https://www.facebook.com/radiosienatv/videos/2704406766511698/
Radio Siena TV, "La storia siamo noi" Prof. Duccio Balestracci sulla figura di Dino Corsi.
giovedì 30 aprile 2020
https://www.facebook.com/radiosienatv/videos/175307153528247/
Radio Siena TV, "La storia siamo noi", Maura Martellucci racconta "il Palio d'Africa", corrispondenza di Dino Corsi.
Radio Siena TV, "La storia siamo noi", Maura Martellucci racconta "il Palio d'Africa", corrispondenza di Dino Corsi.
mercoledì 22 maggio 2019
Nel volume, "Per vincere ci vogliono i leoni, i fronti dimenticati dedlle Camicie Nere 1939 - 1943" (Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, Soldiershop Publishing, 18 mag 2019 - 839 pagine) viene riportata, oltre una piccola presentazione della figura di Dino Corsi, una sua corrispondenza per "il Telegrafo" (giornale livornese diretto da Giovanni Ansaldo, proprietà della famiglia Ciano) "Le corrispondenze di Dino Corsi, Campo di addestramento "M", 1941 - 1942:
mercoledì 28 dicembre 2016
Mobilitazioni:
Africa Orientale Italiana. Operazioni di grande polizia coloniale.
1 settembre 1937 - 29 maggio 1939
Il 97° Battaglione CC.NN. venne mobilitata in data 1 settembre 1937 al comando del Seniore Giuseppe Mariotti e destinato ai cicli operativi di grande polizia coloniale in Africa Orientale Italiana.
Il reparto venne imbarcato per la destinazione il 4 ottobre 1937 e raggiunse Massaua il 15 ottobre, prima del trasferimento per l'area di Gondar.
Dei 435 uomini mobilitati, vennero inviati in Africa Orientale per i cicli operativi 404 sottufficiali, graduati e militi, a partire dalla classe 1902 fino alla classe 1919; la classe con il maggiore numero di mobilitati fu quella del 1912, con 81 legionari.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione Goggiam, 21 ottobre 1937-15 dicembre 1937 - R.D. 627 10/5/1938.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione Goggiam, 16 dicembre 1937-30 giugno 1938 - R.D. 1991 28/11/1938.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione Goggiam, 1 luglio 1938-31 dicembre 1938 - R.D. 1370 28/7/1939.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione del Goggiam-fiume Nilo, 1 gennaio 1939-26 maggio 1939 - R.D. 478 3/6/1940.
BALCANI: mobilitato 20/2/1941 - perduto in forza 10/7/1941. Partecipazione alle operazioni di guerra alla frontiera italo-jugoslava 6/4/1941-18/4/1941 Partecipazione alle operazioni in Balcania (territori ex jugoslavi) 19/4/1941-10/7/1941
Mobilitati con il 97° Battaglione CC.NN. operanti in servizio di grande polizia coloniale.
Avviati al corpo in A.O.I.
1 settembre 1937 - 29 maggio 1939
Il 97° Battaglione CC.NN. venne mobilitata in data 1 settembre 1937 al comando del Seniore Giuseppe Mariotti e destinato ai cicli operativi di grande polizia coloniale in Africa Orientale Italiana.
Il reparto venne imbarcato per la destinazione il 4 ottobre 1937 e raggiunse Massaua il 15 ottobre, prima del trasferimento per l'area di Gondar.
Dei 435 uomini mobilitati, vennero inviati in Africa Orientale per i cicli operativi 404 sottufficiali, graduati e militi, a partire dalla classe 1902 fino alla classe 1919; la classe con il maggiore numero di mobilitati fu quella del 1912, con 81 legionari.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione Goggiam, 21 ottobre 1937-15 dicembre 1937 - R.D. 627 10/5/1938.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione Goggiam, 16 dicembre 1937-30 giugno 1938 - R.D. 1991 28/11/1938.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione Goggiam, 1 luglio 1938-31 dicembre 1938 - R.D. 1370 28/7/1939.
Ciclo operativo di grande polizia coloniale, Territorio Governo Amhara, Regione del Goggiam-fiume Nilo, 1 gennaio 1939-26 maggio 1939 - R.D. 478 3/6/1940.
BALCANI: mobilitato 20/2/1941 - perduto in forza 10/7/1941. Partecipazione alle operazioni di guerra alla frontiera italo-jugoslava 6/4/1941-18/4/1941 Partecipazione alle operazioni in Balcania (territori ex jugoslavi) 19/4/1941-10/7/1941
Mobilitati con il 97° Battaglione CC.NN. operanti in servizio di grande polizia coloniale.
Avviati al corpo in A.O.I.
| Camicia Nera | Corsi Dino | Siena, 23/10/1908 | mobilitato 1/9/1937 - smobilitato 16/7/1939. Partecipazione ai cicli operativi Goggiam: 21/10/1937-15/12/1937, 16/12/1937-30/6/1938, 1/7/1938-31/12/1938; 1/1/1939-26/5/1939 Medaglia commemorativa con gladio romano per oper. militari in A.O., conc. 126737 Conferita Croce al Merito di guerra per le operazioni di polizia coloniale 1937-1939: brevetto n. 247424 del 25/2/1941 |
| Dal sito: http://www.97legione.siena.it/index.html |
martedì 27 dicembre 2016
Il Telegrafo del 29 dicembre 1942
Colloqui con Siena
Anche se giunta in ritardo, questa corrispondenza di Dino Corsi, non perde della sua freschezza. La diamo, sicuri di far cosa gradita ai lettori:Fronte russo, dicembre
Alcuni giorni ci separano ancora dalla sacra solennità, ma a noi piace immaginare d'esser già a Natale per trascorrere con te, Siena, un'ora di pace, per vivere in te, città nostra, per parlare con te, interlocutrice ideale.
E' Natale; siamo scesi di lassù, dalle lontane steppe russe diventate da settimane e mesi immenso oceano di niveo candore, ove la tormenta muove i pulviscolari flutti e solleva ondate e ondate di biancore simili a lenzuola di bucato stese nello spazio e mosse dal vento; il nostro spirito è tornato a te, mentre il corpo infagottato in un sacco di lana resta nella trincea scavata sulle sponde dell'insanguinato fiume, che più non scorre, ma si riposa del lungo andare estivo immobilizzandosi nel gelo.
Cosa avverrà lassù nella Santa mattinata della Natività? Sarà pace e raccoglimento per la vita nostra, oppure il rosso tenterà dall'altra sponda di frangersi ancora le ossa contro il muro dei petti italiani? Chissà. Noi non possiamo dirtelo, cara Siena, e potremmo anche non più potertelo dire, giacchè il Natale di guerra reca nel suo fardello i doni più impensati, non ultimo quello dell'Eterna Gloria.
Eccoci al tuo appuntamento, Siena. I nostri spiriti s'incontrano, sai dove? Vicino al celestiale asilo della tua anima nel Campo, proprio davanti a Fonte Gaia. Ci sediamo un pò sul muricciolo di pietra che conosce le soste dei sognatori e dei poeti, i notturni sussurri degli amanti, l'allegria delle pazze comitive di nottambuli, il quieto riposo dei vegliardi e il sommesso cicalare delle tue donne, qui spesso convenute a pascersi di sole, intessere la calza e parlare liberamente colla voce e col cuore a te di loro, a te delle loro speranze, a te delle loro certezze.
Ascoltiamo insieme il mormorare delle acque che vivificano i marmi di Iacopo, insieme suggiamo dall'aguzza bocca della bronzea lupa la stilla di freschezza che sa di bontà e di amore, di fede e di passione. Quanti dei tuoi figli, Siena, hanno attinta da Fonte Gaia la linfa preziosa che essa sola sa donare? Quanti nelle ore eroiche di ogni eroica vigilia ha qui succhiato colla freschezza delle acque l'ardore per la pugna e la volontà per l'azione? Quanti?... Non rispondi, Siena?... Perchè non rispondi?... Ah si, hai ragione: oggi è Natale e dobbiamo vivere questa nostra ora addentrandoci un pò nelle tue strade e non fermandoci qui, dove il fascino ci prenderebbe legandoci coi fili invisibili dell'incanto malioso e costringendoci al sogno più che al colloquio. *** ...nei secoli la mia anima ha vissuto Natali or lieti, or tristi, cento e mille volte ho salutato il sorgere di questo santo giorno apportatore di bene, nella gioia e nel dolore, la Nascita di Cristo ha soffusa su di me e sulle mie genti la luce divina della stella di Betlemme, ma mai come oggi ho sentito il mio cuore batter si forte, mai come in questi momenti tanto duri e perigliosi sono stato pervaso da questo senso di tranquillità, che mi prende tutto e mi da la sensazione di un bene immenso, di una prossima incalcolabile felicità, della certezza in qualcosa di grandioso.
Tu parli così, Siena, mentre insieme risaliamo la scaletta di S.Paolo e ci confondiamo tra l'onda di vita che dilaga nel corso. Ed aggiungi: guardate quelle donne, quegli uomini; osservarte bene i loro volti... Non la scanzionata allegria di altri ieri di festa, ma quanta serenità in loro, quanta beata speranza. Osservate le strada, gli essere che in questa vanno e vengono. Forse non hanno più la spigliatezza di un tempo, ma il loro incidere è sicuro, il loro procedere è diritto, non tentennano e fanno pensare che mai più tentenneranno nella vita. Posate gli occhi in quelle vetrine. Vedete?... Manca qualcosa, vero? Qualcosa che è un pò il pane natalizio dei senesi, la gioia d'un giorno di ogni mensa, l'attesa di un anno di tanti bambini. Manca l'abbondanza del panforte, manca il soave profumo della nostra delizia invernale; eppure gli uomini non vi pensano, come non pensano a tante altre cose che mancano; pensano invece alle cose grandi che verranno. E sono sereni. Io sono come loro, sereno.
Ci dici così, Siena, e nopi ti rispondiamo: Guardiamo, si guardiamo, con occhi assetati di certezza ed i nostri sguardi riarsi si placano in te, nelle tue genti, in questa natalizia serenità. Hai ragione, le donne e gli uomini son oggi diversi da quelli di un tempo. Ma la lor diversità è soltanto esteriore, perchè sempre essi furon così. Ricordi, Siena, le tue figlie dei tempi che furono? Ce l'hai narrata la tua storia. Avendo offerto tutto alla Patria - alla piccola Patria di allora - avendoti offerto e padri e sposi e figli, avendo gettato ai tuoi piedi le vesti più belle e i gioielli, non avendo più nulla da offrirti si recisero le lunghe trecce in una ultima sublime offerta di se stesse. Sono loro, quelle donne, che in un giorno non lontano gettarono nell'elmo del soldato l'aureo simbolo del loro amore, donando alla Madre Grande ciò che di più prezioso può donare cuor di donna.Sempre le stesse, anche quelle che ora ci sfiorano nel loro tranquillo procedere, che vanno serene verso l'avvenire in questo festoso mattino e che non calcolano le privazioni e non misurano i sacrifici nella continua offerta di tutte se stesse alla Patria, sempre alla Grande Madre.
Gli uomini pure son quelli di un tempo, di tutti i tempi. In una notte di Natale uscirono dai palagi ove banchettavano festosi per ricacciare il nemico che improvviso era giunto alle tue porte. Altro Natale li vide pascersi di eroismo e di sangue, che il pane mancava alla mensa ma non l'ardore ai cuori. E furono in trincea in tante di queste solenni giornate; qualcuna anche nella città olocausta nel dì vermiglio di Gesù. Oggi sono racchiusi in te e, fianco a fianco alle loro donne, vigili sui loro piccoli, marciano impavidi nelle strade della guerra e del lavoro, non vacillano perchè credono, non paventano perchè hanno fede.
Ecco le ragioni della tua serenità, Siena, ecco la causa della eccezion ale bellezza di questa divina giornata.
E' un peccato che manchi il panforte, ma assai più grande peccato sarebbe sarebbe se mancasse lo zucchero lassù nelle trincee coperte di neve. Sapessi come e quanto fa bene al soldato una tazza di caffè bollente e bene inzuccherato dopo mezz'ora di guardia vigile allo scoperto del piccolo posto di vedetta! Sapessi quanto grandi provvidenze divengon al fronte le piccole rinuncie di milioni di italiani!... Ma tu queste cose le sai. La tua esperienza è tanta che nulla può esserti ignoto... Parla, parla, ti ascoltiamo... Dici che sei contenta delle nostre parole?... Grazie, ma continua pure. Cio piace tanto udire la tua voce. Ecco, così, brava, gridalo forte. Ti sentono tutti ora, tutti ti ascoltano, i tuoi figli soldati mentre gridi la tua passione:
Per voi ragazzi, io - e come me le altre cento città, primissime quelle ingigantite dal martirio recente - le mie donne, i miei uomini, i miei bambini siam lieti di goni sacrificio a voi offerto tramite la Patria. Ed oggi, qual dono natalizio, vi offriamo la nostra serenità, la tranquillità di tutti, la certezza incrollabile nella Vittoria.
Brava, bara Siena! Ti ringraziamo anche a nome dei mille e mille compagni d'armi, e contraccambiamo il dono tuo e delle genti con altro parimenti grande: la promessa di dar presto conferma alla vostra certezza.
Senti, Siena, le note gioconde dello scampanio? Ascolti il lieto dindolare dei bronzi? E' festa: è nato il Redentore!
Ma cos'è ora?... Perchè questo rumore?... Non sono più le campane a far udire la loro voce; è il cannone. Arrivederci Siena. A presto. Ritorniamo lassù ove i bronzi cantano una canzone terribile, si, ma pur essa redentrice.
Dino Corsi
lunedì 18 luglio 2016
Il Telegrafo del 10 settembre 1942
Quando il buondì si vede dal mattino (I parte)
Fronte Russo, settembreSbattono ancora i cucchiai entro le gavette alla ricerca dell'ultimo cannellone di pasta, nel campo è il caratteristico andirivieni che sempre segue la consumazione del rancio serale. Gli uomini, giunti a termine della giornata più o meno intensamente vissuta, si preparano chi al riposo, chi a dedicare un'ora ai suoi cari attraverso la corrispondenza, chi ad effettuare una sia pur sommaria pulizia ai capi di vestiario e chi, infine, a vegliare sulla tranquillità dell'accampamento e sulla sicurezza dei camerati.
Le vedette e le pattuglie raggiungono i posti di guardia. Uomini che in un modo o nell'altro han lavorato dall'alba al tramonto si accingono a trascorrere in bianco la notte, moschetti serrati tra le ferree dita, bombe nelle capaci tasche, elmetto sugli occhi sempre fissi nella vigilanza, nervi tesi e pronti alla scatto.
Il fronte è tranquillo da varii giorni. Appena, appena qualche rara sparatoria notturna e qualche ancor più raro scontro di pattuglia ricordano che al di là del fiume ci sono i russi. La tranquillità che aleggia sulle due sponde del Don può essere foriera di burrasca, ma momentaneamente è la calma scocciante che impera; è questa attesa di ciò che potrà avvenire, come e quando nessun sa, a mettere a dura prova i nervi dei legionari.
Se qualcuno proponesse di guadare a piedi il Don -in alcuni punti facilmente attraversabile, perchè poverissimo di acque - per recarci a far visita ed a disturbare il sonno dei bolscevichi, tutti gli uomini sarebbero contenti rinunciare al riposo e romperla colla scocciatura, necessaria quanto si vuole ma sempre sgradita, dei "reparti in posizione d'attesa".
Ecco perchè al giungere improvviso di un porta-ordini motociclista, seguito da segni di movimento precursore di novità, al Comando Battaglione, le Camicie Nere, anche quelle che si erano già stese al suolo avvolte nelle coperte da campo, scattano, si fanno intorno, alle sedi del Comando Compagnia in cerca di informazioni. Il campo si anima, si incrociano le previsioni più disparate, taluni provano e riprovano e riprovano la scorrevolezza dell'otturatore, altri verificano la sicurezza delle bombe a mano.
Senza che nulla sia trapelato, senza che nessuno abbia parlato - il porta-ordini potrebbe anche essere latore di normali comunicazioni di servizio - si spande per l'aria odor di polvere. Ed in tutti è la certezza che se novità vi sono, saranno buone, cioè probabilità di menar le mani. E così è infatti.
Sono trascorsi appena pochi minuti e gli ordini giungono precisi ai reparti. E' segnalato un nucleo di partigiani in località distante una trentina di chilometri. Occorre eseguire subito la bonifica della zona. Centoventi uomini partiranno tra un quarto d'ora, gli altri rimarranno sul posto.
I centoventi uomini son trovati all'istante tra le centinaia che vorrebbero partire. I prescelti esultano e preparano la borsa tattica - bombe, munizioni e viveri di riserva -; gli esclusi mormorano e maledicono il destino. Qualcuno impreca contro "la solita camorra, i favoritismi ed i privilegiati". Perchè il dover rimaner al campo, anche se il campo stesso sorge in primissima linea, è considerata un'offesa personale quando altri si muovono per far "qualcosa di buono".
Il console assume personalmente il comando del reparto di formazione. Si parte che è quasi notte. E, naturalmente, si parte cantando.
Il canto è per i legionari un alimento di prima necessità. Marciando, lavorando, combattendo, sempre in tutte le manifestazioni della sua esistenza guerriera il soldato italiano si abbandona al sonoro godimento e trae da questo spinta per il corpo e fuoco per lo spirito.
Sulla pista polverosa si eleva un coro alpino. Sono i nostri camerati trentini che hanno intonata una suggestiva canzone delle loro vallate. Il tono lento delle note marca il passo alla truppa: passo da montanari, lungo e calmo, sulle steppe russe. Il comandante, come suo solito, marcia in testa alla formazione ed unisce la sua voce al coro dei legionari.
Per un'ora circa si avanti senza incontrare un segno di vita. Solo la steppa colle sue erbe ed i suoi rari cespugli si para davanti ai nostri sguardi. ad X.... incrociamo una sezione sussistenza.
I bianchi tendoni, alla sommità dei quali fan capolino i cilindrici tubi dei forni da campo, danno vita al paesaggio e ne rompono l'assillante monotonia. I camerati panettieri sbucano un pò dappertutto e ci vengono incontro agitando le braccia nude ed infarinate fino al gomito.
questi bravi ragazzi che combattono la loro battaglia nelle immediate retrovie del fronte, questi oscuri eroi di cui mai nessuno parla e che pertanto sono in linea, sempre, notte e dì, questi soldati della sussitenza, molto spesso chiamati ad impugnare il moschetto tra le mani ancora impastate di acqua e farina, godono le generali simpatie dell'Armata, anche se talvolta il pane da essi confezionato, con mezzi sovente di fortuna, non esce dal forno perfetto come sempre si vorrebbe.
Tra soldati e legionari si scambiano saluti, auguri, e naturalmente, ne salta fuori anche la solita cordiale sfottitura.
- Che andate a caccia di grilli? - domanda un ragazzino ventenne, sorgendo fuori da un cumulo di sacchi vuoti e tutto infarinato come un mugnaio, ad un barbuto milite che potrebbe essere suo padre.
- No, risponde la camicia nera, vado a cercarti la balia. Ed aggiunge: Tu "boccia" resta a casa e procura di cuocer bene il pane, che ci fate sempre mangiare pasta cruda!
- E che vorreste senza carta annonaria? Grissini vorreste? - ribatte allegro il "boccia". E spalancata la bocca in una spontanea risata torna a rinsaccarsi nel suo strano giaciglio.
La marcia prosegue nella notte. Or da questo or da quel plotone una voce si leva a dare il "là" ad una canzone. E tutta la compagnia si desta nel canto ed accelera l'andatura.
La stanchezza comincia a farsi sentire un pò in tutti, le cinghiette delle borse tattiche, strigendo forte le spalle, rivelano a noi stessi la non piena corrispondenza del fisico. Ma la volontà di andare avanti è più forte della fatica. Si deve giungere ad una determinata località e vi giungeremo. Si marcia da cinque o sei ore quando il fischietto del comandante sibila nel segnale di "alt". Poi, secca, la sua voce risuona nella notte: "Serrate sotto, non perdere il collegamento, non fumare, silenzio assoluto. Ci attesteremo a mezz'ora di strada da qui".
Si riparte ed a termine dei trenta minuti sostiamo nei pressi di un villaggio, quello ove è stato segnalato il nucleo di partigiani.
Siamo nel recinto di una grande fattoria. La recente trebbiatura, effettuata a cura dei nostri comandi, ha lasciato la sua traccia in un provvidenziale pagliaio che fornisce i giacigli alle membra provate dallo sforzo. Predisposte le solite misure di sicurezza, gli uomini si abbandonano al riposo. Tre ore si sonno saranno più che sufficienti a ritemprare i corpi.
Una pattuglia va in ricognizione al vicino abitato. Si procede a tentoni nelle tenebre, guidati sul nostro cammino dalle macchie bianche dei silo granari. Il bagno involontario in un ruscello giunge propizio anche se sgradito a rinfrescare le idee un pò ottenebrate dal sonno e dalla stanchezza. Giungiamo alle prime abitazioni del paese. Le porte spalancate e le finestre orbe di vetri non ci invitano a sostare, ci interniamo nel dedalo delle luride viuzze traboccanti di immondizie e rifiuti d'ogni genere.
Ad una curva andiamo a sbattere contro la massa di un carro armato. Il mostro dorme il suo ultimo sonno e pare che sghignazzi attraverso il foro della perforante che ne ha squarciata la torretta. Sullo scafo scorgiamo il segno della sua nazionalità: la stella rossa. E' l'unica stella in questa notte senza luce. E naturalmente non brilla.
Anche qui è passata la guerra. Noi stessi, forse, nella rapida corsa tra il Donez ed il Don attraversammo il villaggio. Ma come possiamo dirlo con precisione se questi paesi rurali russi si assomigliano tutti nella loro miserevole urbanistica? Per di più le tenebre non ci consentono nessuna visibilità. Procediamo a tentoni nella ricerca di un segno che riveli la presenza di uomini.
L'abbaiar di un cane ci guida verso una casa che, per aver tutte le imposte chiuse, ci appare abitata. Battiamo ai cristalli di una finestra. Ci risponde prima l'accendersi di un lume, poi, tremante, una voce di donna. Chiediamo dello "stàrasta" - il capo villaggio - La donna, evidentemente in preda a chi sa qual terrore, non sa darci precise indicazioni. Sembra, col suo tremulo mormorio, implorare pietà. E non sa, la poveretta, che le nostre intenzioni nei suoi riguardi sono le più pacifiche.
Ma tanta è la di lei paura che non riusciamo a convincerla. Forse questa donna, cresciuta in un regime di terrore, rimembra altri soldati che in lontane notti batterono alle case dei poveri contadini e portarono loro morte e distruzione.
Finalmente, da una capanna vicina, sbuca un vecchietto tutto imbacuccato in una specie di veste da camera che lo copre fino ai piedi. Ha udita la nostra richiesta e ci farà da guida fino all'abitazione dello "starasta" alla quale giungiamo in pochi minuti.
Il capo del misero villaggio è un ometto insignificante che si profonde in complimenti e gentilezze. Che sia sincero non si può affermare, giacchè nei suoi occhietti di faina, unica cosa viva sulla sua faccia priva di espressione, è una strana luce che in una notte assai lontana vedemmo brillare nelle pupille di uno sciacallo affamato e pronto a mordere chiunque lo avvicinasse.
Sincerissimo nella sua gentilezza, lo "stàrasta" ci fornisce le utili informazioni richiestegli. I partigiani, dopo aver prelevato a mano armata i viveri loro occorrenti e minacciati gli abitanti, si sono diretti in una data località, a cinque ore di marcia. Ciò significa che la nostra fatica è appena all'inizio, giacchè giovando battere il ferro quando è caldo, occorrerà inseguire la preda.
Dino Corsi
Il Telegrafo del 23 febbraio 1943
Dalla Russia una voce tanto cara ai senesi da tempo non giunge
Era una voce piena di entusiasmo per la causa della Patria, era una voce piena di nostalgico amore per la terra natia, piena di tenerezza per tutte le madri, le spose, le sorelle, che hanno dovuto staccarsi dai loro cari congiunti chiamati a combattere tra le gelide steppe della Russia; era un legame forte e dolce ad un tempo che mitigava la distanza, che rendeva men duro il distacco quella che Dino Corsi faceva udire attraverso le colonne del nostro giornale.Dino Corsi, legionario, combattente di tutte le guerre, animatore instancabile di ogni manifestazione fascista, che ha portato ovunque volontariamente l'entusiasmo della sua giovinezza, la generosità del suo cuore, i frutti della sua mente illuminata è dato per disperso. Disperso in Russia nei combattimenti avvenuti dall'11 al 24 dicembre dopo che aveva potuto dare mille prove di ardimento e di amor patrio.
Se la notizia ci ha dolorosamente sorpresi, non ci ha certamente abbattuti, poichè è viva in noi la speranza che egli tornerà. Dino Corsi tornerà anche dalla Russia, come tornò per due volte dall'Africa, come tornò dalla Croazia.
E Siena l'attende come allora, ansiosamente, per fargli sentire il fremito del suo cuore materno che, per lui, come tutti i suoi eroici figli lontani, ha battuto e batte forte nell'attesa.
Nella sua ultima corrispondenza "Colloqui con Siena" Dino Corsi tra l'altro diceva: "Cosa avverrà lassù nella mattinata della Natività? Sarà pace e raccoglimento la vita nostra, oppure il rosso tenterà dall'altra sponda di frangersi ancora le ossa contro li muro dei petti italiani? Chissà. Noi non possiamo dirtelo, cara Siena, e potremmo anche non più potertelo dire, giacchè il Natale di guerra reca nel suo fardello i doni più impensati, non ultimo quello della Eterna gloria".
Caro Dino, quando tu scrivesti queste parole ancor più vivo e bruciante doveva essere in te il ricordo della tua Siena ed il murmure lieve di Fonte Gaia doveva sembrarti tanto vicino e doveva sussurrarti all'orecchio le più soavi espressioni materne. E tu, per un attimo, forse temesti di non poter tornare, non già per viltà, ma per amore, per amore verso chi qua ti attende!
E la tua buona mamma, le tue sorelle, i tuoi amici tutti confortati dalla speranza del tuo ritorno, speranza che vibra in noi come una certezza, pregano Iddio affinchè voglia presto farci riudire la tua voce tanto cara e fiduciosa nei destini della Patria nostra.
ELLEFFE.
La Camicia Nera Di Palma, degente nell'Ospedale Militare San Marco con provenienza dalla Russia - ci ha parlato con devoto entusiastico affetto del nostro Dino Corsi da cui non riceviamo da circa due mesi alcuna corrispondenza. Il Di Palma appartiene alla stessa Compagnia del Battaglione "M" di cui fa parte Dino Corsi e con lui ha vissuto e combattuto per vari mesi in uno stesso irrefrenabile slancio, in un cameratismo fraterno che ci è stato rivelato con toccanti frasi quali possono uscire da un semplice gagliardo cuore di soldato votato con assoluta dedizione alla Causa della Patria.
Fedele per tutta la sua vita all'entusiasmo per l'Idea, Dino Corsi si distinse subito in terra di Russia per il suo ardimento, per lo sprezzo del pericolo, per il suo sereno ottimismo che è stato sempre di conforto e di esempio ai compagni legionari.
L'ultima volta Dino Corsi fu veduto dal Di Palma il 19 dicembre; egli può dunque considerarsi disperso nel periodo che va da tale data al 24 successivo. Ma poichè le esigenze della situazione verificatasi in seguito alla Campagna difensiva dell'Est non consentono per ora normale recapito di corrispondenza o comuqnue il giungere di precise notizie noi speriamo con tutto il cuore che la luce si faccia presto sulla sorte del nostro amico e collaboratore e che torni la pace nell'animo dei suoi cari che hanno nel loro congiunto una viva e purissima espressione della nostra terra.
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