lunedì 18 luglio 2016


Il Telegrafo del 28 agosto 1942
"---fanciulli abbandonati, figli del popolo, cioè di nessuno" disse Glìena

Fronte Russo, agosto
A K. si giunse di notte, dopo aver viaggiato per alcune ore lungo una pista fatta di buche coperte di detriti ed interrotta di tanto in tanto da acquitrini e fossati privi di ogni sia pur primordiale ponte o passerella.
Viaggiare nell'oscurità in simili condizioni di viabilità non è proprio la cosa più piacevole di questo mondo, ma per soldati rotti ad ogni sorta di disagio e fatiche quali sono i combattenti italiani in Russia, certi trasferimenti in autocarro rappresentano sempre una cosa piacevole e quanto mai gradita.
Si dica ciò che si vuole, ma l'automezzo, sia pure il non troppo molleggiato camion da trasporto da sempre al soldato la sensazione della comodità e fa sì che la truppa sopporti senza nessun segno di disagio gli inconventienti cagionati dalle asperità del terreno e del pessimo manto stradale; scossoni, traballamenti ed impolveratura da non dirsi.
Specialmente poi quando certi viaggi significano avanzare su terreno avversario, quando ad ogni girare di ruota sono metri di suolo strappato al nemico, quando a termine della più o meno veloce corsa c'è la probabilità del combattimento e comunque la certezza della conquista di nuove località, specialmente in questo caso il viaggio in autocarro diviene qualcosa di tanto deliziosamente grande che entusiasma e fa fremere di contento.
Dicevamo, dunque, che a K. giungemmo di notte. Senza inciampi, chè i russi avevano già abbandonata la zona sotto l'incalzare dell'avanzata dei nostri reparti, penetrammo nell'abitato e predisposte le necessarie misure di sicurezza, allestimmo il campo. Intanto i cucinieri, malgrado l'ora tarda, si disposero a confezionare il rancio caldo.
Mentre le pattuglie e le vedette si irradiavano all'intorno alla improvvisata base e, tra il sommesso sussurrio dei legionari ed il picchiettare degli attrezzi leggeri si erigevano le casette di tela, la squadra degli addetti alla cucina - gente insonne ed instancabile che fa ardere il fuoco dei fornelli anche quando altro fuoco divampa - scelto un desio al coperto dall'eventuale osservazione ed offesa nemica, confezionava la saporosa pastasciutta, la pietanza più nostra, che tanto bene fa ai corpi ed agli spiriti dei soldati.
Nell'attesa che la voce del sergente di giornata risuonasse nelle tenebre a gridare "l'adunata rancio", fummo portati da naturale curiosità ad esaminare gli immediati dintorni del campo e portammo i nostri passi a poche diecine di metri dal boschetto di rovere in mezzo a cui erano state erette le tende.
Senza oltrepassare la linea delle vedette avanzate, procedendo in mezzo ad erbe alte fino al ginocchio, giungemmo in un semispiazzato delineato da basse costruzioni il di cui biancore delle pareti spiccava nell'oscurità.
Ci parve per alcuni istanti di essere nel recinto di qualche esposizione e ad accrescere questa impressione contribuiva in modo particolare un gigantesco padiglione circolare terminante alla sommità, in una specie di torretta. ualcosa come un baraccone di giochi da fiera.
Sapemmo al mattino che si trattava di scuderie e la costruzione circolare altro non era che la "cavallerizza", il maneggio coperto di un reggimento di cosacchi.
K., ai tempi dell'ultimo Zar, fu celebre appunto per queste scuderie imperiali, ove si allenavano e si addestravano cavalli di razza per conto del Sovrano e dei Principi Reali. La bufera bolscevica disperse il ricco patrimonio equino. Successivamente gli spaziosi ambienti ospitarono coasschi del Don e soltanto negli ultimi anni, pur mantenendo l'impianto il suo carattere militare, era qui ripreso l'allevamento di destrieri di razza.
La nostra avanzata, costringendo a precipitosa fuga gli squadroni dei terribili sciabolatori delle steppe, non potè evitare che la quasi totalità dei campioni dell'allevamento seguisse i russi nella ritirata o si perdesse nella immensità delle pianure che stanno tra il Donez e il Don.
Alcuni esemplari col trascorrere dei giorni hanno fatto ritorno alle scuderie da cui erano fuggiti o cacciati. Si sono visti stalloni e puledri avvicinarsi ai vecchi padiglioni quasi con timore. Stanotte per il continuo divagare senza meta, affamate e forse spinte dal richiamo del sicuro asilo, le povere bestie sono tornate ai loro posti nelle deserte scuderie. Come dei profughi che tornano al villaggio dopo il cessar della battaglia.
I legionari li hanno curati, governati e si sono subito catturati la simpatia degli intelligenti animali, che nei nuovi padroni non han forse trovato da rimpiangere i vecchi.
Come tutto ciò che porta l'importanta della falce e del martello, anche queste costruzioni, capaci di ospitare qualche migliaio di cavalli, non eccellono per pulizia e per comodità.
Anche qui, come ovunque, si è curato il lato esteriore delle cose. E così, al biancore, calcareo delle pareti esterne, che da una impressione di ordinata organizzazione, si oppone la sporcizia dell'interno. Ai fregi a grande effetto che decorano taluni particolari ambienti e fan credere almeno pensare ad una razionale opera di rinnovazione, si contrappone il fatto che nessuna variante è stata portata a quella che era l'arredamento delle vecchie scuderie zariste. Anche questi immensi padiglioni, che - si dice - costituivano un vanto per il regime moscovita son qui a dimostrare la nessuna capacità costruttiva ed organizzativa di questo regime che sembra aver profuse tutte le sue forze materiali e morali soltanto nella macchinazione dell'attentato alla civiltà europea.
Ma noi, veramente per intentedamo proprio parlare delle scuderie di K...., bensì del vecchio Antòn, il guardiano di queste, e per esser più precisi delle di lui figlie: Nadèzda e Glièna.
Anton è sulla sessantina. Alto, curvo di spalle, fronte bassa e due occhietti porcini che brillano tra le ciglia grigie, ha in sè qualcosa di particolare che lo rende simpatico a prima vista.
Durante la Grande Guerra fu in Galizia con uno squadrone di cosacchi, si distinse in varie occasioni, si beccò una fucilata nel petto, che per poco non lo spedì in Cielo e fu in seguito alla ferita dichiarato inabile alle fatiche del fronte.
Per il premio si ebbe il posto di custode delle scuderie dello Zar. La Rivoluzione e l'avvento del Comunismo, del quale fu e forse è un tiepido ma fedele seguace, lo conservarono alla sorveglianza degli immensi padiglioni di stallaggio.
Parla discretamente l'italiano, che apprese nel '18 dai prigionieri austriaci delle nostre terre allora irredente, non lo ha dimenticato, anzi lo ha coltivato come chi sa di possedere un tesoro e vuole conservarlo ad ogni costo.
E le di lui figlie hanno appreso, come il padre, la lingua di Dante dai poveri fratelli trentini e triestini che conobbero quando erano ancora bambine.
Nadèzda ha trentacinque anni. Bella donna che, almeno fisicamente, ha fatto onore al suo nome, o meglio al sentimento che ispirò i suoi genitori nell'imporvelo. Perchè Nadèzda vuol dire Speranza.
Glìena è di un paio d'anni più giovane. Insignificante come figura, è straordinariamente intelligente e si esprime nel nostro idioma quasi perfettamente.
Nadèzda è sposata. Cioè, non lo è precisamente. Lo fu fino ad un anno fa. Sposò, col rito bolscevico, un suo compagno di lavoro (fino ad un mese fa le due sorelle lavoravano in una grande fabbrica di armi di V...) e dopo tre anni di vita in comune, più o meno felicemente trascorsa, si separò dal marito, tornando allo stato di nubile. Cosa questa consuetudinaria in regime staliniano.
Dal...diciamo pure matrimonio, nacque un bimbo: Glief. Gli fu dato questo nome perchè il marmocchio... Ma lasciamo parlare Glìena. E' lei che ci racconta la storia. Triste, dolorosa storia.
Stiamo seduti intorno ad un tavolo nella cucina del vecchio Antòn. Nadèzda sta preparando il tè, che prenderemo con latte fresco e senza zucchero; il custode delle scuderie assapora con beatitudine un mezzo toscano da noi offertogli e sonnecchia semisdraiato ad una vetusta poltrona, avanzo di che sa qual patrizia villa dei dintorni; Glìena è in piedi, appoggiata ad uno scaffale a vetri. Ha lo sguardo fisso in avanti. I suoi occhi sono volti ad una annerita immagine della Vergine incorniciata da listelli di noce che pende dalla parete.
Questo quadretto sacro è lì da decenni. E fino a pochi giorni fa ebbe la non invidiabile compagnia di illustrazioni propagandistiche a carattere non certamente religioso. "E' un ricordo della mamma", ci disse Nadèma, "lo teniamo perchè ce la ricorda". Noi, senza dirlo, pensammo che doveva certamente essere la più buona delle mamme quella che lasciò nell'Inferno terrestre un tanto prezioso e gentile ricordo. Riguardando la sacra immagine, ci parve vederla, questa modesta contadina russa, nel sembiante della Madre di Gesù a proteggere - colla sua presenza - le figlie dimenticate da Dio.
Volevamo esprimere in una forma comprensibile i nostri pensieri ma, Glìena parlava colla sua voce rude un pò ingenitilita dalla pronunzia dell'italiano, il racconto ci interessava e quindi rimandammo ad altra occasione l'argomento non facile a trattarsi.
La donna parlava del nipotino, del piccolo Glief.
"Gli fu dato questo nome - Leone è il russo Glief - perchè forte e svelto come il re della foresta. Quando mia sorella lasciò il marito, Glief aveva un anno. Io e Nadèzda lavoravamo, come sapete, a V. La vita, particolarmente dopo l'inizio della guerra, era dura. Lavoravamo dodici ore al giorno. Bisognava lavorare per vincere. Così diceva il Commissario di fabbrica.
"Non potevamo curare il piccino. De resto son poche le operaie che lo possono e lo potevano. Glief come tanti e tanti figli di lavoratori, fu tolto alla madre, a me che gli volevo tanto bene; la nostra creatura fu ricoverata in uno dei grandi edifici per l'infanzia del popolo. In Russia si costuma così. Anche i figli sono del popolo."
Nemmeno un'impronta di amarezza in quest'ultima frase, quasi un senso di malcontenuto rancore.
Glìena riprese: "Nadèzda pinageva. Io soffrivo la mancanza la Glief alla quale mi ero affezionata, ma mi sforzavo di dimostrarmi tranquilla per far coraggio a mio sorella. Bisognava essere forti. Al piccolo avrebbe provveduto lo Stato, noi dovevamo lavorare da brave compagne per contribuire alla vittoria.
"Quando un mese fa la guerra si avvicinò a V..., quando gli aerei cominciarono a far la loro comparsa sulle fabbriche spargendo distruzione e morte, i bambini dell'infanzia del popolo furono fatti partire. Di notte, in autocarro, tante e tante creature presero la via dell'interno. Quale via? Non sappiamo.
"Nadèzda non fu neppure avvertita e seppe della partenza di Glief soltanto due giorni dopo, quando, recatasi a visitare il figlio, trovò le porte dell'asilo chiuse.
"Pianse. Io no, non piansi. Perchè so soffrire senza dimostrarlo. Piange ancora mia sorella. Ed io soffro tanto particolarmente quando vedo per istrada uno dei tanti fanciulli abbandonati; figli del popolo, cioè di nessuno..."
Un singhiozzo non represso interruppe la narrazione. Nadèzd, la madre, piangeva. Dai suoi occhi color del cielo le lacrime scendevano copiose e cadevano sul tavolo, tra le tazze già pronte per il tè.
Il vecchio Antòn, giunto a termine del "toscano" si scosse dal torpore e mormorò: "Figlia Nadèzd, vuoi offrire lacrime all'ospite?".
Non erano per noi quelle lacrime. Ma le avemmo volentieri accettate come la più bella delle offerte, la più preziosa. Perchè il dolore di quella mamma russa era di grande significato e voleva dire che il ricordo dell'altra mamma, la più vecchietta, non invano era rimasto per decenni in quella casa. Le lacrime di Nadèzda stavano a dire che nella casa del cosacco, ove una immagine sacra aveva vegliato malgrado la bufera negatrice, il Comunismo non aveva attecchito in pieno perchè vinto dal materno dolore.
Sono passati alcuni giorni ormai. K..., le scuderie, il vecchio custode, Nadèzda, Glìena e Glief non sono più che un lontano ricordo. In questa guerra le immagini si sovrappongono alle immagini, tempo per riflettere e ricordare ve ne è poco, la vita corre veloce.
E veloci, sulle vie della conquista, corrono le macchine della nostra colonna, lasciando dietro di noi paesi, persone, gioie e dolori. Ma quando lungo le stade polverose della nostra avanzata incrociamo qualcuno di quei piccoli esserini che stendono verso gli "italianschi" - e mai invano - le manine imploranti un pò di pane, quando un nodo ci serra la gola e tutto il sangue ribolle di sdegno alla visione di tanti innocenti creature strappate alle madri e buttare al destino, allora riudiamo il pianto di Speranza e facciamo voti perchè il piccolo Leone ritrovi la mamma e possa tornare nella casetta dove veglia il ricordo della nonna, che forse farà il miracolo.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 15 agosto 1942
Eroismo e fede animano ognora i nostri combattenti

Da una corrispondenza del nostro collaboratore Dino Corsi, operante sul fronte russo, stralciamo i seguenti brani certi di far cosa gradita ai nostri lettori che troveranno in essi ancora una prova dell'elevatissimo spirito e della fede incrollabile che animano ognora i nostri combattenti:
Curiosa questa guerra che si combatte lungo un fronte di migliaia e migliaia di chilometri e che, purtuttavia, si perde sul terreno attraverso una serie infinita di episodi e sembra sfuggire chi di essa va in cerca. Dov'è il fronte?, vien fatto sovente di domandare; e qualche persona è sempre pronta a rispondere; ieri, o due, o tre o cinque giorni fa, era qui, proprio in questo paese; oggi è assai più avanti, verso nord-est, o verso sud-est. I nostri avanzano...
Avanzano tanto celermente i nostri che sino ad oggi non ci è stato possibile raggiungerli. E' naturale che se così è stato, così doveva essere. Ma il legionario viaggiante ormai da venti giorni su questi tentativi di strade, di mari di polvere, or oceani di fanghiglia, il legionario, che forse aveva pensato in cuor suo di menar le mani appena giunto alla stazione ferroviaria di M., questo legionario, paziente sempre anche nei momenti più duri, è impaziente allorchè vede ritardare l'ora dell'azione, e non riesce a comprendere la necessità di queste soste, l'utilità di itinerari apparente destinati ad allungare il percorso e tutte le altre mille ed una cose che rendon lento lo spostamento lungo retrovie pressochè sprovviste di rete stradale per una grande unità guerriera.
Dicevamo dunque, dunque, che stiamo inseguendo la guerra; proprio così, infatti. Da venti giorni transitiamo laddove la battaglia ha infuriato e da venti giorni, sempre per un pelo, ci vediamo sfuggire l'occasione di prender parte a qualcuno degli spettacoli di masse che si svolgono sull'intero il proscenio delimitato da due singolari "laterali": il Baltico e il Mar Nero.
Resta inteso, però, che quando queste note saranno lette, cioè tra una quindicina di giorni o giù di lì, anche noi avremo fatto il nostro ingresso in scena e già recitate alcune di quelle "battute" che i legionari "M" hanno mandato a memoria durante le "prove" effettuate in Africa Orientale, in Spagna, sul Fronte occidentale, in marmarica, in Grecia e nei Balcani. Ciò è ormai certo, come è certo, del resto, che sino al momento in cui scriviamo della guerra, di quella vera per davvero, non abbiam visto che le spalle; la fronte no. Ammenochè non si voglia - e noi proprio non lo vogliamo - dare importanza eccessiva ad un modesto, meschino è meglio detto, attacco aereo subito una sera fa e che narriamo volentieri perchè a lieto fine.
Eravamo accampati nei giardini pubblici di M., un paesino di tremila abitanti (non diciamo anime perchè vattelapesca dove hanno l'anima questi paesani che han fatto della Chiesa un sito granario e seppelliscono i morti ponendo sulle tombe una grande stella rossa al posto della Croce), a carattere industriale e minerario. Vi eravamo giunti, a M., la mattina, dopo un breve viaggio lungo un pista seminata di rottami di ogni genere e carri armati fatti fuori. La giornata, tutta, era trascorsa tranquilla; la sera - un tramonto rapido come quelli africani e poi il celere progressivo imbrunire - aveva lasciato il posto ad una notte fatta apposta per definire una volta per sempre la vecchia questione sul preciso numero delle stelle visibili ad occhio nudo. Sotto le tende non si dormiva; si canticchiava, si narravano storie d'amore e di guerra. In una nei pressi della nostra, un legionario delle montagne abruzzesi raccontava le straordinarie avventure dei briganti dal cuore di bimbo.
Il nostro orecchio, teso nell'ascoltare le prodezze del bandito d'Abruzzo, seguiva con interesse il racconto. La voce del legionario giungeva tenue, ma distinta. Eravamo arrivati al punto in cui "il brigante dal cuore di piccirillo baciò la Croce e puntò lo schioppo contro il malcostumato marchese...", quando: Pim! Pum! Ciff Ciaff...un rosario di scoppi lontani e vicini e su nel cielo uno spettacolo pirotecnico mai visto.
Brusìo, mormorio nel campo. Nessun segno di confusione. Molta curiosità. L'ufficiale di guardia gridò: Aerei nemici! Smontate tutte le luci! Un bello spirito, di rimando, rispose: Silenzio! Sennò quelli ci sentono!
Le lame lucenti delle cellule fotoelettriche duellarono nello spazio in cerca dell'insidia. Le batterie antiaeree, le nostre batterie tessevano nell'aria una rete d'acciaio. D'un tratto il cielo fu un immensa sfera luminosa; l'apparecchio avversario - si trattava di un solo bombardiere - aveva gettato i suoi razzi illuminanti, il nostro campo fu come avvolto da un manto di luce; per alcuni istanti il chiarore ci accecò.
- Cerca noi, mormorò qualcuno.
- Cosa vuoi che cerchi a quest'ora, rispose un altro, la farmacia?
Che l'aereo russo non cercava affatto la farmacia fu subito dimostrato. Appena spentosi il fulgere dei razzi, uno, due, tre sibili. Poi gli scoppi vicini. Tanto vicini che il solito bello spirito di prma urlò: Chiudete le tende, sennò entrano le schegge.
L'apparecchio si allontanò, poi lo sentimmo rimbombare vicino, quasi sopra le nostre teste. A questo punto, però, le schermaglie delle lami lucenti vibrò tutta una serie di stoccate e al bombardiere fu serrato in una morsa di luce. Tentò di fuggire gettandosi in picchiata, ma le lame aventi per elsa le fotoelettriche si erano infisse nella carlinga e calarono con lui. Le batterie ripresero il fuoco. Pochi colpi e lo spettacolo pirotecnico finì con l'ultima colossale fiammata, che tracciò un arco tra il cielo e la terra.
Ilracconto è finito. Tutto qui? domanderà il lettore. Tutto qui, rispondiamo noi. E per oggi, francamente, non abbiamo nulla di più emozionante da narrare. Speriamo in seguito.
Il seguito verrà assai presto. Proprio stamani ne abbiamo avuto conferma. Era da poco suonata la sveglia ed il campo era tutto una distesa di più o meno candidi asciugatoi; gli uomini, a dorso nudo, prima ancora di sorbire il caffè, sbandieravano le salviette attorno alle faccie gocciolanti dell'acqua della vicina fontana; le vedette, che avevan prestato servizio per le ultime ore della notte e le prime del mattino, ricevano il cambio dai camerati incaricati del servizio diurno e noi stavamo tranquillamente sbocconcellando l'ultimo residuo di pagnotta dentro la gavetta, quando un portaordini percorse velocemente lo schieramento delle tende gridando: Comandanti di plotone e di squadra a rapporto!
Via di corsa verso il Comando di Compagnia. Il Centurione G. M., comandante il nostro reparto anticarro, accolse gli ufficiali ed i sottufficiali con la più consolante delle notizie. Oggi partiamo per andare in linea.
Tutti gli occhi si posarono sulla grande carta del settore e seguirononcon attenzione l'indice del comandante che indicava le tappe del percorso: Qui siamo noi... Qui un bivio ... Andremo a destra ... Prenderemo questa pista ... Raggiungeremo X...., poi B., e ci fermeremo qui, a Z..., in attesa di ulteriori ordini. Capito? ... Leveremo subito il campo.
Provvedete alla sistemazione dei carichi e delle macchine. Alle nove rancio. In mezz'ora si distribuisce, si mangia e si lava la gavetta, ribattè. Non voglio gavette sporche nelle borse tattiche. Borraccie e bidonin pieni d'acqua. Provvedere subito. ALle nove e mezzo partenza. Alle nove in punto. Ognuno mi risponderà dei propri uomini, macchine e materiali. Capito? ... Via, al lavoro!
Un attimo e poi su e giù per l'accampamento risuonò l'ordine ormai tradizionale. Disfare le tende, affardellare gli zaini!

Dino Corsi

Il Telegrafo del 31 luglio 1942
Impressioni sulla Russia del legionario Dino Corsi

Nella Russia occupata, la ferrovia, questo vitale fattore di comunicazione, funziona sino a laddove - e sono centinaia e centinaia di chilometri in lungo e in largo - l'opera fattiva dei soldati dell'Asse ha riparato alla diferenza di scartamento e reso possibile l'affluire dei convogli provenienti dalla nuova Europa. Con ritmo celere, compiendo prodigi di realizzazione tecnica e pratica, le maestranze militarizzate preposte alla sistemazione dei binari ferroviari, seguono l'avanzata delle truppe a far sì che i treni e le viadotte giungano oltre ogni pensabile limite; a poche giornate, o centinaia di chilometri che dir si voglia, dalla sempre più in avanti linea del fuoco.
E la linea del fuoco, che irresistibilmente si allontana dalle origini per portarsi sempre più vicina alla mèta finale, deve esser raggiunta, per non dire inseguita, in autocarro, dopodichè l'ammirevole fatica dei convogli ferroviari ha raggiunto l'estremo limite.
Oltre questo limite, il nostro raggruppamento si è mosso per portarsi nella zona di azione; oltre l'ultimo metro di binario già...europeizzato, le macchine nostre si son messe in marcia per portare i battaglioni «M» sul fronte della guerra antiboslcevica.
E per raggiungere questo fronte, per portarci a contatto con i camerati già lanciati verso la vittoria, abbiamo dovuto percorrere quella specie di pista africana che è - o meglio, che era nelle esaltatrici definizioni dei credenti in un infernale paradiso - la grande e moderna autostrada Mosca - Karkov - Stalino ecc.
Lungo questo simulacro di arteria, per giorni intieri in mezzo a nuvole di polvere, per ore con davanti agli occhi tutti i segni più crudi della guerra, si è viaggiato in ordinata colonna e dato ancora una volta la dimostrazione dell'italica disciplina, che nulla e da nessuno può ormai aver da imparare.
Le impressioni di questo nostro viaggio attraverso le rettrovie - viaggio che non è stata una passeggiata, ma bensì una vera e propria azione tattica - sono molte e svariate. Alcune, le più salienti, le più vive nella nostra memoria e le più facilmente comprensibili per chi vive in Patria, le riassumiamo nelle brevi note che seguono.
Profughi. Scrivendo questo aggettivo - profughi - la memoria fa una rapida quanto lunga corsa indietro nel tempo ed i nostri occhi rivedono le genti del Veneto Italico, migranti per la Penisola nei giorni duri quanto gloriosi della Guerra che fu grande, perchè precorritrice dell'attuale conflitto mondiale destinato a definitivamente dire la grande parola di giustizia e libertà per tutti i popoli.
Ma se la nostra mente torna alle visioni dell'infanzia, i nostri sensi ed i nostri cuori ci dicono che qualcosa, molto anzi, di diverso c'è tra la migrazione del 1917 ai confini d'Italia e questa del 1942 nell'interno della Russia. Allora erano masse conscie e consapevoli che, lasciando la casa, i beni, il paese natio, sapevano di andare incontro a fratelli, a figli di una setssa madre, una madre grande quanto mai ve ne furono: l'Italia. Ora invece, in questa Russia, manicomio di genti, le popolazioni migrano sotto la più terribile delle sensazioni: la paura. Causa della guerra in sè stessa, paura dei commissari che la fan da carcerieri di durissimi ergastoli, paura, infine, di quell'imponderabile che il rombar del cannone sempre crea.
E si vedono, lungo i sentieri polverosi, tra le steppe, in mezzo ai boschi, ovunque vi sia possibilità di passaggio e di transito, essere umani vestiti di stracci, trasudanti sporcizia e miseria, camminare, camminare e andare avanti; avanti, così, senza mèta e senza sapere che avanti loro c'è solo ciò che il Regime da essi voluto, o comunque sopportato, ha saputo creare: il nulla, la miseria. V'è anche il nuovo, l'opera dell'Asse. Ma occorrerà del tempo prima che questi miseri, dagli occhi ottenebrati da ventennale ombra rossa, possano rialzare le palpebre e mirare la luminosità di un sole che non è quello dell'avvenire, ma di un radioso presente.
E vanno, carovane zingaresche, tra la polvere di quelle strade che non furono mai costruite; vanno, ombre livide d'un regime di spettri, a ritroso lungo i sentieri della nostra vittoriosa avanzata. Lentamente, spingendo a forza di braccia le cariole di masserizie, gli avanzi del regime staliniano sfuggono l'ipotetico paradiso. Donne, vecchie, fanciulli, pur ancora fermi nelle loro assurde teorie, pur ancora credenti nel verbo di ogni negazione, trainano il fardello degli errori e vanno, sia pur dolorosamente, verso la luce. Camminando, faticando, sudando e sfuggendo il terreno ove anche, e particolarmente per loro si combatte e si muore, questi profughi russi non immaginano di avvicinarsi alla redenzione.
Fanno pena. Ed i cuori sensibili fremono alla visione di tanta miseria. Ed il fremito è quello delle divise italiane. Di quelle divise , che in guerra come in pace, non sanno e non possono dimenticare la gentilezza della nostra razza e quel sentimento umano che caratterizza tutti coloro che hanno avuto la fortuna di nascere nel più bel Paese del Mondo. Perchè noi - noi italiani - sappiamo piangere di fronte alla altrui miserie e dolori, come sappiamo sempre rider delle nostre pene, sacrifici e disavventure. E questa è la nostra forza più grande.

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A...X...l'autocolonna si è fermata per una delle previste soste necessarie ai rifornimenti utili agli uomini e alle macchine.
...X...è una città che ha veduta e subita recentemente la guerra.. Molte case, attraverso le vuote occhiaie delle finestre denza vetri ed intelaiatura ed i tetti scoperchiati, le faccie stesse degli abitanti, ci dicono la violenza della bufera che or non è molto imperversò in queste zone. Intatta una costruzioni in stile orientale: la Chiesa.
Il campanile, candido nella sua calcarea rivestitura, si eleva come un minareto sulle moresche cupole dell'edificio. Ma la cella campanaria è vuota; e fa pena vedere quell'asilo di dolci rintocchi mancare del caro bronzo; e maggiormente pena è data ai nostri sensi dalla visione dell'interno della chiesa, ridotta ad una specie di silos granario.
Volgendo intorno gli sguardi ansiosi di scoprire il nuovo, ci colpiscono due segni tracciati sulla parete posteriore del tempio, laddove un giorno sorgeva l'altare maggiore: due freghi fatti, ci sembra, col carbone: una Croce.
Ieri passarono di qui i soldati dell'Asse, passarono i nostri soldati. Fu un fante italiano, fu uno di quei bersaglieri motociclisti che aprono la via a tutte le avanzate, fu un'ardita Camicia nera, fu un silente artigliere, a tracciare quei due segni simboleggianti l'eternità di Roma? O fu uno dei nativi - un vecchio mugich - ad esprimere attraverso il simbolico grafico tutta la sua gioia per il ritorno della luce su paesi ottenebrati dall'ombra comunista? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che attrvaerso quei segni vedemmo e sentimmo l'anima di un popolo che forse si potrà ancora salvare dal precipizio in cui e verso cui fu spinta dalla più incomprensibile cecità.
Sempre ad...X...nella piazza centrale della città, i battaglioni in quadrato assisterono alla Messa al Campo. Sullo sfondo della piazza, il tricolore italiano - trittico simbolico - dava tono al nostro modesto altare. Mentre il cappellano celebrava il Sacro Rito, noi, frammischiati ai camerati tedeschi, rumeni e ungheresi che si assiepavano ai margini dello schieramento legionario, assistevano i pochi russi che la funzione religiosa aveva richiamato lì appresso.
Alcune ragazze e giovinetti guardavano all'Altare come ad una cosa incomprensibile e mormoravano quasi a dir la loro certamente non rispettosa considerazione per la Sacre cerimonia. Ma un vecchio - candidi capelli e barba fluente sul petto rivestito del tradizionale "sabik" - ci si fece dappresso e, stringendoci un braccio in maniera inconfondibile - domandò, accennando all'Altare: "Cristus?". "Da" (si) rispondemmo. Allora il vegliardo si guardò intorno con occhi pieni di sospetto ma anche di speranza.
Era l'attimo celestiale dell'Elevazione. I battaglioni, allo squillo di tromba, avevano assunto la posizione più rigida, il picchetto di onore tagliava l'aria colle affilate lame dei pugnali, gettate in avanti sul "presentat'arm", il sacerdote officiante elevava al cielo le Sacre Particole...ed il vecchio russo si guardà ancora dappresso.Vide noi, tanti nostri camerati, ed un gruppo di donne anziane che, timorose, sembrvano attendere un cenno per schiudere le labbra alla preghiera. Vide, il vegliardo, faccie amiche a sè intorno, e vinse ogni reticenza; si inginocchiò e pregò. Forse pianse, Anche il gruppo delle donne lo seguì nella genuflessione, nella preghiera e, sono convinto, nel pianto di liberazione.
Vivemmo gli istanti di questi miseri russi tornati finalmente alla luce e, quando lo squillo di tromba ci richiamò alla realtà, non ci meravigliammo delle lacrime che ci bagnavano le guancie, Guardammo l'altare, il tricolore, poi il vecchio, le donne, e capimmo che le nostre eran lacrime di gioia.

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E cammina, cammina, come nelle vecchie fiabe, siamo finalmente giunti alla casa dell'Orco. Ormai non c'è più da temere ulteriori spostamenti, solo il prossimo che sarà quello dell'azione.
La tana dell'Orco è per noi il fronte. Ci siamo, grazie a Dio! Siamo arrivato, proprio dove volevamo e desideravamo.
Siamo nel settore del fronte italiano. Qui, dopo due settimane di viaggio in terra straniera, abbiam ritrovato la Patria, l'Italia. Qui tutto è nostro. Nostro il dovere, nostro il sacrificio, nostra la sofferenza, nostro particolarmente il diritto di combattere e di vincere.
Riposiamo, in attesa dell'alba di domani; riposiamo già pregustando la gioia dell'azione. E sul nostro riposo, come madre amorosa, evglia la bandiera tricolore che garrisce superba nel cielo e protegge i soldati d'Italia.
Vicine e lontane risuonano voci nell'idioma più bello; ed echeggiano, nella canzone della giovinezza, i cori dei legionari che elevano al cielo gli inni di vittoria.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 23 luglio 1942
Con un battaglione "M" verso il fronte russo (II parte)

Pubblichiamo la seconda parte delle impressioni di viaggio attraverso l'Europa, tratte da una corrispondenza inviataci dal nostro collaboratore Dino Corsi, operante con un Battaglione "M" sul fronte russo.

La nostra tradotta sostò circa un'ora nella stazione ferroviaria che serve una cittadina agricola situata quasi al centro del territorio già invaso dai russi. Fu quella la prima sosta tra uomini che avevano conosciuto il bolscevismo. Precedentemente, nel rapido passaggio attraverso centri abitati, eravamo stati ripetutamente segno a manifestazioni di simpatia, ma qui, fermi alla stazione, avemmo la prova di quanto e come questa parte della Polonia guardi alle Potenze dell'Asse.
Il recinto ferroviario fu invaso da una folla di donne e bambini. Cordialmente, con spontaneo sorriso sulle labbra, ci furono offerti fiori, uova e latte. Contraccambiammo con sigarette, cioccolata e piccoli ninnoli. Si creò, tra i legionari ed il popolo, una corrente di simpatia reciproca. Una fisarmonica, agita abilmente da dita italiane, attaccò una canzonetta: spontaneamente, così come fosse la cosa più naturale del mondo, una coppia, poi due, dieci, cento iniziarono la danza sul piano scaricatore della stazione.
E si videro volteggiare in giri di valzer gli arditi fez neri dei legionari e le chiome dorate delle donne polacche. Una di queste donne - giovane insegnante del luogo, assai pratica della lingua italiana, ci disse: "Vedete il nostro popolo? Ha pianto tanto : per la guerra, per gli errori dei suoi capi, per l'invasione russa. Oggi è tornato a vivere. E sa di vivere. Prima nessuno sperava più; ma dopo il periodo dell'occupazione comunista, quando i tedeschi - che una volta erano considerati nemici - vennero ao tornarono, gli occhi si aprirono e la speranza tornò. Oggi oguno di noi sa da quale parte è la verità e tutti crediamo nei vostri grandi capi, che Dio li assista e li conservi a lungo".
Quando la tradotta si mosse, quando il fischio della locomotiva pose termine a suoni e a canti, la voce della nostra maestrina si levò sul clamore del cordiale arrivederci a gridare: "Vincete! Vincete! Vincete per tutti noi!" E quella non era più la voce di una donna, era la voce della Polonia, era la voce dell'Europa tutta ad implorare una vittoria che la salvi - e la salverà - dalla distruzione e dalla schivitù.

.......


Finalmente in Russia! Dir Russia è una parola, trovarcisi pare un sogno.
Distesi sul non eccessivamente soffice impiantito del vagone dopo sette giorni e sette notti di viaggio (dormire in terra con, magari, un elmetto per capezzale, le scarpe di un compagno sulla faccia è la cosa più semplice di questo mondo) stavamo appunto sognando, quando un camerata ci scosse, urlando: "Russia! Siamo in Russia!" Scattiamo in piedi e corriamo allo sportello (diciamo corriamo così per dire: il termine giusto è saltiamo, giacchè con trenta uomini distesi nel ristretto spazio di un vagone, con più di trenta zaini, altrettante borse tattiche, armamenti e poi casse munizioni, viveri, marmitte, ecc c'è poco da correre).
Albeggiava. Erano le 3 del mattino, ora legale. Nulla di nuovo, riguardo al panorama. Continuava la steppa della quale avevamo già da ventiquattr'ore iniziata la traversata. Nulla di nuovo, eppure ci sembrava che qualcosa di diverso ci fosse. Cosa? Forse quel villaggio senza campanile? Non certo quella casa dal tetto scoperchiato: scherzi della guerra (del vento, si diceva in tradotta). Forse il sentiero polveroso che fiancheggia i binari? Non certo i rottami di carro armato sparsi sul sentiero stesso, scherzi...del vento. Ci domandavamo insistentemente cosa mai poteva esserci di strano e di nuovo in ciò che vedevamo, quando il camerata che ci aveva tratti dal sonno tornò a mormorare "Siamo in Russia". Oh, finalmente! Ecco la novità! Siamo in Russia! E vediamola un pò questo paradiso colla "p" minuscola.
Per più giorni abbiamo viaggiato attravers pianure immense, folte boscaglie, interminabili terreni paludosi. Molte e prolungate le soste nelle stazioni. Abbiamo anche visitato villaggi e città. Una sola conclusione abbiamo fatta: miseria. Miseria materiale e morale.
Tutto quanto si è letto riguardo alla Russia bolscevica è tragicamente vero. Il comunismo ha fatto del popolo un armento senza coscienza, della terra uno sconfinato carcere, della richhezza un fattore di ambizione al dominio.
Confessiamo francamente che la nostra avversione al comunismo non era mai arrivata sino al punto di negare a questo alcune utili al popolo realizzazioni. Abbiamo dovuto ricrederci. Nulla è stato fatto. Nulla di bene e di buono almeno.
Le nostre osservazioni, naturalmente, riguardano il lato esteriore delle cose, giacchè non abbiamo avuta possibilità di valutare gli esseri umani, salvo che nella loro miseria morale dovuta alla quasi totalità di assenza di sentimenti che fan nobile l'uomo: religione e famiglia.
Il volto della Russia di oggi - ammesso pure che molte rughe siano state scavate su questo dalla guerra - è quello di una vecchia decrepita prossima alla fine. E non può non esser prossima alla fine una nazione che, alla metà del secolo ventesimo, lascia nel più completo abbandono città, paesi, borghi e villaggi. L'edilizia è primordiale: ricorda quella dell'Etiopia anteconquista. case di legno e fango impastato con sterco animale, coperte da tetti di paglia, misere baracche, messe su Dio sa come con avanzi di ogni genere, primeggiano per quantità nelle campagne, nei piccoli centri e nei sobborghi delle grandi città. Strade degne di tale nome ne abbiamo, sino ad oggi, veduta soltanto una; massicciata con acciottolato. Il restante è tutta una rete di sentieri polverosi e sconnessi che ricordano, ed hanno, in certi casi, tutto da invidiare alle piste carovaniere africane. Igiene ed ordine sono ovunque sconosciuti.
Soltanto in Ucraiana, ove uomini tenaci han saputo difendere parte delle tradizioni, si respira aria civile. Lo stesso paesaggio - un susseguirsi di ridenti colline - la vegetazione lussureggiante, l'abbondanza di prodotti, il gentile culto dei fiori e l'attaccamento alla casa e alla terra dei nativi fanno di questa regione una cosa a parte, che si estranea dal blocco nefasto dell'U.R.S.S.
Tanto diversa l'Ucraina dalle regioni che abbiamo vedute. Diverse anche perchè qua si sorride, si sa ancora sorridere alla vita e si crede nell'avvenire. Il popolo ucraino ha accolte le Armate dell'Asse quali liberatrici, ha dato prova della sua serietà e sincerità ed oggi rivive sotto i segni redentori della Croce uncinata e del Fascio Littorio.
Le genti, nei campi e nelle case, lavorano e vivono in tranquilla operosità, danno il loro contributo alla causa della Vittoria e, quindi, con ragione e merito, sono e possono atteggiare le labbra al sorriso di gioia.
Altrove, invece, non si sa più sorridere. Forse quei piccoli, che seminudi abbiam veduti affollarsi attorno a noi, non hanno mai appreso il sorris da labbra materne, in queste zone ove la guerra è passata con tutta la sua furia devastatrice, ove gli uomini, in virtù della staliniana moblitazione generale, sono scomparsi dalla vita civile, donne ebambini, col volto atteggiato alla impassibile, fatalistica indifferenza degli slavi, guardano ai conquistatori come forse ieri guardavano ai commissari ed alle guardie rosse di Mosca.
Nei cervelli di questa gente, ottenebrati da oltre vent'anni di crimonosa esperienza bolscevica, la luce è tarda a penetrare. Abituati a non ragionare, ma soltanto ad obbedire in silenzio, continuano a tacere: forse si meravigliano che nessuno li maltratti, guardano, osservano e poi si domandano il perchè di cose a loro completamente nuove. Povera gente, se si vuole; armento umano senza coscienza, ma appunto perchè armento bisognoso di una buona guida e di molta, ma molta sopportazione.
Viaggiando in mezzo alle case ed agli esseri che succintamente abbiamo descritti, siamo giunti a termine del nostro viaggio ferroviario: una grande città che recentemente teatro di lunghi e sanguinosi combattimenti. Smontati dalla tradotta, abbiamo piantate le tende nel folto della boscaglia, per stendere un pò i corpi, per prenderci alcune ore di riposo. Soltanto alcune, però. La nostra colonna motorizzata è qui, a dieci metri da noi e ci invita all'ultima tappa. Quale? Per dove? Chissà! Dove andremo? Mah...Nessuno, proprio nessuno, lo sa. Ma lo sanno forse le squadriglie di bombardieri che da un'ora e oltre si susseguono alte sulle nostre teste, lo sanno certamente quei cannoni che stamani fan sentire la loro voce e, per dir proprio la verità, lo sappiamo anche noi. Ma non possiamo dirlo...

Dino Corsi

Le corrispondenze di Dino Corsi

Fronte Russo: 1942



Il Telegrafo del 21 luglio 1942
Con un battaglione "M" verso il fronte russo (I parte)

Dal nostro collaboratore Dino Corsi oeprante con un Battaglione M sul fronte russo riceviamo una serie di impressioni di viaggio attraverso l'Europa che rivelano da quale fede e da quanto entusiasmo siano animati i legionari per il compimento del loro dovere verso la Patria.

Dal fronte russo, luglio
Dopo giorni e settimane di or lento or veloce andare attraverso paesi, regioni e Stati d'Europa, la tradotta ci ha fatta raggiungere la destinazione da tanto sognata. Fermi nelle immediate retrovie del fronte russo, che sarà ben presto il fronte della vittoria, in attesa di prendere posto sugli automezzi che ci porteranno al posto di combattimento, riassumiamo brevemente le impressioni salienti di un viaggio che, effettuato negli attuali momenti ed in circostanze tanto entusiasmanti, acquista una suo valore e significato particolari, per nulla simili a quelli di comuni viaggi d'altri tempi; più comodi, assai più comodi se si vuole, ma tanto meno belli e suscitatori di emozioni e commozioni.
Partito dalla sua ultima sede piemontese, il Battaglione "M" al quale abbiamo la fortuna di appartenere, si ebbe il generoso, entusiata, fraterno saluto di paesi e delle città italiane attraversate fino al suo giungere alla frontiera del Brennero. E lassù, sulle alpi dal puro candido di cime nevose l'arrivederci cordiale e l'augurio, auspicio di vittoria, della Patria simboleggiata dal Tricolore ondegggiante alle prime brezze del mattino e dai giiosi suoni degli ottoni dei camerati legionari della confinaria. Poi la corsa oltre il divino suolo d'Italia, il vero inizio del viaggio verso il naturale campo d'azione dei battaglioni "M": il fronte russo. Laddove, vittoriosa, continua la marcia trionfale iniziatasi in un lontano nel tempo quanto vicino nei cuori Ottobre rivoluzionario.
Dire l'emozione, il patema d'animo, il turbine dei pensieri ed il lavorio delle pupille nell'atto di lasciare, forse per sempre, il Paese del sole, il nostro benedetto Paese, è cosa un pò difficile. Mai, al momento di lasciare l'Italia, provammo ciò che sentimmo lassù al brennerp in quel primo mattino di questa estate opima di fortuna patria quanto di dorate messi. Piangemmo noi? Piansero i nostri camerati? Non sappiamo. Ma se lacrime vi furono, furono - si scusi il paragone - le lacrime della novella sposa che lascia la casa avita per andare verso la tanto sospirata felicità.

.......


Il Tirolo ci venne incontro con una festa di luci, colori e caratteristici costumi. Fummo colpiti dall'ordine perfetto, disciplina e pulizia di ogni abitato, borgata, paese, città. Impressione questa che permarrà in noi, per tutta la durata del viaggio in Germania.E sempre, durante questo periodo, avemmo sotto gli occhi le prove evidenti di un'organizzazione interna che può ben dirsi perfetta.
Dilungarci in particolari sulla Nazione amica non è nelle nostre possibilità; la rapida corsa attraverso il territorio tedesco ha però concesso - ed ha concesso a tutti quelli che come noi si sono protesi per ore e per giorni oltre l'apertura della tradotta a mangiarsi con gli occhi tutti i particolari afferrabili - di valutare la potenza del fronte interno germanico.
Ovunque si lavora. E tutti lavorano, uomini e donne. Gli sfaccendati per le vie non esistono; durante la giornata le strade di ogni piccolo o grande centro appaiono semideserte; la gente, tutta la gente, è al lavoro per la guerra vittoriosa. Nei campi, nelle officine, nelle case, negli uffici.
Nei campi è un fervore operoso caratterizzato dai canti delle donne e dei fanciulli, che compongono la quasi totalità dell'esercito della terra in sostituzione degli uomini che fan forti le Armate; nelle officine, in quei mastodontici cantieri che impressionano colla loro mole e assordiscono coi mille rumori si forgiano i mezzi per la vittoria e con serietà, fede e volontà acciaiata si combatte una delle più dure ed utili battaglie; nelle case, donne - le poche indispensabili al buon andamento della famiglia, giacchè la quasi maggioranza sono un pò ovunque impegnate, in vece dei maschi - si prodigano in mille modi per rendersi ancora più utili alla Patria e rubano minuti ed ore alle faccende domestiche per contribuire, più o meno efficacemente, al potenziamento della Nazione. Negli uffici, che non abbiamo visitato ma soltanto intravisti, immaginiamo una grande centrale di intelligenza, che coordina, predispone e dirige.
Su tutto questo, su questa alacre quanto diciplinata attività, le'ntusiasmo più genuino, la certezza nel trionfo finale, la cieca fiducia nel grande Capo. Tutto, in Germania, parla della guerra, perchè per la guerra e solo per questa, oggi là si vive. Bocche che si schiudono nel sorriso o si aprono in un canto, occhi che brillano, braccia che si stendono nel romano segno di saluto: questo per gli uomini.
Ed anche le cose sembrano sentire la grandezza del momento presente; i campi dan prodotti abbondanti, le fabbriche moltiplicano la produzione, i treno corrono più veloci e tutto, dal casolare di campagna al palazzo della gran città, dai boschi di abeti ai fiumi, dalle levigate strade agli storici monumenti, tutto par soffuso di un calore festoso. Ovunque; da ovunque par di sentire dire, ripetere, gridare con gioiosa fermezza: Vinceremo! Vinceranno la Germania e l'Italia!
L'Italia, per i tedeschi, non è l'alleata; è la nazione sorella; i soldati italiani, - le Camicie nere in special modo - sono gli idoli del popolo amico. Da Norimberga, la nostra tradotta, durante una lunga sosta, è stata ssalita dall'entusiasmo popolare, che ha voluto gridare ai soldati di Mussolini l'onore delle genti d'Oltralpe. Descrivere quelle ore è impossibile, dire soltanto in minima parte degli episodi di gentilezza e delle prove di affetto è impresa da titani. Se non temessimo di offendere la proverbiale serietà dei germanici, diciamo addirittura che nei pressi della stazione, la storica città sia impazzita. Proprio così: impazzita. Come Siena nei giorni del Palio.
Dappertutto, però, come a Norimberga. Più o meno, a seconda della durata della sosta. E dappertutto noi piccoli uomini, investiti dal grande onore di portare il nome d'Italia per le vie del Mondo, sentiamo pulsare vicino a quello di Roma il cuore di Berlino, confusa alla nostra anime di italiani sentiamo quella degli uomini e delle donne del Fuhrer, nei nostri spiriti ardenti di soldati sentiamo alitare lo spirito dei camerati tedeschi. E fummo contenti. Per noi si, ma maggiormente per la Patria amata alla quale dobbiamo la riconoscenza senza limiti per averci dato la gioia e l'orgoglio di essere italiani; uomini cioè che nel nome del Duce vanno per il mondo a farsi amare, a combattere e a vincere.
.......


A notte inoltrata varcammo quella che fu la frontiera tedesco- polacca. Nessun segno del passaggio dall'una all'altra terra, nessuna saliente particolarità stava a dimostrare la non indifferente variante. Soltanto a giorno pieno avemmo la sensazione del cambiamento, lo stesso panorama - pianure, campi di segale e patate, boschi folti di abeti - lo stesso ordine, la stessa disciplina, ma altri volti, altri idiomi, freddeza e diciamolo pure, un non so che di tristezza che ci colpì.
Tracce della guerra lampo - se si eccettuano le ferite ancor vive nell'agglomerato di Varsavia - pochissime ed insignificanti. La popolazione ha sentita gravare su di se la dura mano della sorte per essa voluta da governanti inetti quanto vanagloriosi. Risvegliatasi bruscamente al rombar delle cannonate, la Nazione polacca vide interrotto ancor più bruscamente il suo ambizioso sogno di conquista; e tutt'oggi è pervasa dal malessere cagionato dal non grato risveglio. Ma inquadrata mirabilmente ed umanamente diretta da un saggio vincitore, la Polonia rivive e lavora; e lavorando ripara in parte al mal fatto e va pian piano rendendosi degna della nuova Europa.
Man mano che ci allontaniamo dalla Germania l'aspetto esteriore del paese cambia. E cambia in peggio. Le strade asfaltate divengono rare, l'ordine edilizio è trascurato, le campagne, pur razionalmente coltivate, lasciano intravedere l'incuria se non addirittura l'abbandono del passato. Sembra, avvicinandosi alla Russia, di assistere al prologo della ttragedia che tra non molto saremo chiamati a vedere.
Pur sempre peggiorando le condizioni di vivibilità, di urabnistica ed agricole, inoltrandoci nella parte della Polonia che vide per quasi un anno il dominio di Mosca, assistiamo al rifiorire della vita morale. In queste regioni, che sentirono il radente taglio della falce e i duri colpi del martello, la gente è contenta, allegra, e dimostra come può la sua felicità per l'avvenuta liberazione dal giogo staliniano. E qua, dove ancora il ricordo della guerra è vivissimo, dove traccie di battaglie si possono osservare ovunque, dove più che altrove la terra sanguina, è qua che il popolo fa festa al nostro passaggio; perchè vede in noi gli amici dei suoi liberatori ed i nemici del suo secolare oppressore.

(continua)

Dino Corsi 

Le corrispondenze di Dino Corsi

Campo di addestramento "M" 1941/1942

Il Telegrafo del 2 novembre 1941
Vigilia di ardimenti

Da un campo "M", ottobre
Al Centro Controllo, ove ci presentammo giorni or sono per l'esame psico-morale, avemmo la prima impressione di essere dei privilegiati, dei favoriti dalla sorte e pensammo, in piena sincerità, che talvolta la più umile offerta riceve la più grande degnazione.
Al Centro Controllo, punto di partenza di ogni legionaria volontaristica aspirazione, i corpi e gli spiriti, sottoposti a scrupoloso esame, ricevono conferma della loro capacità a servire la Patria in armi nei ranghi di quella perfetta unità guerriera che sono i battaglioni "M", i reparti del Duce. Ed il superare il severo e scrupoloso controllo, l'aver conferma delle qualità che ognuno accesamente anelava, in sè, è cosa che procura gioia immensa e causa di legittimo orgoglio.
Studenti davanti agli esaminatori, non tremavamo come tremammo ieri nel comparire di fronte al Centurione medico che sottopose, più del nostro corpo, il nostro morale ad un esame scruploso e severo.
Dopo la visita medica, quando già il grigio-verde fresco, fresco di magazzino, era tornato a coprire le nostre membra rivelatesi ancora perfette, il medico, vecchio legionario dal petto azzurrato dai segni del valore e portante sulla divisa militare il vermiglio della volontà squadrista, rivolse ai neofiti quelle domande che costituiscono il più sicuro banco di prova per ogni uomo, degno di essere e di sentirsi tale nell'attuale clima guerriero.
- Pronto a tutto?
- Proprio a tutto?
- Sempre?
- Anche a rischio della vita?
- In Patria, lontanto, oggi, domani?
Una sola risposta: Signorsì!
Poche righe, velocemente tracciate da mano decisa sulla cartella personale dell'esaminando, poi, come un premio, come una promessa di ogni personale soddisfazione, la frase tanto attesa: "assegnato ai battaglioni M"
Battaglioni "M"! Camicie e fiamme nere della nostra passione rivoluzionaria guerriera! Milizia audace di tutte le guerre della Patria rinnovellata!...Ma in più, l'inenarrabile orgoglio, l'emme mussoliana sulle mostrine: quella sigla del color di sangue che, vicina, vicinissima, ai nostri colli, è come l'abbraccio del Capo che ci stringe in un paterno amplesso per dirci il Suo amore, la Sua fiducia in noi, la Sua certezza nella vittoria.
Ed i legionari del Duce, gli arditi dalla "M" sanguigna degni dell'amore del Condottiero e della sua fiducia: e per lui e con lui faremo della Vittoria certezza.

.......


Al campo legionario la vita è fervida. Immenso paese di tende mimetizzate sorgente nei pressi di una lussureggiante pineta che si estende, lungo la costa del Tirreno, l'accampamento del battaglione "M" è una fucina di operosa attività ed una scuola di fede fascista e guerriera.
Trentini, triestini, abruzzesi, umbri e toscani, in un gara di entusiasmo, si prodigano incessantemente a superarsi per sempre più e sempre meglio renersi degni della fiducia in loro riposta, per giustamente potersi fregiare del distintivo di onore mussoliano.
Noi, giunti da poco sul campo, novizi in questa scuola di lavoro e di ardimento, beviamo la linfa della bellezza italica che da ovunque straripa, respiriamo a pieni polmoni l'ossigeno che è fede emanante da ogni tenda e ci sentiamo pervasi da una gioia tanto grande, da un senso di intima soddisfazione e da riconoscenza profonda cerso il Capo che la penna non può dire.
Come sempre, come in tutte le nostre giornate di vita militare e guerriera, in questo campo che è l'espressione più vivida dello spirito legionario, abbiamo, in seno alla grande, simboleggiata dal battaglione, una piccola famiglia: la tenda. E questo piccolo nostro agglomerato familiare di cuori e di spiriti è quanto di meglio potessimo desiderare: tre triestini; una triade di figli della città che soffuse di grandezza eroica i sogni della nostra infanzia, che fece palpitare di amor patrio i nostri cuori infantili, che, bambini, ci fece comprendere la bellezza del sacrificio a pro di ogni idea che avesse per base la libertà e la giustizia.
Tre "matt", questi triestini, che fanno pensare a quanto e come la italianissima città sia sempre stata unita alla Patria; tre ragazzi che incantano con la loro suggestiva pronunzia gli ascoltatori; che si fanno amare e stimare attraverso la serietà dell'attuale comportamento e la fede, permeata da disciplina, che traspare da ogni loro atto; tre legionari che, nella loro Trieste, onorano l'Italia tutta.
Gli altri della famigliola, oltre a chi scrive, sono toscani. Un pistoiese di Monsummano ed un senese di Castelnuovo. vecchi legionari, camicie nere pronto a tutto dare. Questa è la nostra tenda.
Ma al di là vi è il campo. Quel campo circoscritto da un limite metrico, ma senza limiti ideali, giacchè la volontà che crea l'atmosfera dell'accampamento supera ogni materiale barriera per dilagare lontano e raggiungere, sulle fronti di guerra, i camerati che lottano e muoiono, quei camerati che i legionari dei battaglioni "M" raggiungeranno domani sul campo del dovere e seguiranno nei cieli della gloria eterna.
Oggi - 28 ottobre - il Comandante del Campo ha parlato ai legionari. Poche parole, sintesi perfetta del travaglio rivoluzionario che, sorto dall'analito irredentista, si afferma oggi attraverso l'ampio respiro guerriero.
Di fronte al Comandante - squadrista e combattente - i militi hanno gridato la loro fede e ripetuta, con le note della canzone della giovinezza eterna, la promessa di tutto osare, dopo aver tutto offerto, per la vittoria immancabile.
Gli arditi del battaglione mussoliniano, l'avanguardia acclarata della Rivoluzione, attendono con ansia il giorno in cui il Duce consegnerà loro la fiamma nera di combattimento: viatico per la battaglia e per la vittoria.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 21 giugno 1942
"Noi la morte l'abbiam vista con due bombe e in bocca un fior"

Il verso dell'inno guerriero, che abbiam posto a cappello di questo nostro pezzo, è un pò la vivida espressione dell'animo dei legionari che formano la sceltissima - nel campo dell'addestramento e della volontà combattiva - unità d'assalto fregiata dal segno onorifico della "M" mussoliniana.
La morte, intesa e compresa nel senso dell'offerta più sublime alla Patria, è stata vista da tutti gli arditi che oggi, volontariamente, son pronti a prestar fede alla parola data, dimostrando che non retorica, ma consapevolezza della singola forza, sia materiale che spirituale, anima la loro volontà e fa di essi i privilegiati della sorte.
Tutti, nei battaglioni "M", han vista la morte. C'è, tra noi, chi la conobbe in lontanissimi, quanto simbolicamente vicini, giorni nelle doline del Carso e nelle sponde del Piave, altri - la maggioranza - ebbero di essa morte la visione sulle ambe africane e lungo le carrettere in terra spagnola; i privilegiati, già reduci di una, due o più guerre, possono narrare dei loro appuntamenti colla scheletrica sorella sulle sabbie marmariche, tra le nevi dell'inverno greco, sulle alpi del fronte occidentale o quelle del fronte Giulio.
Tutti, i legionari "M", han vista la morte. E l'han vista danzare colle due bombe strette nei pugni - espressione di forza - e coi denti serrati sullo stelo di un fiore, simboleggiante, colla vitalità di nostra terra, l'eterna Primavera della giovinezza italica.
Abbiam parlato di morte, ma giova dire che l'inno legionario comporta, tra gli altri, un verso, questo: "Battaglioni della vita..." E sono, e saranno, i battaglioni "M", un inno alla vita; alla vita che può trovare il suo compendio nella morte gloriosa, ma che sempre saprà dire coi fatti cosa possa la fede unita all'ardimento. E sulla morte trionferà la vita: quella eterna dello spirito eroico.
......


Otto mesi, otto lunghissimi mesi, sono trascorsi da quando, reduci dal fronte balcanico, avemmo la lieta ventura e la grande fortuna di essere incorporati in uno di questi Battaglioni destinati a dimostrare al Mondo tutta la tempra di quella Milizia eroica che è guardia e vessillifera della rivoluzione dei giusti, dei forti e dei buoni.
Per otto mesi, quasi ogni giorno, i battaglioni han mosro il freno. Gente nata e tagliata per la guerra, uomini di ogni età e posizione sociale protesasi nell'offerta di loro stessi alla Causa santa, hanno dovuto subire - diciamo subire - il martirio dell'attesa. Duecentoquaranta giorni di istruzioni, esercitazioni, tattiche, manovre...tanti e tanti mesi di dura attesa, alleviati soltanto dalla permanenza romana, ove la quasi continua visione del Duce premiò l'attesa e l'ansia di azione.
Dopo otto mesi è scoccata l'ora da tutti attesa, quella della partenza per il fronte di combattimento. QUal'è il fronte? Indovinatelo, lettori. Il più bello, il più duro, il più lontano, quello dove il Fascismo lotta e vincerà contro il nemico originario.
Chi scrive - ed i lettori ben lo conoscono - frena il suo entusiasmo. Ed infatti, come si potrebbe dire la gioia che in questi giorni pervade il cuore? Come dimostrare, soltanto a parole, l'esultanza dell'animo che vede avvicinarsi il momento tanto desiato della lotta?
Domani partiamo. Un treno lungo, un viaggio più lungo ancora ci attendono. Ma cosa ci attende, oltre questo viaggio? Cosa ci riserva la sorte? Tutto! Tutto ciò che di più bello la vita può donare ad un uomo: l'azione, il combattimento, la gioia di prodigarsi per la Patria, l'orgoglio di dare tutto alla vittoria. Così partiamo, così partono i legionari della "emme rossa e fiocco nero alla squadrista", così collo spirito della Rivoluzione, i Battaglioni del Duce vanno sulle vie del mondo per raggiungere e scavalcare l'ultima trincea avversaria.
.......


Ma cosa sono questi battaglioni? Cosa hanno di straordinario? - domanderà il lettore. Giusta la domanda e doverosa la risposta. Risposta che per prima vuol riferirsi alla seconda domanda - Non hanno nulla di straordinario questi battaglioni "M"; hanno soltanto l'ordinarietà di tutti coloro che son degni di chiamarsi italiani. Ed hanno cioè la dedizione alla Patria delle nostre donne e dei nostri fanciulli, hanno l'ardimento degli alpini della "Julia", lo spirito di sacrificio dei carabinieri di Cuolcaberi, l'irruenza dei motorizzati dell' "Ariete", il ferreo coraggio delle Camicie nere della "Tagliamento", l'ardimento imparagonabile degli aviatori e dei marinai d'Italia. Questo hanno di straordinario i battaglioni "M". Cioè nulla, se si considera la grandezza guerriera del nostro popolo.
E cosa sono? Cosa sono? Sono un amalgama perfetto di uomini, di corpi, di menti e di volontà che si accingono a combattere, forse a morire, ma comunque a vincere.
Nel nome del loro raggruppamento, nome che simboleggia una data sacra alla storia d'Italia: "23 Marzo", i legionari "M" che oggi si accingono a marciare verso il nemico peggiore, hanno l'incentivo a combattere e a vincere.Le fiamme che arsero dai cuori ribelli e santi dei sansepolcristi sono le stesse che oggi, nobiilitate dalla sigla del Condottiero, rosseggiano sulle schiere legionarie e divamperanno domani laddove li attende da Roma il verbo del bene e della civiltà.
Questi battaglioni, gli "M", "dalla morte creati per la vita", vivranno oltre la morte per vincere e redimere.
Nessun premio aspettano i legionari. Nessuno. Perchè il più bello, il più ambito, il più desiato è già stato consegnato. Si parte per il fronte. E per chi, durante otto lunghissimi mesi di dura preparazione, ha subito ed apprezzato il peso dell'attesa, non c'è premio migliore della Guerra, la vera Guerra, la bella Guerra, che da gioia con i suoi sacrifici ed entusiasmo coi suoi pericoli.
Partiamo. E partendo non possiamo dimenticare chi lontano ci pensa, e forse, ci piange. A tutti - e son molti quei che leggeranno ad avere congiunti nelle belle schiere della "23 Marzo" - ricordiamo una cosa, una cosa in se grande, infinita: "Quando alla Patria si è dato tutto, non si è dato abbastanza". Noi diamo le nostre forze; voi madri, spose e figli che attendete, date la speranza, date la fede, date la certezza della vittoria.
Nessun pianto accompagni la nostra partenza. Si piange chi soffre. Ed il legionari "M" non soffriranno mai, perchè, anche nell'istante supremo, avranno sulle labbra il sorriso dei forti, quel sorriso che sarà il fiore più bello che mai bocca abbia stretto.

Dino Corsi

mercoledì 11 maggio 2016

U.N.I.R.R. 




Negli ultimi giorni, tramite la pagina facebook dell'UNIRR e grazie soprattutto alla disponibilità e alla gentilezza della sig.ra Patrizia Marchesini, risulterebbe che per l'UNIRR Dino Corsi non facesse parte del Gruppo Battaglioni CC.NN Tagliamento, nell'elenco caduti e dispersi risulterebbe assegnato al XLI Battaglione Armi Accompagnamento del Gruppo Battaglioni Scrivia, che era schierato nel settore della Divisione Ravenna (II Corpo d'Armata) il Gruppo Battaglioni Valle Scrivia , insieme al Gruppo battaglioni leonessa, costituiva il raggruppamento CC.NN "23 Marzo", alle dipendenze dirette del già menzionato II Corpo d'Armata. a questo punto si rende indispensabile reperire il foglio matricolare per meglio definire l'assegnazione e gli ultimi giorni di Dino, ma se veramente fosse questo il suo raggruppamento, ci rende l'idea del momento e della situazione vissuta da Dino e dai suoi Camerati questo resoconto tratto da www.regioesercito.it :




"Il 10 settembre il gruppo tattico del V Battaglione si spostava da Gadjutschje a Pereschtschepnyi, anch'esso come riserva della Divisione «Ravenna».
In quel giorno il Comandante del II C.A. stabiliva che i gruppi tattici costituiti con i reparti dei Gruppi CC.NN. «Valle Scrivia» e «Leonessa» assumessero le seguenti denominazioni:
  • Valle Scrivia I:
    • V Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XLI Battaglione CC.NN. A.A.:
  • Valle Scrivia Il:
  • Comando del Gruppo «Valle Scrivia»,
    • XXXIV Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XLI Battaglione CC.NN. A.A.;
  • Leonessa I:
    • XIV Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XXXVIII Battaglione CC.NN. A.A.
  • Leonessa II:
    • Comando del Gruppo «Leonessa»,
    • XV Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XXXV III Battaglione CC.NN. A.A."
questo per capire come erano organizzate Valle Scrivia e Leonessa, ma soprattutto  quello che segue per capire il giorno 19/12/1942 quello che deve essere stato....:



"I superstiti del «Leonessa», giunti a Zapkovo, trovano che forze sovietiche fin dalla notte sul 18, occupavano il paese. I legionari, frammisti coi tedeschi, vengono accerchiati e presi sotto intenso fuoco di fanteria. La lotta divampa a colpi di bombe a mano e di pugnale; i reparti tedeschi, autocarrati, riescono a disimpegnarsi, lasciando i circa trecento legionari del «Leonessa» a resistere ad oltranza4.

Il Gruppo «Leonessa » è ridotto a poco più di 400 uomini, sui 1.792 che erano partiti.

A Mitrofanowka è presente il comando del Raggruppamento «23 Marzo», convocatovi dal comandante del II C.A. Questi, al mattino del 18 dicembre, invia il Luogotenente Generale Martinesi a Kantemirowka, affinché collabori al riordinamento delle unità confluitevi dal Don. Egli constata le condizioni di spossatezza fisica e di depressione morale di quegli uomini che, dall'11-12 dicembre, non avevano più smesso di combattere e di marciare in quel clima.

L'improvvisa puntata su Kantemirowka, compiuta il 19 dicembre da mezzi corazzati sovietici, peggiorò la situazione di quegli uomini ed il Generale Martinesi con gli ufficiali del suo comando continuò la sua opera di collaborazione, spostandosi a Belowodsk ed il 21 dicembre trasferendosi a Woroschilowgrad, dove si ricongiungeva con i superstiti del Raggruppamento, già schierati sul Donez a difesa del ponte di Wesselaja Gora.
A quel momento il totale dei superstiti presenti del «23 Marzo» constava di 1.536 combattenti, dei quali molti feriti leggeri ed altri congelati di 1°, di 2° e di 3° grado non ancora spedalizzati. Le perdite, 1.792 in totale, erano state di 125 caduti (19 ufficiali), 389 feriti (23 ufficiali), 1.328 dispersi (26 ufficiali), 19 congelati (1 ufficiale). I dispersi erano stati, per la più gran parte, veduti cadere in combattimento, ma non era stato possibile accertare il decesso secondo le norme di legge."