lunedì 18 luglio 2016


Il Telegrafo del 10 settembre 1942
Quando il buondì si vede dal mattino (I parte)

Fronte Russo, settembre
Sbattono ancora i cucchiai entro le gavette alla ricerca dell'ultimo cannellone di pasta, nel campo è il caratteristico andirivieni che sempre segue la consumazione del rancio serale. Gli uomini, giunti a termine della giornata più o meno intensamente vissuta, si preparano chi al riposo, chi a dedicare un'ora ai suoi cari attraverso la corrispondenza, chi ad effettuare una sia pur sommaria pulizia ai capi di vestiario e chi, infine, a vegliare sulla tranquillità dell'accampamento e sulla sicurezza dei camerati.
Le vedette e le pattuglie raggiungono i posti di guardia. Uomini che in un modo o nell'altro han lavorato dall'alba al tramonto si accingono a trascorrere in bianco la notte, moschetti serrati tra le ferree dita, bombe nelle capaci tasche, elmetto sugli occhi sempre fissi nella vigilanza, nervi tesi e pronti alla scatto.
Il fronte è tranquillo da varii giorni. Appena, appena qualche rara sparatoria notturna e qualche ancor più raro scontro di pattuglia ricordano che al di là del fiume ci sono i russi. La tranquillità che aleggia sulle due sponde del Don può essere foriera di burrasca, ma momentaneamente è la calma scocciante che impera; è questa attesa di ciò che potrà avvenire, come e quando nessun sa, a mettere a dura prova i nervi dei legionari.
Se qualcuno proponesse di guadare a piedi il Don -in alcuni punti facilmente attraversabile, perchè poverissimo di acque - per recarci a far visita ed a disturbare il sonno dei bolscevichi, tutti gli uomini sarebbero contenti rinunciare al riposo e romperla colla scocciatura, necessaria quanto si vuole ma sempre sgradita, dei "reparti in posizione d'attesa".
Ecco perchè al giungere improvviso di un porta-ordini motociclista, seguito da segni di movimento precursore di novità, al Comando Battaglione, le Camicie Nere, anche quelle che si erano già stese al suolo avvolte nelle coperte da campo, scattano, si fanno intorno, alle sedi del Comando Compagnia in cerca di informazioni. Il campo si anima, si incrociano le previsioni più disparate, taluni provano e riprovano e riprovano la scorrevolezza dell'otturatore, altri verificano la sicurezza delle bombe a mano.
Senza che nulla sia trapelato, senza che nessuno abbia parlato - il porta-ordini potrebbe anche essere latore di normali comunicazioni di servizio - si spande per l'aria odor di polvere. Ed in tutti è la certezza che se novità vi sono, saranno buone, cioè probabilità di menar le mani. E così è infatti.
Sono trascorsi appena pochi minuti e gli ordini giungono precisi ai reparti. E' segnalato un nucleo di partigiani in località distante una trentina di chilometri. Occorre eseguire subito la bonifica della zona. Centoventi uomini partiranno tra un quarto d'ora, gli altri rimarranno sul posto.
I centoventi uomini son trovati all'istante tra le centinaia che vorrebbero partire. I prescelti esultano e preparano la borsa tattica - bombe, munizioni e viveri di riserva -; gli esclusi mormorano e maledicono il destino. Qualcuno impreca contro "la solita camorra, i favoritismi ed i privilegiati". Perchè il dover rimaner al campo, anche se il campo stesso sorge in primissima linea, è considerata un'offesa personale quando altri si muovono per far "qualcosa di buono".
Il console assume personalmente il comando del reparto di formazione. Si parte che è quasi notte. E, naturalmente, si parte cantando.
Il canto è per i legionari un alimento di prima necessità. Marciando, lavorando, combattendo, sempre in tutte le manifestazioni della sua esistenza guerriera il soldato italiano si abbandona al sonoro godimento e trae da questo spinta per il corpo e fuoco per lo spirito.
Sulla pista polverosa si eleva un coro alpino. Sono i nostri camerati trentini che hanno intonata una suggestiva canzone delle loro vallate. Il tono lento delle note marca il passo alla truppa: passo da montanari, lungo e calmo, sulle steppe russe. Il comandante, come suo solito, marcia in testa alla formazione ed unisce la sua voce al coro dei legionari.
Per un'ora circa si avanti senza incontrare un segno di vita. Solo la steppa colle sue erbe ed i suoi rari cespugli si para davanti ai nostri sguardi. ad X.... incrociamo una sezione sussistenza.
I bianchi tendoni, alla sommità dei quali fan capolino i cilindrici tubi dei forni da campo, danno vita al paesaggio e ne rompono l'assillante monotonia. I camerati panettieri sbucano un pò dappertutto e ci vengono incontro agitando le braccia nude ed infarinate fino al gomito.
questi bravi ragazzi che combattono la loro battaglia nelle immediate retrovie del fronte, questi oscuri eroi di cui mai nessuno parla e che pertanto sono in linea, sempre, notte e dì, questi soldati della sussitenza, molto spesso chiamati ad impugnare il moschetto tra le mani ancora impastate di acqua e farina, godono le generali simpatie dell'Armata, anche se talvolta il pane da essi confezionato, con mezzi sovente di fortuna, non esce dal forno perfetto come sempre si vorrebbe.
Tra soldati e legionari si scambiano saluti, auguri, e naturalmente, ne salta fuori anche la solita cordiale sfottitura.
- Che andate a caccia di grilli? - domanda un ragazzino ventenne, sorgendo fuori da un cumulo di sacchi vuoti e tutto infarinato come un mugnaio, ad un barbuto milite che potrebbe essere suo padre.
- No, risponde la camicia nera, vado a cercarti la balia. Ed aggiunge: Tu "boccia" resta a casa e procura di cuocer bene il pane, che ci fate sempre mangiare pasta cruda!
- E che vorreste senza carta annonaria? Grissini vorreste? - ribatte allegro il "boccia". E spalancata la bocca in una spontanea risata torna a rinsaccarsi nel suo strano giaciglio.
La marcia prosegue nella notte. Or da questo or da quel plotone una voce si leva a dare il "là" ad una canzone. E tutta la compagnia si desta nel canto ed accelera l'andatura.
La stanchezza comincia a farsi sentire un pò in tutti, le cinghiette delle borse tattiche, strigendo forte le spalle, rivelano a noi stessi la non piena corrispondenza del fisico. Ma la volontà di andare avanti è più forte della fatica. Si deve giungere ad una determinata località e vi giungeremo. Si marcia da cinque o sei ore quando il fischietto del comandante sibila nel segnale di "alt". Poi, secca, la sua voce risuona nella notte: "Serrate sotto, non perdere il collegamento, non fumare, silenzio assoluto. Ci attesteremo a mezz'ora di strada da qui".
Si riparte ed a termine dei trenta minuti sostiamo nei pressi di un villaggio, quello ove è stato segnalato il nucleo di partigiani.
Siamo nel recinto di una grande fattoria. La recente trebbiatura, effettuata a cura dei nostri comandi, ha lasciato la sua traccia in un provvidenziale pagliaio che fornisce i giacigli alle membra provate dallo sforzo. Predisposte le solite misure di sicurezza, gli uomini si abbandonano al riposo. Tre ore si sonno saranno più che sufficienti a ritemprare i corpi.
Una pattuglia va in ricognizione al vicino abitato. Si procede a tentoni nelle tenebre, guidati sul nostro cammino dalle macchie bianche dei silo granari. Il bagno involontario in un ruscello giunge propizio anche se sgradito a rinfrescare le idee un pò ottenebrate dal sonno e dalla stanchezza. Giungiamo alle prime abitazioni del paese. Le porte spalancate e le finestre orbe di vetri non ci invitano a sostare, ci interniamo nel dedalo delle luride viuzze traboccanti di immondizie e rifiuti d'ogni genere.
Ad una curva andiamo a sbattere contro la massa di un carro armato. Il mostro dorme il suo ultimo sonno e pare che sghignazzi attraverso il foro della perforante che ne ha squarciata la torretta. Sullo scafo scorgiamo il segno della sua nazionalità: la stella rossa. E' l'unica stella in questa notte senza luce. E naturalmente non brilla.
Anche qui è passata la guerra. Noi stessi, forse, nella rapida corsa tra il Donez ed il Don attraversammo il villaggio. Ma come possiamo dirlo con precisione se questi paesi rurali russi si assomigliano tutti nella loro miserevole urbanistica? Per di più le tenebre non ci consentono nessuna visibilità. Procediamo a tentoni nella ricerca di un segno che riveli la presenza di uomini.
L'abbaiar di un cane ci guida verso una casa che, per aver tutte le imposte chiuse, ci appare abitata. Battiamo ai cristalli di una finestra. Ci risponde prima l'accendersi di un lume, poi, tremante, una voce di donna. Chiediamo dello "stàrasta" - il capo villaggio - La donna, evidentemente in preda a chi sa qual terrore, non sa darci precise indicazioni. Sembra, col suo tremulo mormorio, implorare pietà. E non sa, la poveretta, che le nostre intenzioni nei suoi riguardi sono le più pacifiche.
Ma tanta è la di lei paura che non riusciamo a convincerla. Forse questa donna, cresciuta in un regime di terrore, rimembra altri soldati che in lontane notti batterono alle case dei poveri contadini e portarono loro morte e distruzione.
Finalmente, da una capanna vicina, sbuca un vecchietto tutto imbacuccato in una specie di veste da camera che lo copre fino ai piedi. Ha udita la nostra richiesta e ci farà da guida fino all'abitazione dello "starasta" alla quale giungiamo in pochi minuti.
Il capo del misero villaggio è un ometto insignificante che si profonde in complimenti e gentilezze. Che sia sincero non si può affermare, giacchè nei suoi occhietti di faina, unica cosa viva sulla sua faccia priva di espressione, è una strana luce che in una notte assai lontana vedemmo brillare nelle pupille di uno sciacallo affamato e pronto a mordere chiunque lo avvicinasse.
Sincerissimo nella sua gentilezza, lo "stàrasta" ci fornisce le utili informazioni richiestegli. I partigiani, dopo aver prelevato a mano armata i viveri loro occorrenti e minacciati gli abitanti, si sono diretti in una data località, a cinque ore di marcia. Ciò significa che la nostra fatica è appena all'inizio, giacchè giovando battere il ferro quando è caldo, occorrerà inseguire la preda.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 23 febbraio 1943
Dalla Russia una voce tanto cara ai senesi da tempo non giunge

Era una voce piena di entusiasmo per la causa della Patria, era una voce piena di nostalgico amore per la terra natia, piena di tenerezza per tutte le madri, le spose, le sorelle, che hanno dovuto staccarsi dai loro cari congiunti chiamati a combattere tra le gelide steppe della Russia; era un legame forte e dolce ad un tempo che mitigava la distanza, che rendeva men duro il distacco quella che Dino Corsi faceva udire attraverso le colonne del nostro giornale.
Dino Corsi, legionario, combattente di tutte le guerre, animatore instancabile di ogni manifestazione fascista, che ha portato ovunque volontariamente l'entusiasmo della sua giovinezza, la generosità del suo cuore, i frutti della sua mente illuminata è dato per disperso. Disperso in Russia nei combattimenti avvenuti dall'11 al 24 dicembre dopo che aveva potuto dare mille prove di ardimento e di amor patrio.
Se la notizia ci ha dolorosamente sorpresi, non ci ha certamente abbattuti, poichè è viva in noi la speranza che egli tornerà. Dino Corsi tornerà anche dalla Russia, come tornò per due volte dall'Africa, come tornò dalla Croazia.
E Siena l'attende come allora, ansiosamente, per fargli sentire il fremito del suo cuore materno che, per lui, come tutti i suoi eroici figli lontani, ha battuto e batte forte nell'attesa.
Nella sua ultima corrispondenza "Colloqui con Siena" Dino Corsi tra l'altro diceva: "Cosa avverrà lassù nella mattinata della Natività? Sarà pace e raccoglimento la vita nostra, oppure il rosso tenterà dall'altra sponda di frangersi ancora le ossa contro li muro dei petti italiani? Chissà. Noi non possiamo dirtelo, cara Siena, e potremmo anche non più potertelo dire, giacchè il Natale di guerra reca nel suo fardello i doni più impensati, non ultimo quello della Eterna gloria".
Caro Dino, quando tu scrivesti queste parole ancor più vivo e bruciante doveva essere in te il ricordo della tua Siena ed il murmure lieve di Fonte Gaia doveva sembrarti tanto vicino e doveva sussurrarti all'orecchio le più soavi espressioni materne. E tu, per un attimo, forse temesti di non poter tornare, non già per viltà, ma per amore, per amore verso chi qua ti attende!
E la tua buona mamma, le tue sorelle, i tuoi amici tutti confortati dalla speranza del tuo ritorno, speranza che vibra in noi come una certezza, pregano Iddio affinchè voglia presto farci riudire la tua voce tanto cara e fiduciosa nei destini della Patria nostra.

ELLEFFE.


La Camicia Nera Di Palma, degente nell'Ospedale Militare San Marco con provenienza dalla Russia - ci ha parlato con devoto entusiastico affetto del nostro Dino Corsi da cui non riceviamo da circa due mesi alcuna corrispondenza. Il Di Palma appartiene alla stessa Compagnia del Battaglione "M" di cui fa parte Dino Corsi e con lui ha vissuto e combattuto per vari mesi in uno stesso irrefrenabile slancio, in un cameratismo fraterno che ci è stato rivelato con toccanti frasi quali possono uscire da un semplice gagliardo cuore di soldato votato con assoluta dedizione alla Causa della Patria.
Fedele per tutta la sua vita all'entusiasmo per l'Idea, Dino Corsi si distinse subito in terra di Russia per il suo ardimento, per lo sprezzo del pericolo, per il suo sereno ottimismo che è stato sempre di conforto e di esempio ai compagni legionari.
L'ultima volta Dino Corsi fu veduto dal Di Palma il 19 dicembre; egli può dunque considerarsi disperso nel periodo che va da tale data al 24 successivo. Ma poichè le esigenze della situazione verificatasi in seguito alla Campagna difensiva dell'Est non consentono per ora normale recapito di corrispondenza o comuqnue il giungere di precise notizie noi speriamo con tutto il cuore che la luce si faccia presto sulla sorte del nostro amico e collaboratore e che torni la pace nell'animo dei suoi cari che hanno nel loro congiunto una viva e purissima espressione della nostra terra.

Il Telegrafo del 16 dicembre 1942
Storie di gatti, di topi e di un legionario finto tonto

Fronte russo, dicembre
G... è un paese rivierasco che specchia le sue casette, la chiesa ortodossa dal campanile a forma di minareto e la macchia verde di un boschetto di roveri nelle acque del Don. Il paese è disabitato da varii mesi. Le nostre trincee passano su un altura a poche centinaia di metri dal villaggio, da dove si dominano il piccolo centro urbano e le linee avversarie sulla opposta sponda.
Recarsi a G..., percorrere cioè il breve tratto di steppa in leggera discesa che va dalle ridotte alle prime case, è proibito. Nessuna disposizione, invero, vieta di avventurarsi nell'abitato, ma la proibizione è dovuta al fatto che sulla riva orientale del Don i russi vegliano continuamente, sempre pronti ad accogliere con il non gradito "ta-pum" dei moschetti a cannocchiale, collo sgranare di nastri e nastri da mitraglia e, infine, colla sempre fastidiosa pioggia di bombe dei loro mortai chi di noi si prendesse la briga di fare una passeggiatina tra le strade di G...
Fino a poco tempo fa la cosa era diversa. Si andava al paese; di notte, magari, ma si andava. Squadre e pattuglie han continuato un buon mese a fare incursioni tra le case semidistrutte dai tiri dell'artiglieria al fine di racimolare materiali varii, come infissi, legname, vetri ecc., atti ad una sempre migliore sistemazione dei rifugi invernali costruiti a ridosso delle trincee. Ma dài oggi, dài domani, i russi si accorsero del giochetto e giù botte da non dirsi. Per un solo uomo che si avvicinava al villaggio eran centinaia di colpi di tutte le armi a salutare il malaugurato, che messo al bivio tra il tornarsene a mani vuote a da quasi assoluta certezza di prendersi una buona razione di piombo caldo, propendeva per la prima soluzione e rientrava al proprio rifugio mormorando la frase divenuta ormai di prammatica: Disco chiuso.
Permanendo la chiusura dell'eccezionale disco, a G... è scomparso ogni segno di vita umana. Non diciamo animale perchè qualcosa di vivo e vitale esiste ancora nel villaggio: i gatti.
Quanto siano i felini domestici vaganti tra macerie e ruderi e componenti la massa corale che concerta di notte al chiar di luna sbizzarrendosi in tutta una sinfonica scala di miagolii, non potremmo dirlo perchè non abbiamo mai avuto possibilità e desiderio di contarli, ma il fatto certo è che a G... ci sono dei gatti. E per la nostra storia questo soltanto è importante sapere, dopo aver saputo che se a G... vi sono i gatti, nelle trincee non mancano i topi.
Forse perchè spaventati dalla vicinanza dei loro divoratori, i topi, tutti i topi della steppa - e sono migliaia e forse milioni - si sono rifugiati nei nostri sotterranei alloggi e la fan da padroni incontrastati tra zaini e pagnotte, tra coperte e gallette. Roba da non dirsi! Sfacciati, i topolini, fino al punto di venire a passeggiarti sulla faccia - mentre riposi -, di rintanarsi al calduccio nelle tasche del tuo pastrano, e, magari, di fare addirittura il nido dentro una delle scarpe di riserva, da te gelosamente riempite di paglia per meglio preservarle all'umidità.
E ti guardano, le bestiole, furbescamente e par ti pungano quando i loro occhietti simili a capocchie di vecchi spilli sembrano dire: I gatti non ci sono, qui comandiamo noi.
I soldati si sono dati da fare costruendo trappole su trappole, ma, si sa, son...trappole. Astuti e fini, i topi hanno imparato il giochetto: mangiano il formaggio, lasciano il loro segno, e proseguono liberamente l'andirivieni indisturbato.
Tra i più accaniti cacciatori di ratti è un legionario. Un soldato di quelli che non parlan mai, dall'aria assonnata e distratta e dall'aspetto non troppo intelligente. Taciturno e solitario per natura, è con noi eccezionalmente espansivo. Da permanente fu al 5° Bersaglieri e questo fatto ci ha permesso di entrare nelle sue confidenze. Perciò ieri, mentre in baracca si discuteva sul modo migliore per spengere la molesta schiera dei roditori e lui era intento a confezionare con filo spinato da reticolati un nuovo tipo di trappola - il dodicesimo, per la storia -, ci venne fatto di voler prendere cordialmente in giro il nostro vercchio bersagliere e gli dicemmo, sforzandoci ad apparire seri e convincenti: - Ma perchè non la pianti con codesti lavori?... Oramai la fine dei topi è decretata. Dall'Italia è arrivato un vagone di gatti.
- Davvero? - chiese lui con aria stupefatta - davvero?... E li daranno pure a noi?
- Certamente - rispondemmo. - Occorre prelavarli al Comando Compagnia: due gatti per plotone.
- Ci vuole il buono di prelevamento? - chiese ancora.
- No, senza buono... - Era assai difficile mantenersi serii, ma ci sforzammo per continuare nello scherzo, che stava prendendo una piega divertentee imprevista. Lui riprese:
- Allora vado io a prenderli? Posso andar subito?
- Ma si! Vai subito! - La risata a stento contenuta era lì lì per scoppiare. Ma resistemmo, noi e tutti i presenti, fino a che non lo vedemmo scomparire lungo il camminamento: se ne andava col suo consueto procedere barcollante, col moschetto a travolla, l'elmetto calcato sugli occhi, il bavero della pelliccia rialzato e sul collo, a mo' di sciarpa, un sacchetto vuoto, il sacchetto per i gatti!...
Dato sfogo alla propria allegria, ci attaccammo al telefono. Volevamo continuare lo scherzo, portarlo fino in fondo.
- Pronto?... Pronto?... Comando Compagnia?... Sei tu P...? Qua primo plotone... No, nessuna novità, tutto a posto... Volevo dirti questo: verrà da te F..., a prelevare due gatti... Non ridere: gli abbiamo fatto credere che ne sono arrivati un vagone dall'Italia... Come dici? Hai in trappola due topi vivi?... Benone!... Si, si!... Consegnali i topi, vedrai la faccia che farà!... Grazie...
Passò un quarto d'ora, mezz'ora; il legionario doveva esser prossimo al ritorno. D'un tratto, al di là del Don cominciò la musica: "ta-pum, ta-pum"... E giù sventagliate di mitraglia. Il concertino durò qualche minuto, poi tornò la calma. Una vedetta gridò: Sparavano verso G... C'era qualcuno nel paese: ho veduto un uomo attraversare di corsa la piana davanti alle case: era dei nostri, il grigioverde spiccava sulla neve. Speriamo non l'abbiano beccato!
- Non mi hanno beccato, ho la pelle dura io!
Ciò dicendo...quello del prelevamento fece il suo ingresso nel rifugio. Imbrattato di neve sino al ginocchio, ansante e sudato, ma col faccione sorridente e tutto soffuso da un'aria sorniona che mai avemmo supporto in lui. Depose delicatamente a terra il sacco, nel cui interno qualcosa si muoveva e, guardandosi intorno, borbottò: - Ecco i due gatti. Anche col disco chiuso il vagone è arrivato a G... Si possono prelevare ancora: ci sono gatti e proiettili per tutti. Ma non vi consiglio andar laggiù perchè voi non siete come me duri di pelle... e di testa.
Si chinò a slegare il sacco e ne trasse due gattini: uno bianco e l'altro nero. Ce li mostrò tenendoli per la collottola e disse ancora, a noi, soltanto a noi questa volta: - Non paiono la bandiera di Siena?
Vincemmo la tentazione di abbracciarlo: ma quel giorno rimanemmo senza vino, perchè la nostra razione la offrimmo a lui, al vecchio bersagliere del Quinto.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 1 dicembre 1942
La lana del popolo è giunta ai soldati italiani

Fronte russo, novembre
Domenica di primavera in una cittadina costiera ligure, ove permanemmo circa un mese per seguire un corso di perfezionamento sulla conoscenza e l'impiego di alcune armi moderne. Sono le dieci del mattino, e noi, unitamente ad altri camerati, ci troviamo nel salone del Dopolavoro Comunale ad assistere alla cerimonia della consegna della lana per i soldati, effettuata a cura del locale Fascio femminile.
Davanti ad un grande tavolo, dietro al quale si prodigano donne e giovani fasciste, sfilano e depositano la loro offerta uomini, donne e bambini. Sono vecchi che giungino carichi del gentile fardello di indumenti e candidi foicchi! donne venute dai monti, uscite dalle ridenti villette della marina e dalle casupole dei pescatori, recanti piccole e grandi quantità di lana, doppiamente preziosa perchè al valore materiale unisce quello incalcolabile dell'affetto materno; fanciulle e ragazzi cinguettanti in dialetto, che par vadano ad una festa, tanto in essi tutto è gioia e serenità nell'atto di deporre sul tavolo l'offerta dei familiari che essi, i piccoli, hanno voluto rappresentare in questa gara di solidarietà e patriottismo.
Assistiamo a tutta una serie di significativi episodi, che ci dicono il pregio inestimabile di ogni donazione, anche della più modesta, che ci illuminano sul significato di ogni gesto, apparentemente materiale quanto invece sublimamente rispecchiante l'interiore palpito di petti italiani.
Ma la nostra ammirazione per i partecipanti alla nobile gara diviene addirittura commozione, ed un groppo ci serra la gola, e gli occhi si sforzano a contenere le lacrime, quando una donna sulla cinquantina - una popolana dal pallido volto affilato e rivelante l'interno dolore, sul quale però due pupille corvine brillano di orgoglio e sembrano unire il loro splendore a quello argenteo di una medaglia al valore che nobilita le gramaglie di un lutto recente - depone sul tavolo un grosso gomitolo di lana e dice con voce ferma: "Mio figlio è in Russia. Volevo preparargli un maglione per l'inverno che verrà, ma non avevo lana; perciò ho fatta filare quella del materasso... Ora però il mio ragazzo non avrà più freddo, mai più... Prendetela, questa lana, servirà ad un altro soldato, ad uno dei tanti nei quali rivedo il mio ragazzo che è in Russia, che resterà sempre lassù".
Ha detto "lassù" accennando il Cielo. E non piange.
Nemmeno una stilla di pianto esce dai neri occhi della mamma dell'Eroe, non un singhiozzo ha interrotto il suo dire. La donna accarezza il grosso gomitolo, così, con lieve ed affettuoso tocco di mano, come in giorni lontani sfiorava la testina ricciuta del piccolo suo, ed esce volgendo un amorevole sguardo materno a noi e agli altri militari che ci sono vicini.
Anche noi usciamo e ci portiamo in fretta sul molo. Abbiamo bisogno di vedere il mare, per affogare nella sua azzurra immensità la nostra emozione, per non piangere.


Fine d'autunno in Russia

Siamo sul Don e già i reparti hanno provveduto alla sistemazione della linea difensiva. Camminamenti - chilometri e chilometri di stretto fossato - collegano trincee e ridotte e caposaldi ai rifugi che gli uomini si sono scavati nel terreno ed hanno... autarchicamente forniti di ogni possibile conforto. Ora può nevicare, può scendere quanto vuole il termometro: abbiamo la casa.
Ma non sempre potremo vivere nei ricoveri, non sempre pe tufacee pareti potranno ospitarci. La guerra ha le sue dure esigenze. E non sarebbe guerra, e non sarebbe bella, se dovessimo cangiarci definitivamente in talpe e trascorrere i mesi della cattiva stagione sempre rintanati nei rigufi sotterranei. Anche le trincee, particolarmente queste, e le ridotte, e le postazioni recalmeranno la nostra presenza: la presenza di alcuni quando il fronte sarà calmo e di tutti quando farà caldo anche nel soffiar della tormenta.
E si potrà vivere in trincea, si potrà combattere, si potrà sempre assolvere per intero il compito affidatoci, si potrà attendere vincendo, la primavera, e si potrà guardare con fiducia all'avvenire sol perchè dalla Patria è giunta la lana del Popolo.
La lana è giunta a vagoni, a treni, a convogli.. La generosa offerta degli italiani, trasformata in caldi indumenti, è già sistemata negli zaini dei soldati e consente ai combattenti di attendere con serenità il precipare della stagione.
Il corredo invernale - soltanto quello recentemente distribuito, senza cioè tener conto degli indumenti, anche pesanti, in dotazione normale - è singolarmente il seguente: quattro paia di calzini e due paia di calzettoni, due ventriere, due farsetti a maglia e un maglione accollato, quattro paia di mutande, un paio di guanti ed uno di guantoni, un passamontagne ed un pastrano di pelliccia. Tutto di lana, tutto "grave" e quanto mai adatto alla bisogna per la quale fu manufatto. E tutto reso possibile mercè la cosciente generosità degli italiani, che con sublime slancio offrirono alla Patria la lana pei soldati, la lana per la vittoria.


Inverno al fronte orientale

Il freddo è giunto improvviso, repentino, senza farsi precedere da nessun segno premonitore.
Il novembre si è presentato bellissimo. Giornate solatie e luminose, aria calma e temperatura primaverile; tutto insomma ha coinciso a far fiorire le più rosee speranze nell'Estate di San Martino.
Ma uno dei giorni scorsi, all'alba, il cielo si oscura. A metà mattina le nubi si frangono e fino a sera è una pioggiarella insistente, e uggiosa, senza interruzione. Colla notte, però, il tempo pare volgersi nuovamente al bello.
Cessa la pioggia, sembrano diradarsi i nuvoloni e qualche lucente stella occhieggia e par ammiccare a mo' di promessa.
Intanto la linea è posta in allarme. Le pattuglie segnalano movimenti insoliti e minacciosi, il nemico dimostra velleità offinsive, le artiglierie al di là del fiume rombano senza interruzione, un attacco in forze è previsto nel corso della notte.
Vengono triplicate le vedette, tutte le postazioni hanno i serventi intorno alle armi pronti ad aprire il fuoco, le trincee si animano di umano formicolio e la pattuglie, rinforzate, si irradiano ogni dove a prevenire eventuali sorprese. La nottata si presenta per tutti insonne ed emotiva.
Sono le sei del pomeriggio. Già da oltre due ore l'oscurità regna sulla linee, quando un leggero venticello viene spirando da Nord. Par cosa da nulla, appena un pò di frescura autunnale; invece di lì a mezz'ora è la tormenta.
A turno gli uomini corrono dalle trincee ai rifugi, disfanno affrettatamente i fardelli e ritornano al posto del dovere imbacuccati negli indumenti di lana.
La tempesta infuria. Mai nella nostra esistenza abbiamo assistito ad un simile scatenarsi di elementi avversi. Per ore ed ore il vento muggisce ed a momenti domina col suo ululato il deflagrare della granate; la neve gelata, prima di rivestire il terreno di un cristallino lenzuolo, sferza e taglieggia le faccie. Coi nervi tesi sino allo spasimo, accecati dalle raffiche di nevischio, le membra semi intorpidite dal gelo, si conta il volgere delle ore, si serrano i denti e si rimane fermi al posto di combattimento. Dire lo sforzo al quale vengono sottoposti corpi e cuori durante la prima nottata invernale, trascorsa in linea in attesa del nemico, sarebbe impossibile e del resto inutile, giacchè ciò rientra nella normalità della vita del soldato al fronte russo.
Al mattino, quando rientriamo nei nostri ricoveri, il termometro segna 25 sottozero. I pastrani di pelliccia sono trasformati in cappe di ghiaccio, tutto il corpo è preso da un lieve torpore, ma il primo contatto coll'inverno, col vero inverno russo, è stato brillantemente superato, mercè l'elevato sentimento del dovere della truppa, lo spirito di sacrificio dei combattenti italiani, il fisico eccezionale della nostra razza ed anche - e principalmente - in virtù delò gesto di solidarietà umana e patriottismo compiuto in un giorno di primavera, da tanti uomini, donne e fanciulli italiani, che si privarono del superfluo, forse del necessario e magari dell'indispensabile per offrire la lana ai soldati.


***



Ogniqualvolta, durante la nostra operosa giornata, usciamo dal rifugio, ed attraverso il camminamento ci portiamo allo scoperto laddove il dovere chiama, rialziamo il bavero della pelliccia, serriamo il collo del maglione, calchiamo il passamontagne e ci aggiustiamo i guanti. La lana, col suo tepore, ci accarezza e ci ricorda la mano di una mamma italiana, che in una cittadina ligure, in un lucente mattino di aprile, sfiorò con amore il gomitolo di lana filata per la maglia del figlio soldato. Quel figlio eroico che è in Russia e non più ha ormai bisogno di indumenti; perchè lui non teme il freddo e non paventa la bufera, ricoperto com'è di gloria e riscaldato dal fuoco che l'orgoglio e il dolore fanno divampare nel cuore della sua buona mamma.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 28 novembre 1942
Quadretti di guerra

L'Eccellenza il poeta
Alto, grosso, robusto quanto mai. Lo chiamano "carro armato". Quando passa trema la terra, quando parla tremano i teli della tenda. Ma è semplice, di una semplicità quasi impossibile. E timido, rispettoso, disciplinatissimo. Siamo certi che al suo paese - dieci case piantate a pimpinnacolo in un picco dell'appennino abruzzese - quando parla colla guardia campestre si mette sugli attenti e risponde "signorsì" e "signornò".
Era vicinissimo a noi, gomito a gomito, il giorno in cui l'Eccellenza Marinetti -il sessantacinquenne poeta, che colla sua presenza al Fronte nelle fila legionarie conferma la eternità dei vent'anni - ci fu presentato dal nostro generale. E ci fu presentato, oltre quale capo del movimento futurista e quale valoroso poeta e combattente, anche come Accademico d'Italia. Il generale lo chiamò Eccellenza.
Poi Marinetti parlò. Cioè, non parlò, ma cantò la Patria, le glorie d'Italia, la certezza della Vittoria. Sulle sponde del Don, dalle labbra del Vate, si levò una canzone di tanta suggestiva bellezza, così pervasa di amor patrio e sentimento che tutti ne fummo commossi ed entusiasti. Anche il nostro "carro armato".
Alcuni giorni dopo, lui, "carro armato", preso il coraggio a due mani ci domandò: "Dicetemi, mò chillo teniente colonnello che facette lu discorso da bravo, chillo perchè è diciuto eccellenza?"
Cercammo di spiegargli che il titolo deriva dal fatto dell'esser Marinetti Accademico, e che egli è tale perchè poeta ecc. ecc. Credemmo di averlo edotto abbastanza chiaramente, quando mormorò: "Così chillo è eccellenza perchè scrive le poesie?"
"Già", rispondemmo. E non sapemmo aggiungere altro. E lui, di rimando: "E voi, voi le scrivete le poesie?"
Quel diavolo ci spinse a mentire e rispondergli come rispondemmo, non sappiamo. Ma, quasi inavvertitamente, ammettemmo: "Si, qualche volta anche noi scriviamo poesie".
"Carro armato" non chiese altro. Ma da quel giorno, ogni qualvolta lo incontriamo il suo saluto si fa sempre più rispettoso, quando ci avvicina arrosisce, parla di noi coi supoi paesani come esseri eccezionali, ed ormai ci attendiamo soltanto di vedercelo comparire davanti, piantarsi sugli attenti e, steso il braccio nel saluto romano, mormorare con voce tonante anche se un pò tremula: "Buon giorno, eccellenza..."


Il diario di un fante
"Guarda, ci disse un ufficiale del ... Fanteria il giorno successivo a quelli della battaglia, guarda un pò questo librettino, osservalo bene... E' un diario, il diario di un mio fante caduto l'altro ieri... E' tutto un poema epico!... L'ho rinvenuto poco fa tra le robe del Morto... lo manderò a sua mamma".
Sfogliammo le piccole pagine del libretto di appunti. Ogni foglietto due date. Ogni data una annotazione. Ne stralciamo qualcuna.
14 Giugno. - Finalmente domani si parte per la Russia. E' finita colla vita senza scopo!
23 Giugno. - Che viaggio lungo!... Quanto è lungo il viaggio per andare a compiere il nostro dovere!
25 Giugno. - Siamo arrivati. Ci son voluti quasi dodici giorni di treno per sentire le cannonate!
8 Luglio. - Pazzo di gioia! Domani si va in linea...
27 Luglio. - Che barba la vita di trincea!... Però preferisco la mia buca ad una villetta in Italia. Se non si combatte si ha almeno la soddisfazione di soffrire per la Patria.
10 Settembre. - Che festa! Vengono i rossi e noi li rigettiamo nel Don. Mamma, quanto sono contento!
11 Settembre. - Sono ferito ad un braccio. Anche questa è una soddisfazione che tutti non possono avere!
Poi pagine bianche. Tutte bianche, candide come l'anima dell'eroe. Sfogliammo ancora il libretto e bevemmo a quella fonte di puro entusiasmo tante e tante stille di passione patria. Poi non sapemmo contenerci e domandammo all'ufficiale del Fante: "Hai detto che manderai il diario alla mamma?... Permetti?"
Traemmo la stilografica e, con mano malferma e nella parte ancor per metà coperta dai caratteri del caduto, sotto alla data del 12 settembre, scrivemmo: Caduto per la Patria. Siate benedetta, mamma sua!

Dino Corsi

Il Telegrafo del 14 novembre 1942
Colloqui con Siena (Se Silvio Gigli permette... )

Fronte, novembre
Il "Telegrafo" ci ha portata la notizia che Silvio Gigli è militare. Ed allora ci siamo sentiti forti, erculei, titanici e ci siamo detti: Ecco il momento!
Da tempo avevamo il desiderio di parlare con te, Siena nostra; il nostro animo conteneva a stento tante domande e bramava risposte; ma eravamo chiusi nella ferrea botte del formalismo giornalistico e non potevamo, Siena, interloquire in tua compagnia, perchè un colega dalla "grande firma" ci aveva preceduti e quindi preclusi alla tua confidenza. Ma oggi le cose sono cambiate.
Silvio Gigli è soldato. Anche lui, come cento, mille, milioni di italiani ha, e siamo convinti che meriti, la soddisfazione grande di indossare il grigio-verde e servire coi fatti la Patria adorata. Essendo quindi dei nostri, noi lo vediamo non più sotto l'aspetto dell'autorevole concittadino che ha fatto strada, ma semplicemente nel sembiante del "soldataccio" imbacuccato nell'uniforme, alle prese con un qualsiasi caporale che sa far scattare i suoi uomini, intento a nettare la gavetta, dopo aver consumato il nostro minestrone, e tutto preso da quelli che sono gli inevitabili inconvenienti che la vita militare sa riservare ai novizi. E, vedendolo così come lo vediamo, dimentichiamo il "cav.", il "regista della radio" e la "grande firma", e lo trattiamo com'è uso trattarsi da soldati: senza eccessivi riguardi; e, vecchi ormai di "naia", diamo alla recluta una bella fregatura. Interloquiamo con Siena anche noi. E perchè noi no? Perchè non potremmo far noi ciò che fa o faceva, non Silvio Gigli, ma il compagno d'armi Gigli?
Iniziamo i nostri colloqui, che non avranno la regolarità e l'interesse degli "asterischi della domenica", ma che ci permetteranno comunque di rivolgerci di tanto in tanto a te, Siena di tutti i senesi, e domandarti e chiederti le risposte, che tu ci darai, sempre, in un modo o nell'altro - magari in sogno -, giacchè la tua gentilezza è per noi sicurtà di non interloquire invano. E ti parleremo, città del nostro continuo pensiero, non per noi soltanto, ma anche, e principalmente, per tutti i tuoi figli, che su tutti i fronti di guerra onorano Te nell'Italia.


***



E' festa. Diciamo sia domenica. (Quassù è festa ogni qualvolta i rossi si fanno vivi, dandoci possibilità di menare le mani. Stamani, all'alba, son venuti. Li abbiamo accolti come meritavano, barcocchiati, che sarebbe un piacere a raccontarsi, e ricacciati al di là del Don. Poco fa una pattuglia è uscita a contare i morti nemici rimasti davanti alle nostre linee. E avrà un bel contare! Perciò oggi è festa. Capisci, vecchia Siena?). Dunque siamo d'accordo. E' festa. E diciamo sia domenica.
Noi siamo con te; o meglio: tu sei con noi. La tua anima è scesa dall'alto della Torre, ha abbandonato il bronzeo asilo del campanone e ci è compagna nel nostro fantasioso peregrinre in città, tra piazze e vicoli, nei giardini e all'ombra dei tuoi palazzi. Noi ti parliamo: tu ascolti e rispondi. Vero che ascolti? Vero che rispondi?
E' festa. Tra poco sarà mezzogiorno. Noi transitiamo per il Corso. Ammiriamo la grazia di Dio che passa. In Piazza Tolomei è un via vai di figliole che scendono verso Provenzano. Strano, però! Strano che vanno sole. A crocchi, è vero, cingettanti come nugoli di pispoli, radiose e belle, ma sole. Perchè? Perchè tanto sole le "citte" di Siena, le tue "citte"?
Tu rispondi. E sei maligna. Dici: vanno a Messa le ragazze, come ieri, come sempre. Sembrano sole, ma non lo sono. Sotto le già grevi vesti autunnali, sù in alto, i cuoricini hanno compagnia. Vanno a Messa le "citte", sembran sole ed invece hanno a fianco il ragazzo che già le accompagnò, in altre giornate di festa, giù per il vicolo del Moro e le ricondusse, poi, dalla luce suggestiva del Tempio a quella splendente della vita. Il ragazzo, magari, è lontano... Tra le sabbie del deserto africano, su pei monti in Balcania, con voi tra le prime nevi delle steppe, sù in alto nei cieli dominati dalle aquile azzurre, sopra a sotto tutti i mari dove l'audacia vince...Tu dici così, e non saresti maligna. Ma lo sei quando aggiungi: Però, qualcuna, troppe forse, non sanno resistere all'attesa, non sanno accontentarsi della compagnia ideale dei "citti" lontano e, soldati per soldati, ci sono tanti fanti, bersaglieri, carristi, avieri a Siena... Vedi che sei maligna? Perchè, non per noi che ormai siam vecchi, ma per mille ragazzi sognanti in trincea le bambine del cuore, vuoi dire la verità? Non lo sai che, in fatto di donne, e di donne giovani in special modo, è bene sempre chiudere gli occhi e far finta di niente? Eppure sei vecchia, Siena, e queste cose dovresti saperle!
***



Ci fermiamo alla Croce del Travaglio. Aspetteremo un pò e poi andremo dal "Galgani" a prendere l'aperitivo, la "bomba", come la sa fare Armando quando è in vena. Aspettando guarderemo chi passa e penseremo a chi non passa.
Sono uscite dalla Chiesa, la Messa è finita. Anzi, son terminate le Messe di mezzogiorno: a Provenzano, a San Martino, in Duomo. Dalle tre vie principali affluiscono al centro le ragazze. Vengono dai Quattro Cantoni, da Banchi di Sopra e da Banchi di Sotto. Portano un lieve profumo di incenso nei capelli, sono più belle del solito. Noi le guardiamo nel passare, le ascoltiamo nel sommesso cicalare; e, di tanto in tanto, tu, anima di Siena nostra guida, ce ne accenni una, che si estranea dalla folla e porta sul volto e sugli occhi un segno di dolore, e ci dici: Era fidanzata con Mario, o con Gino, o con Carlo... quello che cadde a Tobruk, o a Sinj, o a Marizai, o a Voroscilofgrad... Non sei più maligna, Siena, sei tanto buona ora!
E passano anche dei giovani. Qualcuno zoppica o porta un braccio al collo, altri nascondono dietro una benda nera la pupilla orbata di luce o hanno sul volto segni di non lontana sofferenza. Tu, allora, ti ingrandisci nell'orgoglio, Siena, e mormori: Questi sono i miei figli più cari. Dopo il fronte e l'ospedale son tornati a me ansiosi di lasciarmi ancora e tornare a soffrire per vincere.
Noi ci sentiamo piccini, tanto piccini, e vorremmo dare un pò del nostro sangue per divenire tuoi figli più cari. Pensiamo a ciò quando tu ci richiami alla realtà delle cose, domandandoci: Chi manca? Cosa manca?
Volgiamo gli sguardi intorno e sù e giù, verso la Costarella, il Chiasso Largo e Piazza Tolomei, e, da noi stessi torniamo a domandarci: Chi manca? Cosa manca?
Una donna giovane, in gramaglie, conducente per mano un sorriso di bambina, ci dà la risposta.
Vero, Siena, che manca Rodolfo? In questo meriggio festivo, qui alla Croce del Travaglio mancano i due metri di altezza di Rodolfo Nigi? Lui era sempre qui a quest'ora. Semplice, modesto, bravo; era qui a parlare d'Italia e di Fascismo, a sognare la gloria. Guarda Siena, guarda le gramaglie della vedova che passa!... Vedi come sono illuminate dall'azzurro segno del valore?... Cosa rispondi vecchia Siena?
E lei risponde. Questa volta trema, la voce della città dei santi e degli eroi. Trema d'orgoglio e commozione; dice: E non è azzurro il mio cielo? E non è fulgente la veste umile che ho indossata per esser degna degli umili grandi miei figli? Vedete, io ho riposti i mille colori delle seriche bandiere, ho fatto tacere i tamburi, la mia voce non è più quella di "Sunto" ma quella di una madre che trepida, soffre e gioisce... Rodolfo, il Nigi, è uno dei figli pei quali ho trepidato, sofferto e gioisco... E' forse il migliore di tutti. Ma tornate ancora, venite ancora a parlarmi, sarò contenta. Tante cose devo ancora mostrare a voi che oggi vivete lontano, tante cose devo dirvi nei nostri colloqui: cose belle e cose brutte. Tornate e parleremo ancora... Poi Siena è scomparsa; e siamo rimasti soli.
La Croce del Travaglio deserta, non un'anima per la strada. Abbiam chiusi e riaperti gli occhi: una buca nel terreno e un riparo di sacchetti di sabbia a terra. Era finito il primo colloquio con Siena, riprendeva quello con la trincea.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 30 ottobre 1942
La scuola russa: prigione dello spirito

Fronte Russo, ottobre
Una delle tante decantaterealizzazioni del regime bolscevico, il fatto che ha dato fiato per i più o meno intonati squilli della propaganda moscovita, l'opera che più e meglio di ogni altra dovrebbe dire ai proletari di tutto il mondo la paterna, affettuosa, attenzione dei governanti di Mosca, la prova, infine, del prodigarsi dei capi nell'intento di elevare la masse è indubbiamente il grande, colossale addirittura, lavoro compiuto nella lotta contro l'analfabetismo. Lotta portata a termine col raggiungimento di tutte le mète ed il conseguimento di tutti i risultati voluti.
Nell'U.R.S.S. o almeno in quella parte della Russia che sino ad oggi ci è stato possibile conoscere, l'istruzione elementare ha assunto un carattere totalitario nella sua obbligatorietà. Si può affermare che il cento per cento dei giovani russi, quelli delle ultime generazioni, è immune dalla piaga dell'analfabetismo, combattuto e vinto, nelle città e nelle campagne, dall'autoritario volere e dal cospicuo impiego di mezzi profusi a piene mani dallo zar rosso.
Limitando per oggi le nostre indagini e constatazioni al vasto campo della cultura elementare, e tralasciando quello dell'istruzione media, assai ristretto, e l'altro ristrettissimo degli studi superiori, non si può non riconoscere la davvero miracolosa portata della vasta realizzazione culturale.
la scuola in Russia ha, si può dire, preso il posto della Chiesa. Non v'è piccolo paese ove manchi il sontuoso edificio scolastico; ogni minuscola borgata rurale ha la sua scuola elementare. Ci diceva tempo fa un vecchio sacerdore ortodosso di una provincia ucraina: "I giovani, bolscevichi o no, guardano al maestro come i loro padri e i loro nonni guardavano a noi, ai preti, ai ministri di Dio. E ciò avviene perchè queste creature, fuorviate dalla via diritta, vedono nell'insegnate il ministro della negatrice potenza, che nei loro cuori e nelle loro menti ha soppiantata la Divinità".
Si potrebbe essere portati a pensare, basandosi sull'esteriorità delle cose, che il bolscevismo è realmente pervenuto ad elevare il livello culturale delle masse in virtù della lotta svolta vittoriosamente dalla scuola contro l'analfabetismo. E, quindi, dovremmo al regime comunista almeno questo doveroso riconoscimento.
Ma addentrandosi nella quistione, esaminando gli effetti conseguiti da un ventennio di istruzione per il popolo, toccando con mano le cose apparentemente perfette, la conclusione è assai diversa. Questa: l'ignoranza delle masse è aumentata proporzionalmente all'accrescersi della cultura delle stesse. E potrebbe anche essere, la conclusione. Imparando a leggere ed a scrivere l'operaio ed il contadino russi sono pervenuti ad un grado di ignoranza mai raggiunto da altri popoli. Il che, in definiva, è pressochè uguale.
E cerchiamo ora di dimostrare la logica di questi apparenti paradossi.
Se un fanciullo, nato e cresciuto in un ambiente sano, e porivato del pane del sapere e negato alla scuola, questi diverrà uomo privo di istruzione, si, ma comunque avrà imparato dalla vita alcune di quelle nozioni utili a tutti gli esseri di questa terra, ed avrà potuto, spremendo le proprie meningi, supplire, in parte sia pur limitata, alla mancanza di istruzione. E chiamerà panme il pane, e saprà perchè nascono i frutti, perchè si muovono le macchine, come si chiama il suo paese, dove comincia e dove finisce la sua Patria. E non saprà magari, e non si sforzerà a sapere quando e da chi fu inventato il pantelegrafo, chi era Demostene, cosa avvenne durante le Idi di Marzo, chi vinse a Trafalgar ed in quale parte del mondo si trovi il Kilimangiaro. Rimarrà ignorante, d'accordo, ma lo coscienza della propria ignoranza lo porterà ad agire come se non lo fosse.
Se, al contrario, lo stesso fanciullo frrequentando una scuola, imparerà, tra l'altro, che Montieri è la capitale della Cina, che i leoni sono stumenti a fiato ed il pane un cavallo da corsa, se, attraverso una istruzione impartita con metodo e cura, si riuscirà a convincere il giovane della forma cilindrica della terra, dell'origine tellurica delle variazioni lunari e di altre simili sciempiaggini, noi avremo col tempo un uomo straordinariamente ignorante quanto convintissimo di non esserlo, perchè ha studiato, perchè sa leggere e scrivere.
La goiventù russa è un pò come il fanciullo del nostro secondo corso. La scuola bolscevica, insegnando l'alfabeto, ha fatto sì che il popolo restasse ignorante, s'incancrenisse anzi nella propria ignoranzael mentre credeva di attingere alla fonte del sapere. Strappando il velo di "sociale assistenza e fraterno prodigarsi per il bene degi umili" che copre il criminoso edificio della scuila staliniana, si mette a nudo l'anima della scuola stessa. Anima diabolica in un corpo di angelo.
Mosca si è fatta un'arena potentissima dell'istruzione elementare e se ne è servita per:
1) Condurre tra i giovani la sua spietata campagna antireligiosa;
2) creare il mito della civiltà bolscevica;
3) diffondere l'assurdo della semi-barbarie di Roma;
4) esaltare le inesistenti conquiste del tanto più inesistente genio russo;
5) riformare la carta geografica del mondo a proprio uso e consumo.
E veniamo ai fatti. Dimostriamo, cioè, la logicità dei paradossi sopra annunziati. La assoluta negazione di ogni Divinità e potenza soprannaturale, che non siano il credo di Lenin o la persona di Stalin, è già di per se stessa una dimostrazione del nostro asserto. Negando l'esistenza di Dio, e convincendo i fanciulli a tanta enormità, si condannano i medesimi - e, si noti, attraverso una scrupolosa istruzione che dovrebbe elevare il di loro sapere - alla più terribile forma di ignoranza, quella dello spirito. L'ateo - analfabeta della religione - ha il solo difetto di non credere in Dio; il giovane russo ha il solo difetto di non credere nel Giusto e quello di peccare di ignoranza credendo nel falso.
La civiltà bolscevica, la sola civiltà che gli uomini avrebbero conosciuta (fortunatamente gli uomini sono... uomini russi), è presentata come il primo fattore civilizzatore del Mondo. La scuola russa - quella del Popolo, inteso - nega ogni altra forma di civiltà moderna ed antica. La asiatica, l'assira, la egiziana, la babilonese, la greca, la romana non esisterono, non furono di questa terra. Lo scolaro, sempre diligente, ascolta ed apprende, studia ed assimila. E domani, fatto adulto, crederà nella sua istruzione e quindi nella sola civiltà bolscevica. Ignorante, più di chi non sapendo tace, affermerà, convinto, la sua errata credenza.
Roma, e per questa e con questa l'Italia, è nei testi scolastici russi espressione di semi-barbarie e ricetto di uominin incivili che, sordi alla voce del progresso, si sono stabilizzati in una forma di vita primordiale e vegetano intorno ai ruderi di monumenti eretti nei secoli che furono sotto l'impulso dell'esempio che veniva, manco a dirlo, da Oriente. Fornito di tutto questo sapere, il ragazzo russo può andare per le vie del mondoa far la figura dell'ignorantone, assai più di quanto non lo fece il pastorello delle montagne d'Abruzzo, semplice e illetterato, che un giorno, alla nostra domanda: "Sai cos'è Roma?", rispondeva: "Roma è una città grande e bella dove stanno il Papa e il Re".
Ma il settore ove più si è sbizzarrita la fantasia della didattica comunista è quello delle supposte conquiste, scoperte ed invenzioni del non mai troppo celebrato geio russo. Un operaio di Stalino, specializzato in costruzioni radiofoniche vi dirà, come a noi un paio di mesi or sono, che la radio è scoperta di un ingegnere georgiano; e così affermeranno tutti coloro che sono usciti dalle scuole del popolo, ove si insegna che fu un operaio di Cazan ad inventare il motore a scoppio, una donna di Astracan a costruire la prima bicicletta, un medico di Cottas a scoprire il bacillo del colera, una ragazza di Viasmo ad ideare la macchina da cucire, un ufficiale dello Zar a raggiungere per primo il Polo, e russi, soltanto russi, furono i primi navigatori, i primissimi aeronauti, i violatori degli abissi sottomarini, e soltanto dovute al genio russo, esclusivamente a questo, tutte le invenzioni e scoperte, dalla pila elettrica all'apriscatole automatico e dalla polvere da sparo a quella insetticida. Infarcito di tanto sapere, l'alunno lascia la scuola ed affronta la vita. Ignorante diplomato a pieni voti.
Anche la stessa geografia è divenuta materia duttile tra le sottili e diaboliche mani dei mestatori moscoviti. Lungo sarebbe tentar soltanto di riassumere le iperboli riportati da testi ed atlanti geografici in uso nelle scuole elementari russe. Un giorno, forse, per diletto dei lettori pubblicheremo alcune di queste pagine di questi "libri di stato" ove continenti e stati, mari e fiumi sono riformati e spostati qua e là per il mondo ad uso e consumo della propaganda bolscevica. Per oggi ci servono due soli esempi tratti dalla vita di gente che si ritiene istruita. Or non è molto un sergente russo, caduto nelle nostre mani, si meravigliava di trovarsi ancora in territorio sovietico perchè, sono parole sue. "...io credevo al di là del Don ci fosse la Germania e a cento chilometri Berlino. L'ho imparato a scuola". Ed una ragazza, giovane intelligente ed a modo suo assai istruita, ci diceva la settimana scorsa: "Voi avete tanta certezza di vincere, ma non pensate che tra un mese saranno qua due milioni di inglesi?". Ed alla nostra obbiezione del come sarebbero giunti sino a noi i biondi paladini, rispondeva candidamente: "In treno. E' tanto vicina l'Inghilterra!" E crediamo non aver altro da aggiungere.
Conclusione. Attraverso la scuola il comunismo ha vinto una delle sue più importanti battaglie. Fedele ai suoi principi di oppressione in carnascialesco costume di libertà, Stalin ha aperte al popolo le porte degli edifici scolastici ed ha poi richiuse queste porte, trasformando le aule in orribili prigioni dello spirito. Oggi le nostre armi infrangono le catene e fanno largo alla luce della verità.

Dino Corsi