
I giorni volano. E vola il nostro pensiero. E volano le colonne autocarrate che marciano ormai nel cuore dell'Etiopia. Marciano i nostri camerati, vanno verso il trionfo finale, verso la luce della Vittoria. Noi, lontani, vigili sulle posizioni fortificate, attivi lungo il nastro stradale, seguiamo in spirito la marcia, contiamo i chilometri, bruciamo le tappe, andiamo avanti, avanti, sempre avanti!
Perchè il nostro motto è "tirare dritto" e la nostra volontà non conosce soste. Fermi, è vero, da oltre un mese, la nostra avanzata continua sulla strada che abbiamo costruita. Continua la nostra marcia attraverso le colonne di autocarri che solcano veloci la pista camionabile, attroverso le autobotti che vengono per acqua ai pozzi che noi abbiamo scavato nella roccia, ed infine la marcia della "23 Marzo" continua attraverso l'azione vittoriosa dei nostri fratelli, che hanno spiccato l'ultimo balzo dalle basi sorte da poco là dove esistevano ieri i centri di resistenza nemica, le poderose barriere dei Ras Etiopici, che le Legioni ed i Battaglioni hanno sfondate e travolte nell'impeto dell'assalto.
L'attesa, fatta di serena certezza, continuerà. Ma continuerà ancora epr poco. In una mattina lucente di sole, la notizia giungerà a noi, ci farà esultare, gioire, piangere di contento. E la grande nuova giunge. E' giunta!

Vittoria! Da prima la voce è vaga, imprecisa; poi prende consistenza, si estende, dilaga: "Addis Abeba è nostra. Da ieri" Si attende conferma, si cerca la conferma. E sono i cannoni dei forti che conermano la notiza. Improvvisamente il silenzio delle valli è rotto dal tuonare del cannone. Le batterie dei forti e dei forti di Socotà, Adi Gherì e Samrè sparano salve di gioia, salutano le armi italiane, la vittoria delle nostre armi. Gridano a piena voce l'esultanza per l'ultima, la più bella conquista.
La truppa è in delirio. Si impazzisce di gioia, si piangono lacrime di contentezza, ci si abbraccia, si grida l'entusiasmo, si canta la passione. Il momento è troppo bello per essere descritto. Le parole non possono e non potranno mai rendere il quadro esatto della Regione del Lasta pervasa dall'ondata di maschia gioia e di virile soddisfazione, così come la è in questo mattino di Maggio, pochi minuti dopo il giungere della notizia.
I lavori - ordine superiore - vengono, per la giornata, interrotti. I reparti fanno ritorno agli accampamenti e alle ridotte. Le colonne sfilano per la strada polverosa, salgono mulattiere, traversano pianori sabbiosi.
I canti giocondi risuonano nello spazio. La voce delle Camicie nere si innalza al cielo e si spande lontana. I legionari della prima divisione, i vincitori del Gabat, dell'Amba Aradam e del Tembien, salutano ora la vittoria, che si racchiude e simboleggia tutti i trionfi di ieri.
Alti, sulle teste dei militi, si alzano gli strumenti del lavoro. Badili e picconi scintillano al sole mentre la truppa cammina.
Continua il tuonare dei cannoni. Ora, anche il battaglione mitraglieri si associa al coro di esultanza. Le mitraglie cantano la canzone della pace, dopo aver tanto cantata quella della guerra.
Cannoni e mitraglie, badili e picconi. Armi e strumenti della nostra impresa, artefici primi della vittoria, siate benedetti! A voi l'Italia deve l'Impero, a voi noi dobbiamo la nostra gioia, la nostra gloria, il nostro orgoglio.
Vanno i reparti verso i campi ormai vicini. Si marcia in fretta, cantando. Le artiglierie e armi automatiche accompagnano le nostri canzoni, gli arnesi da sterratore si elevano sulle robuste braccia e sembrano tanti labari gloriosi. Gli uomini sono pallidi. La gioia, che può anche uccidere, commuove e trasfigura tutti. Ma sulle faccie, ove la commozione ha cancellate le traccie di tante fatiche, è una luce di soddisfazione e un'impronta di orgoglio.
Giungiamo agli attendamenti. Tutte le bandiere, tutti i gagiardetti e tutte le "fiamme" fanno mostra dei coloro colori e sventolano, mosse dalle brezza della vittoria.
Ci striangiamo in cerchio e, ebbri di giocondità, cantiamo ancora la canzone della nostra passione.
Il canto, solenne e potente, si innalza, sale su in alto, verso il cielo. L'eco, dalle gole delle vicine ambe, ripete le parole e le rimanda un pò cupe, ma mggiormante solenni. E sembra a noi che il canto sia realmente giunto in cielo. E pensiamo che non sia l'eco a rispondere, ma gli Eroi, i nostri fratelli caduti, che di lassù uniscono alle nostre le loro voci, per salutare anch'Essi quella vittoria che vollero e seppero far fiorire sul solo africano, gettando con il sacrificio di tante giovinezze eroiche il seme del trionfo e bagnando questo seme con il loro sangue generoso.


Dino Corsi


giovedì 3 gennaio 2013

Perchè parti......commedia ritrovata.........

                                                   foto tratta dal libro su Silvio Gigli
Perchè Parti?


Nei giorni scorsi mi è stato comunicato che alcuni mesi fà è stata rinvenuta (non sò bene dove) una Commedia che Dino Corsi aveva spedito all'amico Silvio Gigli nel 1939, con mia grande gioia mi è stato anche comunicato che presto verrà pubblicata.
Ringrazio pertanto mio nipote Giacomo che con pazienza e  professionalità si adopera alla ricerca di queste testimonianze.







            
                                                                                          

Corrispondenze per il Telegrafo del 1 e 6 Maggio 1936

 Il Telegrafo del 1 maggio 1936
Serata cinematografica sotto il bel cielo d'Africa

Samre', aprile



Che a trenta chilometri dal nostro campo, e precisamente nei pressi del villaggio ove e' accampato il Comando di Divisione, c'era il cinematografo e si davano spettacoli serali, con la proiezione di pellicole sonore e parlate, ce lo avevano detto giorni fa i nostri conducenti, reduci da una corve' che li aveva portati alla sede del Quartier Generale della "XXIII Marzo"ove avevano assistito all'inatteso spettacolo. Ma noi eravamo rimasti un po' increduli. Il cinema a poche diecine di miglia dalle prime linee? Il "sonoro e parlato" a cento chilometri oltre Macalle'?...Ma va' la'!
Poi sono venuti gli autisti delle autocarrette, giunti fino a noi con le loro traballanti e snodate "cassettine"; e ci hanno dato la conferma. Il cinema c'e' e funziona realmente. All'aperto, e' sorta la cabina di proiezione, e' stata improvvisata una vasta platea con posti a sedere...in terra e sui sassi, e' sttao steso un telone candido e tutte le sere si da' spettacolo dalle ore 21 alle 23. Ingresso gratuito, senza limitazione nel numero degli spettatori.
Ogni giorno nuovo programma. Il film "Luce" si ripete per tre spettacoli consecutivi, Negli intervalli, funzionera' la fanfara di un battaglione Camicie nere. nelle vicinanze della...sala di proiezione sorgono alcune baracche-spacci in funzione di caffe' e bar..:E chi piu' ne ha piu' ne metta.
Come si fa, dopo tanti mesi d'Africa, a resistere a quel richiamo di civilta' e di vita, che sotto forma del "sonoro e parlato" giunge fino a noi dalle rertrovie, valicando in un sol balzo tre o quattro ambe e un paio di fiumi, senza contare i vari chilometri di pianori sabbiosi?
Dai, picchia e mena, prega e riprega, corri a destra e a sinistra, riusciamo a strappare un permesso di poche ore. Un "permessino" che e' per noi piu' di una licenza illimitata, un foglietto di carta, sul quale sono tracciate parole miracolose: "Si permette alle CC.NN. Tizio, Caio e Sempronio ecc. ecc. di recarsi a X. e di usufruire, sia per l'andata che per il ritorno, di automezzi di trasporto sia militari che privati". Una firma, un timbro. Sei biglietti di viaggio. Sei ingressi al cinema. Sei camicie nere che toccano il cielo con un dito.

Viaggio in autocarretta

Il sole e' sempre alto quando giungiamo al nucleo avanzato di sussistenza, ove speraimo trovare l' "imbarco". Abbiamo lasciato il campo in fretta e furia, tralasciando anche di consumare il secondo rancio, nel timore di non giungere al "nucleo" prima della partenza dell'ultima autocolonna. Infatti facciamo appena in tempo ad afferrare al volo alcune pagnotte che i camerati della sussistenza ci porgono dietro nostra richiesta che l'ultima carretta, vuotata del suo carico, riprende la via del ritorno.
Uno, due, sei salti e ci troviamo ammassati dentro la "cassettina" a quattro ruote. L'autista, dalla improvvisa invasione, preme sul freno a pedale ed interrompe la marcia appena iniziata. Piuttosto accigliato, scende dal sedile di guida e ci invita a fare altrettanto: A terra! Che modi son codesti? Lo sapete che e' proibito?
- Proibito cosa?
- Trasportare militari. Sveglia! Scendete!
Senza fretta, studiandomi anzi di esser piu' lento possibile, tolgo di tasca il fogliettino magico, lo spiego e lo pianto sotto gli occhi dell'autista. "Ah!", fa lui. Ingolla un po' di saliva e poi: Allora va bene. State pure. Ma sorreggetevi forte alle sponde e preparatevi a gettar fuori la cena. La strada non e' ancora cilindrata: balleremo discretamente. - Ritorna al suo posto, mette in moto e fa muovere la carretta. Tran...tran...Si parte!
Le ruote girano nella sabbia, una nuvola di polvere rossastra si alza intorno a noi, la "cassetta" ondeggia e noi ci aggrappiamo alle sponde. Si balla, si traballa. A momenti sembra che la carretta non voglia intenderla di tenere la strada e salta e si impenna come un puledro indomito. Forse l'autista si diverte a farci ballare. Lo fa apposta: cerca i peggiori passaggi, tutti i sassi e tutte le buche della strada son nostri...E lui, impassibile e attento, stringe tra le mani il volano e sembra non curarsi del nostro tormento. Che poi, e' anche il suo, questo che a noi, abituati a camminare a piedi, embra un gran tormento.
E' la sua fatica di tutti i giorni, e' il suo tributo alla vittoria come questo continuo traballare su quattro ruote che scorrono nella sabbia, sulla roccie e financo nel greto dei fiumi. Quando la strada e' appena tracciata, quando le mine non hanno ancora vinta la roccia, quando insomma la via agli automezzi e' preclusa, la cassetta "antiestetica e traballante" passa lo stesso. E gli autisti - che noi talvolta invidiamo durante le nostre marcie - portano i loro "muli meccanici" su per sentieri che non meritano il nome di mulattiera e giu' per dirupi e scoscesi paurosi, traversano distese di aride sabbie, boscaglie intricate e, a prezzo di fatiche gravi quanto oscure, combattono la loro battaglia, fanno la loro guerra, mentre chi non sa, chi non ha provato "a ballare" guarda con invidia a loro che vanno in automobile.
Tran...tran...Un chilometro dietro l'altro, la strada passa. E' finito il tratto sabbioso e stiamo ora per affrontare una ripida discesa che conduce ad un torrente ricco di acque. Ma improvvisamente la carretta si ferma. L'autista, a terra, ci fa segno di scendere. "Mezz'ora di sosta", dice, indicando il fondo valle.
Dal torrente, su per quelle che tra cinque o sei giorni sara' una camionabile perfetta, avanza una colonna di cammelli. E' teerminata l'abbeverata e i neri cammellieri spingono i loro quadrupedi, carichi fino all'inverosimile, su per il tracciato stradale. Lentamente, accompagnandosi con il caratteristico movimento della testa, i cammelli salgono, incitati dai loro conducenti. legati l'uno all'altro, venti animali procedono sotto la guida di un solo uomo. E cosi', in fila distinte, raggiungono il pianoro ove la carretta sosta in attesa che la carovana lasci la via libera.
Lanciando il loro nitrito, che sembra una risata ironica, i cammelli all' "Uuuh!" gridato dai conducenti, si piegano sulle ginocchia anteriori, prima, e su quelle posteriori poi, per assumere il consueto e indolente atteggiamento di riposo. I cammellieri aggiustano i carichi, tirano le cinghie e curano con speciale attenzione questo o quel quadrupede fiaccato.
Osserviamo l'armeggio dei diavoli neri, quando la voce di uno di essi risuona come un richiamo. I cammellieri accorrono intorno a quello che ha parlato e, disponendosi in semicerchio, sembrano disporsi per un sacro rito. E cosi' e' infatti.
I nostri cammellieri appartengono tutti alla razza di Ben-Amhur. Tra i piu' fedeli dei nostri soldati eritrei, professano al pari degli indigeni del bassopiano e della costa, la religione mussulmana. E come tutti i maomettani, sono devoti a ligi alle prescrizioni del "Corano".
Fedeli all'Italia come lo sono tutti i mussulmani dell'Eritrea e della Somalia, i Ben-Amhur nutrono per la Patria lontana un attaccamento pari al loro fanatismo religioso. Cosi', combattono meglio di tutti gli altri indigeni e vanno incontro alla morte con la noncuranza fatalistica di quella razza, che crede nel paradiso di Maometto ed alle gioie che questo riserva ai caduti in combattimento.
A differenza dei cristiano-copti, i maomettani non ammettono restrizioni o compromessi in fatto di Religione. Non sono quindi in balia di questo o quel sacerdote, ne' debbono sottostare ai capricci del primo ras che assume pose da riformatore. Ogni mussulmano e' in se stesso un tempio, una moschea. E quando deve pregare, prega anche se solo e sperduto nell'immensita' delle sabbie o delle ambe africane. I copti invece, orano soltanto con l'assistenza del clero e non tralasciano mai di dare alle loro preghiere quel carattere pomposo e un tantino comico, che contrassegna del resto tutte le cerimonie e le azioni collettive della gente di razza tigrina od amharica.
Contrariamente agli ascari di religione copta, che marciano sempre seguiti dal sacerdote e non pregano che raramente, i mussulmani - e particolarmente i cammellieri Ben-Amhur - non tralasciano mai di recitare quelle preghiere che il Corano prescrive loro.
E cosi', al semplice cenno del piu' anziano, i venti indigeni, conducenti la colonna che ha costretta ad una sosta la nostra carretta, si dispongono per la preghiera della sera.
E' il tramonto. Ed ogni buon maomettano non puo' e non deve lasciar calare il sole senza prima essersi rivolto alla Mecca ed aver invocato ad alta voce il grande Allah e Maometto suo profeta.
I nostri cammellieri, mormorando una nenia che ricorda il fusciar del vento tra le foglie dei palmizi, si prostrano fino a baciare il suolo. Nel fervore della preghiera, i loro occhi sono fissi verso un punto immaginario. Valicando immensita' di spazio e superando la catena di monti che cingono l'orizzonte, gli sguardi di questi fedeli si portano al di la' della terra d'Africa e del mare e si posano sulla Citta' Santa, sulla cima del piu' alto minareto, ove il "mullah", salutando il calar del sole, ripete alle genti che v'e' un solo Iddio: "Allah e Maometto e' il suo profeta".
La preghiera volge al termine. Gli uomini si rialzano, sollevano le braccia al cielo e gridano per l'ultima volta il nome a loro sacro: Allah! Il sole e' ormai nascosto la' dietro quell'amba che appare coperta da un velario di fuoco e brilla delle mille luci del tramonto. I cammelli, senza attendere il segnale, si rialzano, si muovono e lentamente riprendono il cammino.
Giu', nella vallata ove scorre placido il torrente, risuona la risata stridula dela iena e il latrare pauroso del gattopardo. Calano le ombre della sera ed i carnivori escono dalle loro tane: l'una per pascersi degli avanzi di una carogna, l'altro per balzare con feroce brama sul corpo di una timida gazzella e dilaniare tra i suoi artigli le tenere carni. Intanto placano la loro sete, che la paura degli uomini ha fatto loro contenere per un giorno, e gridano di gioia per l'imminente festino notturno.
I cammelli, avvertiti della presenza delle fiere, accelerano l'andatura e marciano spediti verso il posto di tappa. I cammellieri Ben-Amhur, avvolti nel bianco barracano che nasconde la divisa kaki, ci passano vicino e salutano romanamente. Un leggero venticello alza nuvolette di sabbia e viene a sfrzare le nostre faccie. Giu', ai amrgini del torrente, alcuni palmizi, sferzati anch'essi dal vento, si piegano e si divincolano, facendo ondeggiare la verde chioma.
La nenia dei cammellieri, che nuovamente risuona nello spaziom completa il quadro e rende piu' suggestiva questa visione dell'oriente pittoresco.
Ma tra pochi istanti il rumore del motore coprira' la canzone degli indigeni, fara' tacere e fuggire le fiere, ci richiamera' alla realta' delle cose e ci ricordera' che "laggiu' " il cinema attende il nostro arrivo. L'occidente dopo l'oriente. Potra', pero', il "modernissimo sonoro e parlato" annullare la visione quasi irreale e certamente meravigliosa che per mezz'ora ci ha tenuti inchiodati nella contemplazione di un quadro tutto lucente di pittoresco e di nuovo?
Tran...tran...la carretta discende lenta verso il fondo valle. Il ballo riprende e continuera' ancora per un'ora buona. Tran...tran...le ruote girano, il motore batte colpi precisi e ritmati, l'autista ci guarda e sembra dirci, con quel sorriso che illumina la sua faccia matida di sudore e coperta di polvere: Come va la scarrozzata? Si balla, eh! Ma io non lo faccio mica apposta; anzi, fo del mio meglio...
E che non lo faccia apposta ne siamo ormai convinti anche noi, perche' vediamo quanto fatichi il bravo ragazzo a tenere la carretta in istrada e comprendiamo che, malgrado l'allenamento, anch'egli non si trova in una troppo comoda posizione. E ci diciamo sottovoce: E dire che si ha il coraggio di invidiare i carrettisti.



Dino Corsi


Il Telegrafo del 6 maggio 1936
Sosta nel cuore della regione del Lasta

Al confine tra il Tigrai e l'Amhara, la regione del Lasta, delimitata dai corsi del basso Tacazze' e del Samre', sta come un cuneo piantato in cavita' al centro di quello che e' attualmente il fronte nord della nostra armata operante in A.O.
Distese immense di arida sabbia, colline verdeggianti, della piu' svariata vegetazione e popolate da tribu' indigene, riunite in tanti piccoli villaggi; ambe quasi insormontabili, che dal piano si alzano solenni e maestose verso il cielo; torrenti di acqua sorgiva, correnti in gole sotterranee ed in caverne oscure e paurose, per poi sboccare ed espandersi allegramente aui pianori sabbiosi o giu' per fertili colline; pascoli immensi, popolati in prevalenza di capre e da mandrie di zebu'; clima torrido di giorno e temperato alla notte; queste sono le caratteristiche della regione che ospita oggi i legionari della "23 Marzo" e che vede da un mese la laboriosa attivita' delle Camicie nere, impegnate alla costruzione di opere di pace e di guerra.
Da Bet-Mariam a Socota' corrono quasi centocinquanta chilometri, tracciati ieri da primitivi sentieri e mulattiere e attraversati oggi da una camionabile ampia, pianeggiante, dal fondo ottimo e valida per il passaggio di ogni mezzo di trasporto: dalla aerodinamica vettura da turismo al potente autocarro "34".
Reduci dalle vittoriose imprese nel Tembien, le legioni, effettuando la marcia parallelamente alle colonne puntanti su Gondar e sul lago Ascianghi, raggiunsero senza colpo ferire tutti gli obbiettivi loro assegnati e portarono il tricolore d'Italia fin nel cuore del Lasta; a Socota', nella capitale di quella regione, che tagliata fuori dalle principali vie di comunicazione, si presenta come una delle piu' selvaggie del Tigrai e dell'Amhara.
Le popolazioni, festanti per l'arrivo degli italiani - arrivo che ha aperto in queste misere genti, rese simili a bestie dai soprusi, dalle vessazioni e dalle angherie dei ras, un'era di bene e di liberta' - salutarono con feste, con fantasie di gioia, con canti e suoni dai caratteristici strumenti in pelle di zebu', formanti tutta la batteria orchestrale di questi indigeni, il giungere dei militi della Prima Divisione, dei fanti e degli artiglieri della "Sila", e di tutti i vari reparti del 3.o Corpo d'Armata.
E subito le popolazioni, che non si erano opposte alla nostra avanzata, diedero la prova della loro comprensione e della loro riconoscenza, aderendo all'invito dell'autorita' militare e consegnando le armi possedute e mettendosi a completa disposizione dei Comandi le truppe operanti. Poi, a schiere, a centurie, tutti gli indigenti hanno alternativamente affollati gli ospedali da campo avanzati e si sono sottoposti lietamente alla vaccinazione. Uomini di tutte le eta', donne e bambini sono scesi sin dai villaggi piu' lontani per correre appresso alle candide tende Roma della Croce Rossa, ove instancabili, gli ufficiali medici, gli assistenti e gli infermieri imprimevano sulle loro carni ed iniettavano nel loro sangue i primi segni della civilta' e del bene.
E sono scesi anche dai villaggi piu' lontani, da quegli agglomerati di tucul sparsi tra il fogliamo di intricate boscaglie o piantati in vetta ad un roccione dalle pareti dolomitiche, ove non erano ancora giunte le nostre truppe.
Sono venuti nei nostri campi a file interminabili, sventolando gli sciamma piu' o meno candidi e preceduti dal capo villaggio, caracollante sul suo muletto bardato a festa, vestito degli abiti da cerimonia e recante cestelli di limoni, di frutta esotica, di uova e di ogni altra qualita' di generi commestibili, da offrire agli italiani piu' come segno di riconoscenza che di sottomissione.
E sono corsi agli ospedaletti da campo. Ed hanno cercato, ansiosi, gli "abuna" in camice bianco. I pastori - umane linee telegrafiche di queste genti - avevano gia' detto loro che gli italiani sapevano e potevano guarire il male, sapevano vincere e prevenire tutti i mali che qua minano e decimano la razza.
E, fiduciosi di quella fiducia che e' il primo grande ed incancellabile segno della vittoria degli uomini civili sui barbari, sono scesi fino a noi, ci sono corsi appresso ed hanno implorato, non invano, quella luce e quel bene, da tanto attesi e troppo negati loro.
Mentre gli alti Comandi da una parte e gli ufficiali medici dll'altra, operavano la prima bonifica degli spiriti e dei corpi, le Camicie Nere ed i fanti, scaglionati su centocinquanta chilometri di mulattiere, imprimevano sul terreno i primi segni della romanita'. Strade, pozzi, impianti idraulici, fortini, ridotte e infine, il grandioso forte costruito in sole due settimane dai militi della 202.a legione a Socota', hanno cambiato fisionomia alla regione e, alla distanza di un sol mese, tutta la zona compresa tra Bet-Mariam e Socota' e' divenuta, dalla plaga selvaggia e impraticabile quale era, una immensa e bene organizzata provincia di quello che sara' il nuovo impero romano.
Mentre le colonne operanti negli altri settori combattevano vittoriosamente, il 3.o Corpo d'Armata - i vincitori del Gabat, dell'Amba Aradam e del Tembien - occupava pacificamente queste terre e, anziche' con il sangue santo dei caduti, le redimeva con le opere di bene e con il sudore dei figli d'Italia, di quei legionari instancabili che dopo aver forgiato la Vittoria, seguono l'esempio degli antichi romani e, con il ferro e l'acciaio degli strumenti del lavoro, abbelliscono questa Vittoria, la perfezionano e la rendono completa, efficace, redditizia. Dopo il moschetto, il piccone...

Pasqua in "ridotta"

Qua ci ha trovati la Pasqua. e la festa della Resurrezione e' venuta a salutare la reale resurrezione di un popolo che da Roma ha avuto il dono divino della civilta'. La solennita' cristiana ci ha trovati intenti nelle opere di bene. E questo e' sembrato un segno della volonta' dell'Onnipotente.
In ridotta, tra quattro muriccioli di pietra a secco rotti qua e la' da vigili feritore, abbiamo trascorso la giornata pasquale. Le truppe - tutte a riposo quel giorno - Hanno abbandonato i campi trincerati solo per la Messa, celebrata con la consueta semplicita' nei pressi dei Comandi di Corpo d'Armata, di Divisione,, di Reggimento e di Legione. Poi sono tornate agli accampamenti e, in famiglia si puo' dire, hanno trascorse le ore lietamente.
I soliti fornelli improvvisati, i soliti cuochi, i soliti "mangiarini", le solite scenette e gli stessi episodi del Natale e Capodanno. E pari allegria, giocondita' e spensieratezza delle due giornate di festa trascorse ad Enda Jesus. Soltanto negli occhi, lucenti di gioia, nei gesti e nelle parole, qualcosa di nuovo, qualcosa di bello: la sicurezza della Vittoria certa e prossima. La visione delle famiglie sempre piu' vicine nell'attesa, il pensiero della Patria, non piu' lontana, ma tanto vicina nei giorni che verranno.
L'uovo pasquale si e' schiuso e ha lasciato intravedere ai legionari la via da percorrere: via lunga ancora, ancora faticosa., forse non priva di ostacoli, ma diritta, sicura e conducente alla meta finale con sicurezza. Tutte le strade conducono a Roma. E noi, attraverso l'uovo pasquale, abbiamo veduto che giungeranno nella Citta' Eterna passando per Addis Abeba.
A Dessie' vi e' ... l'autostrada che porta alla capitale; il nemico e' in rotta; quindi...Ma se, putacaso, l'autostrada fosse un mito e il Negus avesse ancora qualche armata da far battere, la nostra sicurezza di giungere a Roma attraverso Addis Abeba non verrebbe meno. Perche' nell'Entiscio', nel Farras-Mai, nel Tembien, nell'Enderta' e nel Lasta abbiamo dimostrato che le strade le facciamo da noi, prima con il pugnale, poi con il piccone. E riguardo alle armate imperiali, le inviamo per informazioni sul nostro conto a Ras Cassa, Seyum (da Mulughieta', se mai, le invieremo in seguito) e a tutte le schiere di...rassettini che, in piu' occasioni, abiamo rassettato a dovere.

"Complementi"

Dopo Pasqua subito, sono giunti i complementi ai reparti. Forse fresche, venute ad integrare i quadri delle Divisioni, dopo le inevitabili perdite che la guerra ha cagionato nei ranghi.
Camicie nere di tutte le Regioni e citta' d'Italia. Rappresentanti di ogni classe sociale. Gente di ogni eta', volontari tutti, partiti con la volonta' di combattere, animati dalla nostra passione, ardenti del nostro entusiasmo.
I senesi, tra le schiere dei complementi come tra quelle della "23 Marzo", della "Tevere", e del "Gruppo Diamanti" sono numerosi e confermano l'indiscusso primato che la Provincia di Siena si e' brillantemente aggiudicato offrendo alla Patria, al Re e al Duce un numero di volontari superiore a quello di tutte le altre province d'Italia.
Un po' ovunque, nelle cinque divisioni di camicie nere operanti sul fronte eritreo, sono andati i nostri concittadini. Alla "23 Marzo" ne son venuti un centinaio e, tra questi, i primi sono giunti all'auto reparto giorni fa.
Una visita di concittadini e comprovinciali venuti a rinforzare le nostre fila, era necessaria, obbligatoria e desiderata. Percio', appresa la notizia - portata nelle ridotte da un camerata salmierista del gruppo cammelli - siamo andati in cerca della "cappella". Il parco automobilistico dista pochi chilometri dalle nostre posizioni e cosi', dopo appena un'ora di marcia, siamo giunti alla - caserma dei coscritti.
Li abbiamo trovati distesi dentro un autofurgoncino, seminudi, che' il caldo era opprimente, e sdraiati piu' o meno comodamente nell'interno della macchina, erano immersi in un sereno sonno: il pisolino del dopo pranzo.
Due grida, quattro scossoni, occhi che si aprono, bocche che si spalancano dalla meraviglia, braccia che si tendono ed escalamazioni di gioia e sorpresa. Ci troviamo stretti in un forte abbraccio. Per alcuni momenti formiamo un gruppo solo, un cuore solo, un'anima sola. Poi le lingue si sciolgono, le domande si incrociano, le risposte si susseguono.
Rivivo l'ora gia' vissuta nell'ormai lontano ottobre, quando nel Farras-Mai incontrammo per la prima volta i camerati dei battaglioni Diamanti. Soltanto, oggi, siamo noi i "vecchi", quelli che tutto sanno, che conoscono l'Africa, che han fatta la guerra.
Come sempre, com'e' logico, dopo le prime espansioni, dopo gli inevitabili racconti delle nostre imprese e delle nostre avventure, passiamo al contrattacco e portiamo il discorso su Siena, sui senesi, sulle senesi, su tutto di Siena, insomma.
I nostri ospiti si fanno in quattro per accontentarci. Rispondono a tutte le domande, procurano di essere chiari, fanno sforzi di memoria per soddisfare alle nostre interrogazioni e ci danno l'illusione di essere tra le nostre belle mura, all'ombra del Mangia o, magari seduti sopra una panchina alla Lizza...
Un mese fa - soltanto un mese fa! - erano a Siena, a Siena, proprio a Siena! Hanno veduti, solo d trenta giorni, i comuni amici, le nostre famiglie, le nostre madri. ci portano...freschi, quasi al naturale, i baci delle mamme, delle nostre care mamme, che or'e' un mese, si strinsero al seno, forse piangendo, quei figli della Grande Madre che partivano per raggiungere i loro ragazzi lontani.
Le ore volano e giunge il momento di dividerci. Un ultimo saluto e partiamo. I nostri camerati ci accompagnano ai margini dell'autoparco, poi, lentamente, riprendiamo la via verso le ridotte, che appena si distinguono lassu' nella collina, coi loro muriccioli seminascosti dalle basse siepi di mimose.
Portiamo con noi il ricordo delle ore trascorse in compagnia dei camerati senesi. Un ricordo che non si cancellera' troppo lentamente dalle nostre memorie, perche', oltre alla fresca ondata di affetti famigliari e di spirito senese, essa ha portato in noi un nuovo motivo di orgoglio, derivato dall'aver veduto il nostro esempio seguito da tanta bella giovinezza italica.
E ricorderemo sempre i nostri cari camerati, amici di ieri, compagni di fede, ed oggi a noi uniti nella lotta per il trionfo dell'Idea Fascista e per l'espansione dell'Italia nel mondo.
"Complementi", sta scritto sulle "basse" di passaggio presenti ai Reparti. Legionari, diciamo noi, che li abbiamo veduti qua, al posto del dovere, vestiti dei nostri stessi panni, pervasi della nostra stessa passione ed ardenti di quella fiamma che arde in noi.
Legionario d'Africa, anche se i loro corpi sono "in carne", anche se le loro faccie non sono bruciate dal sole e le loro divise portano ancora le tracce del magazzino vestiario. Tra un mese saranno come noi, come tutti. E tra un mese avranno anche essi dato il loro contributo alla vittoria finale. Ed i loro corpi saranno allora piu' asciutti, le loro faccie avranno gia' la maschia tinta bronzea, i loro abiti saranno stinti e logori ed anche essi, anche i "complementi" avranno gia' provata la soddisfazione impagabile ed innegabile di servire la Patria in armi.
Quella soddisfazione intima e cosciente, che e' il piu' bel premio alle nostre fatiche, alle nostre privazioni e alle nostre vittorie.

Dino Corsi




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