venerdì 19 ottobre 2012

Il Telegrafo del 29 luglio 1938 - Dal Goggiam alla Piazza del Campo - parte prima.


Mescenti, giugno.

Verde dal germoglio primaverile, assolato, ridente, con visioni quasi di paesaggio toscano, il Goggiam - la piu' ricca e meno nota Regione dell'Impero e' apparsa alle camicie nere senesi quale zona ideale per trascorrervi il mungo e non facile periodo delle grandi piogge.
E le stesse piogge, cadendo soltanto di notte, fanno si' che anche la minaccia degli elementi sia, se non sventabile, almeno da attenuarsi: il bel sole del giorno asciuga il terreno, lo risana e fa crescere a vista d'occhio la gia' rigogiosa vegetazione della zona; consente lo svolgersi di tutte le ordinarie occupazioni ed, infine, procura un senso di benessere ai legionari, che abbronzandosi le carni ai cocenti raggi, preservano i corpi da quelli che potrebbero essere gli effetti dell'umidita' notturna.
Per quasi un mese - dal giorno della partenza dall'Ambaciara ad oggi - i militi hanno sognato la terra goggiantina e hanno vissuto con negli occhi la visione di Mescenti e nel cuore la speranza di poter presto raggiungere la nuova destinazione.
Non presto com'era nei desideri di tutti, ma comunque il battaglione ha preso possesso dei fortini assegnatigli a presidio e sta gia' alacremente lavorando per la definitva messa a punto di quella che e' e sara' per mesi la residenza delle Camicie Nere della "Valanga".
Su un pianoro sopraelevato, dominante una valle, bagnato dalle acque di un placido torrente, e tutta una distesa di pianure recinte da cerchia di colline, il settore fortificato - sede dei reparti - sorge in localita' quanto mai adatta ad ospitare truppe.
A poche diecine di metri dai fortini e' una sorgente ricchissima di fresca ed ottima acqua, qua e la' appezzamenti di terreno coltivato ad orto, portano, oltre ad una nota prettamente nostrana, l'impressione di cio' che i legionari potranno tra non molto trarre dal suolo per il milgioramento del proprio rancio; uno spazioso forno, costruito dal Genio, consente una perfetta panificazione; e tutto un impianto, sia pur rudimentale, dei depositi e servizi lascia presagire che, anche quando - tra non molto - le comunicazioni con i grandi centri si renderanno pressoche' impossibili a causa della pioggia, la vita del Battaglione procedera' regolare in ogni senso.
Oltre cio' che abbiamo esposto, vi e' un altro fattore - forse il piu' importante - che rende gradita la permanenza a Mescenti. Il luogo e' "simpatico", veramente simpatico.
Un po' per le traversie vissute prima di giungervi, che hanno aciuto in tutti il desiderio di presto vedere e conoscere la nuova localita'; un po' per tutto il bene che di questa e' stato sempre detto: molto per quel senso di spontanea simpatia per alcune cose che, inspiegabilmente, nasce improvviso nella massa. Il fatto e' che Mescenti ha, si puo' dire, conquistato il cuore della truppa e fatto si' che il periodo da trascorrere nel nuovo campo - il peggiore periodo della permanenza in Africa, per cio' che riguarda le condizioni climatiche - si presenti alle menti di tutti come cosa facilmente superabile.
Il morale dei Reparti e' ottimo; le condizioni di salute sono generalmente buone; percio' si guarda con serenita' all'avvenire e ci si accinge alle prove del futuro con consapevole giocondita' e spensieratezza.
Si lavora alla costruzione di baracche, ad opere militari, a faccende di abbellimento. Si monta la guardia alla notte sotto lo scrosciare della pioggia. Ci si merita il "Bravo!" del Comando di Presidio - come e' avvenuto alle camicie nere della seconda compagnia che ieri, in una particolarmente difficile e delicata circostanza - hanno, a fianco dei reparti indigeni, dato prova, oltre che di fede e disciplina, anche di valore, tenendo alto il prestigio della Milizia e quello della citta' nostra.
Ci si rende utili alla Patria servendo con abnegazione il Duce. e tutto cio' col sorriso sulle labbra e con negli animi la intima, grande soddisfazione derivanet dal compimento del dovere.
Cosi' i legionari del 97.o hanno iniziato il loro nuovo periodo di vita africana. Cosi' le camicie nere senesi fanno onore, attuandolo, al motto mussoliniano: "Credere, obbedire, combattere".

Ultime fasi di un lungo viaggio

A Gorgora' S.E. Teruzzi - la' giunto per presenziare all'inaugurazione deђ faro eretto sulla "Vetta Mussolini" - ammiro', compiacendosene, il perfetto inquadramento dell'unita' legionaria senese ed ebbe parole di elogio per Comandanti e gregari. Partendo il Ministro, si ebbe il saluto alla voce dei militi che, nell'occasione, vollero gridare la loro ferma volonta' e ripetere la promessa di essere pronti a tutto per la grandezza dell'Impero.
Promessa, quest'ultima, sempre mantenuta. Anche quando una punta di nostalgia si figgeva nel cuore, anche quando le motobarche della flotta del Tana, levando le ancore, allontanavano vieppiu' dalla Patria e dagli affetti la gioventu', costituente il carico delle imbarcazioni.
Abbiamo, in altra occasione, gia' sufficientemente scritto su quella che fu la prima traversata del Tana effettuata da una flottiglia di barche a motore e, quindi, tornare oggi sull'argomento sarebbe ripetere cose gia' note. Ma e' pero' bello ricordare con quanta allegria, con quanta tranquillita' e con che gioconda animo i legionari si portarono da Gorgora' all'estremita' meridionale del lago, nella baia di Bahar Dar. E' bello dire ancora dell'entusiasmo che regno' sovrano a bordo durante il primo viaggio e nei due che seguirono per il trasporto di tutto il battaglione. E' bello infine poter dire ai senesi - e poterlo dire cosi' pubblicamente - che i loro concittadini e comprovinciali, pur lontani cinquemila chilometri, onorano con i fatti il nome di Siena e fanno nascere ovunque ondate di spontanea simpatia ed ammirazione per la citta' della Balzana.
Cosi' a Gondar come ad Amba Ciara, a Gorgora' come a Bahar Dar.

Dino Corsi

                    

                                                                Foto Collezione privata Panichi           






Il Telegrafo del 29 luglio 1938 - Dal Goggiam alla Piazza del Campo - parte seconda.



Per quanto breve, anche il soggiorno nella terra goggiamita del lago dei reparti senesi e' servito a rivelarci ancora una volta quanto e come i connazionali residenti in Africa Orientale sisentono portati verso la balda gioventu' che, nelle lontane terre dell'Impero, porta, con la purezza del linguaggio, la bonta' dei sentimenti, la gentilezza innata in tutti i viventi all'ombra del "Mangia", l'amore quasi sviscerato per la bella Siena, la gioconda e contenuta spensieratezza, la fattiva operosita' e la fede grande che e' in ogni cuore, una ondata di vera, fresca, giovinezza italica.
Dopo una sosta di pochi giorno il grosso del Battaglione ha raggiunto, in marcia, Mescenti. A Bahar Dar e' rimasto momentaneamente un reparto per il disbrigo dei vari servizi.
La marcia si e' svolta attraverso una zona quasi completemanete pianeggiante, lungo il tracciato della grande strada, oggi in via di costruzione, che tra non molto unira', attraverso il Goggiam, Gondar con Addis Abeba.
Fin dai primi chilometri si e' radicata in ognuno la convinzione della ricchezza e bellezza della Regione. Per quanto solo da pochi mesi sotto il reale controllo italiano - e quindi ancora allo stato semiselvaggio - il Goggiam ha mostrato alle camicie nere le possibilita' agricole, commerciali ed industriali di una zona che, grande quanto la madre Patria, sara' domani una fonte inesauribile di prosperita' e benessere.
Si e' marciato attraverso terreni massosi sui quali attecchisce e vegeta la vita selvaggia; si sono attraversati boschetti di olivastri per chilometri e chilometri, si e' proceduto, avendo sui lati estensioni sterminate di terreno coltivato a dura, frumento e granturco, si sono vedute mandrie numerose di bestiame al pascolo su ricchi, grassi prati; si e' insomma avuta, dall'inizio al termine della marcia, la precisa sensazione di una fertilita' ed abbondanza forse senza pari.
Giungendo a Mescenti, portando a termine la fatica iniziata da altre tre settimane, i legionari hanno avuta nuova conferma delle loro convinzioni della bellezza e ricchezza del Goggiam, palesi ovunque nei pressi del Presidio.
Ultimato il viaggio, che mettendo a dura prova gli uomini, ha rivelato appiena la salda struttura del Battaglione, e' iniziata la nuova vita in nuove terre, ma sempre vita tipicamente senese. Vita, cioe', contrassegnata dall'operato di uomini che, avendo vivo nell'animo il ricordo della citta' amata, improntano alle tradizioni di questa tutto il loro operato di fascisti e soldati.
E le tradizioni nostre, essendo quelle della Grande Madre, fanno si' che la "Valanga" non venga mai meno al compito affidatole dalla fiducia del Duce.

Odor di Palio

29 giugno...Oggi c'e' in aria odor di Palio. A Siena stamani "danno i cavalli". A Mescenti si lavora e si pensa. Tra un colpo e l'altro di piccone, tra l'una e l'altra pietra portata dalla cava al muro in costruzione, tra un servizio di guardia e un turno di riposo, il pensiero vola lontano, lontano...a Siena "danno i cavalli". "A quest'ora, pensiamo, si sono gia' iniziate le prove". "Tra un paio d'ore, ci diciamo, la sorte avra' deciso".
La penna non vuol scorrere sulla carta, la mente non sa piu' dare idee...Vediamo la Piazza...la sentiamo, la nostra Piazza. Come noi la sentono tanti, tutti, quasi, qui nel Campo.
Attraverso le leggere pareti della tenda ci giungono, in un vociare confuso, frasi come questa:"Sor Tenente! Abbasso il Drago!"
"Oggi, a noi della Tartuca, ci tocca un cavallino da Palio, me lo sento!...E poi, noi siamo...fortunati!"
"Sarebbe l'ora toccasse al Bruco un cavallino meno peggio!"
"Dalli il cavallo del Vannini, dalli!"
"Daccelooo!"
"Ma, con l'acqua che venne ieri sera, avra' retto la terra?"
"Gnamo, mentre s'aspetta, si va a dalli un trentino qui in Salicotto"
La musica continua, l'intonazione e' sempre la stessa. E la penna non vuol scorrere, le idee nella mente si fanno sempre piu' confuse. Accidenti, accidentaccio a questo cuoer che al solo sentir parlare di Palio prende il via e non si ferma piu'!...Ma come si fa? "Ci siamo nati, ci siamo" come diceva la buonanima del Gobbo Nocciolo. E quando ci siamo nati...quando ci siamo nati...
Il vociare continua...la testa gira come una giostra...Cavalli, bandiere, tamburi, il lago Tana, una cornetta che, da bordo del 'San Nicola' suona nelle limpide acque del lago la "Marcia dl Palio" e fa piangere cento uomini, e ci fa piangere...Gira la testa e la cornetta suona e suona...Il lago e' quasi azzurro...pip-pa papa'...la prima flottiglia naviga...sventola una bandiera, due, cento bandiere, tutte le bandiere di Siena...pip-pa papa'..:Accidenti!..O che davvero una lacrima sfacciata si affaccia alla finestrella dell'occhio?! No, perdio! Questo, poi, no!...Coraggio...usciamo usciamo...Ma cos'ha questa testa?...Pip-pa papa'...Basta!...Basta ragazzi con queste chiacchiere, basta! Siena e' lontana e fa male parlare di queste cose...
Piuttosto, piuttosto...per dimenticare cantiamo. Su, un bel coro! Forza!
"Quanto l'e' bella la Piazza di Siena
"Circondata da dieci fantini..."

Dino Corsi

                                                                              Foto Collezione privata Panichi                       
                                                   
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giovedì 18 ottobre 2012

Il Telegrafo del 17 luglio 1938 - Ricordo nostalgico della propria citta' sotto lo stellato cielo d'Africa


                                                                
                                                                              
Dalle rive del lago Tana, luglio

E' quasi notte quando, nei pressi di Mai Dabar, la colonna si appresta a guadare un torrente. Le acque sono abbastanza gonfie, ma niente di preoccupante: gli uomini, qualora qualche macchina non la facesse, sapranno ben farla da trattori: "Sotto!"
Traballando, un "34" affronta le acque; sbotta, sembra annaspare nel fango, oscilla un po' in qua, ma la spunta.
"Sotto un altro! Sotto!". E via un altro. bene o male passa; poi un altro, un altro, un altro ancora...improvviso un boato lontano annunzia la piena. Le acque ingrossano a vista d'occhio, mentre il rumore, come un tuono continuo, si avvicina sempre piu'.
Una macchina e' ferma nel guado. "Coraggio ragazzi! Tiriamola fuori!". Cento braccia si protendono, a diecine i corpi si tuffano nl torrente...uno strappo, una spinta e l'autocarro e' salvo. La piena giunge impetuosa, travolgente, paurosa. Il letto del corso d'acqua, misurante tre o quattro metri un'ora fa, e' ora quello di un fiume, di un grande fiume.
E questo serpente liquido che striscia ratto sul terreno ha tagliato in due la colonna. I viveri, i pochi viveri - una sola giornata di scorta - sono in coda e una buona meta' degli uomini sono in testa.
Ma il legionario non si spaventa: una pattuglia di volontari affronta la furia del torrente e lottando con la tempesta raggiunge l'altra sponda; si carica dei sacchi e via nuovamente contro la piena in aumento. Il pane giunge in porto, anche se un po' bagnato.
Ma chi guarda in certi momenti, mentre il fango sembra voler incollare gli uomini al suolo, mentre la pioggia pare voler tutto sommergere, ad una pagnotta umida?
Si mangia in allegria e si provvede al giaciglio per la notte. Gli uni sulle macchine, gli altri sotto, avvolti nel telo tenda, tutti trovano da accomodarsi e si addormentano in fretta. Solo le sentinelle, ombre gocciolanti, restano a vegliare il sonno di tutti e a godersi il concerto notturno delle raganelle.
Al mattino il lavoro riprende intenso. La corrente ha spazzato il guado: occorre costruire la nuova passerella. Gli ufficiali peer primi danno l'esempio, impugnando gli attrezzi o tuffandosi nell'acqua. I militi, con entusiasmo, assecondano i capi. Si lavoro sotto il sole, prima, sotto l'acqua, poi. Pietra su pietra, trave accosto a trave il ponte sta sorgendo, perche' cosi' vuole la volonta' del Battaglione.
A mezzogiorno distribuzione di un quarto di pagnotta a testa. L'ultima!
D'ora in avanti e' la fame che si allea con gli elementi. ma nessun nemico potra' spuntarla contro la massa dei giovani che hanno energie da vendere.
Quarantotto ore di fatica. Due intere giornate di sacrifici senza nome, ma infine il ponte e' costruito: "Si prosegue per Ifag!"
"Non si puo'!" La notizia la portano gli ascari di uno squadrone di cavalleria. "Occorre tornare indietro perche' i guadi avanti alla colonna sono insuperabili".
Per un attimo lo sconforto sembra vincere su tutti gli altri sentimenti. Non si puo' procedere, perche' e' impossibile, non si puo' restare, perche' siamo da due giorni senza viveri; non si puo' retrocedere senza ordini...
Ma e' il Maggiore, il buon babbo del battaglione, che risolve la critica situazione. A piedi, in compagnia di un ufficiale, e pochi militi, parte per Gondar. A piedi. Sotto l'acqua e in mezzo al fango. La truppa e' commossa dal gesto del comandante, tutti vorrebbero seguirlo, ma non si puo' abbandonare la colonna.
L'attesa e' lunga: ventiquattro e piu' ore. Finalmente ecco di ritorno il comandante! E con lui sono tre macchine cariche di ogni bene di Dio: viveri, liquori, vino e acqua potabile. Perche', scherzo della sorte, in mezzo a tanta alluvione, era per oltre tre giorni mancato non solo il pane, ma anche l'acqua.
Poche ore per mettere definitivamente a posto la cinghia dei pantaloni, per dissetarci e per gustare una ottima sigaretta - quanto desiderata - e poi via: ancora in marcia!
Non si torna indietro, si prosegue egualmente per il Goggiam. Soltanto, anziche' raggiungere Ifag, raggiungeremo Gorgora' e anziche' guadare il Nilo, attraverseremo il Tana. Tanto meglio.
Ma occorre uscire dalla piana, necessita nuovamente attaccarsi ai canapi e spingere a forza di braccia: "Coraggio! Date sotto Camicie Nere!".
E si riprende la fatica. Per ore e ore, per una giornata intera; tra il fango, sotto la pioggia scosciante. Ma ancora una volta piovana ha la peggio sul sudore della fronte.




                                                   Collezione privata famiglia Giachetti                               
                                           dal sito "XCVII Legione"



Riflessi sul Tana

Breve sosta ad Azozo'; rivestimenti a nuovo (povere le nostre vecchie divise rose dal fango e lacerate dagli sterpi!), bagno ristoratore in un torrente, questa volta amico, messa a punto delle macchine e via veloci sulla strada del Porto del Tana.
E' quasi notte quando Gorgora' saluta il Battaglione che giunge. Ovunque e' aria di festa; sventolano le bandiere e, tra gli alberi, si partono festoni e strisce multicolori; e' attesa per domani la visita di S.E. Teruzzi e la citta' ha inalberato il gran pavese.
Ma i legionari sentono che la festa e' anche loro, che tutti quei vessilli e quei drappi sono la' un po' anche per essi. Per essi che con dedizione e sacrificio hanno lavorato, lottato e vinto meritandosi il premio dei forti: un'ora, quest'ora di festa italica.
E domani l'Eroico Ministro, legionario d'Africa e di Spagna, vecchio Capo della Milizia, non ce ne vorra' se per un istante abbiamo fatto nostro l'addobbo per Lui approntato. e sorridera' ai suoi militi. Sorridera' alla "Valanga", come in questo momento il legionario sorride alla bandierine svolazzanti, alla bellezza di Gorgora' e alle acque del Tana.
Sorride alle bandierine, simboli della fede e dell'amore che tutti avvince; sorride a Gorgora', vedendo nella citta' una viva impronta della potenza costruttrice del Fascismo; e sorride infine alle acque del Tana, che, inargentate dalla luna, hanno riflessi fantastici di sogno.
Basta essere un po' sognatori - e chi non lo e' in una magnifica serata e in riva al piu' bel lago del mondo? - per veder profilarsi nelle acque cose e figure note. E serve socchiudere un po' gli occhi per sognare...per vedere le leggere onde prender forma, per scorgere tra lo spumeggiare d'argento volti amati, corpi desiderati, labbra che sorridono, braccia che si stendono...
E quando la tromba, dal campo, suona la "ritirata", quando, avvinto dal segnale militare, la cornetta fa udire lo squillo di riconoscimento del Battaglione, quando insomma le prime note della "Marcia del Palio" echeggiano gioconde sotto la volta stellata, allora il sogno prende un carattere nuovo. Le acque che spumeggiano contro gli scogli ripetono il rullar dei tamburi, il lago ondeggiante e' tutta una grande bandiera spiegata alla brezza del vento. Una immensa bandiera che ne comprende tutte, tutta costellata da puntine d'oro e fremente come se agitata da un forte pungo d'alfiere.
E la', al largo, gli scogli e gli isolotti prendono forme inusitate e si riflettono nelle acque creando ombre di palazzi merlati, di guglie marmoree e di una torre alta, tanto alta, tanto vicina al cielo quanto i nostri cuori avvinti dal sogno che incanta.

Dino Corsi


                                                                       


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mercoledì 17 ottobre 2012

Gruppo teatrale

La contrada del Nicchio nei primi anni 90 volle dare il nome di Dino Corsi alla propria compagnia teatrale, ultimamente il nome del gruppo teatrale è stato  cambiato.......


                                                   Foto Collezione privata Panichi                  
                                                      
 
Le notizie sono tratte dalla pubblicazione della Società del Nicchio realizzata in occasione del 50 esimo anniversario della Fondazione della Società La Pania:


     
ART. 12
COMMISSIONE SOCIALE, CULTURALE E RICREATIVA

Tale Commissione cura ogni attività sociale, culturale, ricreativa, educativa ed assistenziale. Della stessa fanno parte il Responsabile del Gruppo Donatori di Sangue “Luciano Guideri” ed il Responsabile del Gruppo Teatrale “Dino Corsi”.





                                                              
Uno stralcio pubblicazione della società del Nicchio:

.......Lo Spazio non era mai abbastanza. E non solo per le esigenze delle manifestazioni, ma anche (e la cosa non era secondaria) in termini di locali per ospitare le varie commissioni e le altrettante numerose riunioni che ciascuna di esse convocava per organizzare le manifestazioni stesse ci si era messo, nel frattempo anche il gruppo teatrale intitolato a "Dino Corsi" - nicchiaiolo di teatro - e guidato dall'indimenticabile Ivo Boscagli, che se la cavava proprio benino e figurava sempre con dignità nelle varie manifestazioni di teatro contradaiolo che si tenevano in città.............

Il Telegrafo del 16 luglio 1938 - Volonta' disciplina e sacrificio dei legionari della "Valanga"



Azzurro come il mare nostro, immenso tanto da sembrare l'Oceano, dalle coste verdeggianti e ridenti al pari di quelle incantatrici del golfo di Napoli, il Tana ci e' davanti colla ricchezza delle sue acque. Sulla verde penisola di Gorgora', a poche centinaia di metri dalla citta' sorta all'ombra della Vetta Mussolini - citta' che piu' di residenza coloniale puo' sembrare una moderna stazione balneare - la strada e' fiancheggiata dalle ordinate fila di tende dei legionari senesi.
In attesa che si approntino le imbarcazioni per poter portare le Camicie Nere al di la' della immensa distesa liquida, nel Goggiam, in attesa che il 97.o battaglione, forte di tre quarti dei suoi elementi possa - primo esempio nella storia del tempo di si' numerosa massa di uomini navigante sulle acque del Tana - attestarsi sull'altra sponda ed indi proseguire verso mescenti, ove avra' sede e presidio per la stagione delle grandi piogge, gia' in corso; in attesa che legionari e quadrupedi, armi e materiali varchino quelle che gli etiopici chiamano il "piccolo mare", i militi della "Valanga" vivono giornate riposandosi e, tuffandosi con ebbrezza nelle limipde acque del lago, riconfortano corpi e spiriti, gli uni e gli altri provati ma non vinti dai disagi, dai sacrifici e dalle fatiche degli ultimi scorsi giorni.
Con la coscienza dei forti, che sanno di aver corrisposto in pieno alle aspettative di chi in loro fidava, col sereno orgoglio di uomini che messi di fronte ad ostacoli imprevisti e quanto mai impervi, hanno, con indomita volonta', superate le prove piu' dure, i figli di Siena godono ora un riposo piu' che meritato, suggono la linfa di questa terra fata, si ubriacano al sole amico e si abbandonano felici all'amplesso delle onde del Tana, di quelle stesse che domani li condurranno la', nel Goggiam, nella regione ove gia' il battaglione servi' ed opero', scortando autocolonne nel periodo in cui la clemenza degli elementi permetteva il transito anche sulle piste camionabili e carovaniere.
Giacche' oggi, con l'inizio della stagione torrenziale, il viaggio sulle piste e' cosa sempre ardua, molto spesso difficile, non raramente impossibile.
  


                                                                                     

                                                                                       

Quando le strade mancano

Il lettore avra' certo occasione di osservare quei grafici riportanti la odierna situazione stradale dell'Impero, per ultimo quello comparso un mese fa, circa, sulle colonne del nostro giornale. Ed avra' compreso, il lettore, qual miracolo sia avvenuto in Africa Orientale: in meno di due anni, tutti, o quasi, i grandi centri del Nord Etiopia sono stati collegati da una rete stradale si' perfetta che consente il traffico di ogni genere di autoveicoli.
Migliaia di chilometri di autovie gia' pavimentate a bitume; vecchie strade militari gia' cilindrate e pronte a ricevere il rivestimento di asfalto; migliaia di chilometri di piste che conoscono gia' il lavoro del piccone e che ben presto si apriranno definitivamente al traffico e porteranno sviluppo e progresso alle Regioni piu' lontane. Abbiamo detto che si e' operato un miracolo e crediamo di non aver esagerato.
Contro ogni limite delle umane possibilita', si e' lavorato e costruito. Gli italiani soltanto, e soltanto gli italiani di Mussolini, potevano, come hanno voluto e potuto, raggiungere tale risultato. Il pretendere di piu' sarebbe pazzia. Cosi' nel campo delle strade come in ogni campo delle meravigliose realizzazioni in terra d'Africa Romana.
Detto cio' non sembrera' strana se aggiungeremo che, data la vastita' dei territori sui quali si spande la luce del Littorio, molti piccoli centri, varie ocalita' e molte zone piu' o meno importanti dal punto di vista politico, o militare, o agricolo, o commerciale, siano a tutt'oggi prive di vie di comunicazione che consentano il sicuro collegamento con i grandi centri.
Le vecchie piste, riadattate alla meglio dalle prime colonne di occupazione, sono transitabilissime da ottobre a giugno; ma appena Giove Pluvio riversa sull'altopiano il suo liquido furore, le umili, volenterose carovaniere si confondono e si perdono tra la fanghiglia dei piani ove sono tracciate. Lungo una di queste piste il 97.o si e' trovato a vivere la piu' dura e piu' bella giornata della sua permanenza in Africa Orientale.
Giornate dure perche' si e' dovuto lottare contro l'impervio terreno, contro l'uragano, contro la piena dei torrenti ed anche, perche' non dirlo? contro lo spettro della fame; giornate belle perche' malgrado tutte le avversita' citate, il Battaglione ha dato una superba manifestazione di dedizione al dovere e di spirito di sacrificio: le impronte che le chiodate scarpe dei legionari hanno lasciato nella piana del Tana, presso Mai Daber, sono pagine di oscuro silente e forse mai compreso valore.
Avuto il cambio sull'Ambaciara, lasciata non senza rimpianti la bella Siena d'Etiopia, la Valanga si e' portata a scaglioni al passo di Groinber, ove, formatasi una colonna autocarrata, si e' sostato per pochi istanti, proseguendo poi verso Ifug, prima tappa sulla via del Goggiam.
Il cielo minaccioso ha salutato la colonna in partenza con i primi goccioloni; poi si sono aperte le cateratte e l'uragano e' precipitato su uomini e macchine. Il terreno ora, che gia' la colonna si e' avventurata sulla pista inoltrandosi nella piana, si fa viscido, poi limaccioso, infine si viaggia addirittura in un mare di fango. Le ruote dei "34" e delle "Alfa" girano su se stesse: e' impossibile procedere oltre.
Ma cosa puo' essere realmente impossibile per la massa umana che nel nome ha tutta la travolgente forza del suo spirito?
Chi puo' vincere sulla volonta' di centinaia e centinaia di uomini quando l'ordine e' di andare avanti?
"Si va avanti! Giu' dalle macchine! Tutti a terra! A forza di braccia"
A forza di braccia i legionari strappano le macchine alla morsa del terreno, le trascinano per metri, per chilometri. Sotto lo scroscaire della pioggia, impantanati fin su al ginocchio, allegri come ragazzi, forti come ciclopi, i militi, attaccati, avinti alle corde, alle sponde, ai cofani, si trascinano dietro i mezzi meccanici. Un chilometro all'ora, cinquecentro metri, cento metri...nuovamente fermi.
"Forza ragazzi! Uno strappone e siamo fuori!". Dai, tira e strappa, la colonna ritorna all'asciutto. Grondanti di acqua, coperti di fango fino alla cintura i legionari riprendono posto sugli autocarri.
Solo le faccie sembrano no aver subito gli effetti dell'uragano. Coperti da caschi, i volti, arrossati dalla fatica, sono lieti e sorridenti, giocondi e soddisfatti. Quelle che bagna le fronti, che fa luccicare le guancie, che imperla le barbe incolte non e' acqua caduta dal cielo; e' il sudore, l'acqua santa della volonta'. (continua)

Dino Corsi

                                         "        
                                         Foto Collezione privata Panichi

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martedì 16 ottobre 2012

Il Telegrafo del 13 maggio 1938 - La Pasqua dei legionari a "Siena d'Etiopia"

                                         Foto Collezione privata Panichi               

Ambaciara (Siena d'Etiopia), Pasqua XVI.

Un ordine improvviso quanto inaspettato, venuto a rompere la monotonia di una vita che, per la sua uniformita', gia' pesava sull'animo dei legionari, ha portato il 97.o battaglione senese sull'alto dei colli che, lungi da Gondar, dominano la valle del Belesa e spaziano su un panorama immenso e grandioso. Visione irreale, quasi di sogno, quella che si para davanti ai nostri occhi e ci rivela ancora un suggestivo aspetto di questa Terra d'Africa, ove pittori e cesellatori, scultori ciclopici e maestri del giardinaggio pare abbian dato una mano a madre natura per la creazione di un assieme luminosamente policromo e multiforme.
Un'ora e' stata sufficiente a che le tende, le baracche e quant'altro costituiva a Gondar il villaggio militare senese sparisse come d'incanto per lasciar posto alla desolata tristezza dei campi abbandonati.
Tra il rosseggiare del tramonto, una colonna di autocarri e' partita portandosi un carico umano prorompente, attraversi canti di guerra. E a notte inoltrata, nel fondo di una gola ove ha termine la pista camionabile, tra il groviglio dela vegetazione tropicale il battaglione ha sostato, riposato alcune ore all'addiaccio in attesa dell'alba.
Col sole gli uomini hano interrotto il breve riposo e lentamente - perche' tutti portavano il fardello pesante degli zaini - si e' iniziata l'ascesa dell'erta, conducente al pianoro attraverso una mulattiera ripida snodantesi tra il fitto della boscaglia. Per ore e ore legionari, ascari della banda di Ambaciara, venuti incontro al battaglione, quadrupedi hanno arrancato su per l'impervio sentiero, fino a che l'occhio non ha visto in lontananza il profilo dell'Amba e la ridente altura, tutta cinta da fortificazioni, ove ha sede la R. Residenza del Belesa.
Gli ultimi chilometri sono stati divorati dalle camicie nere, ansiose di giungere alla meta. Ordinatamente i reparti, scissi in piccoli gruppi durante la prima parte della fatica, si sono riuniti e hanno ancora marciato incuranti dello sforzo, verso la nuova destinazione: verso la cittadella tipicamente coloniale, che coll'arrivo del 97.o ed in omaggio a questo doveva assumere, in aggiunta alla denominazione geografica, il nome di Siena d'Etiopia.

"Siena d'Etiopia"

Una collina di pretto colore toscano, ove gli olii crescono spontanei e rigogliosi portando una nota campestre in questo lembo d'Africa Italiana, e' il luogo ove, in meno di due mesi, la fattiva volonta' di pochi connazionali ha creato uno dei piu' perfetti centri periferici dell'Amhara.
L'impressione di sapore nostrano svanisce appena si varca la soglia del recinto che delimita il territorio della cittadella, per lasciar posto alla sensazione di aver scoperto l'oriente caratteristico e affascinante. Qua tutto e' prettamente africano, tipicamente coloniale. Il villaggio-famiglie dei ragazzi appartenenti alle bande armate del belesa e di Amba Ciara, i "tucul" che ospitano la popolazione metropolitana e gli uffici del Governo e del Presidio.
Lo stesso palazzo della Residenza, razionale nelle linee ardite e armoniose, luminoso nel suo calcareo candore, tutto, insomma, oltre la siepe dei reticolati e la prima cinta di fortificazioni rivela un non so che di spiccatamente orientale ed esotico. Le aiuole fiorite, i giardinetti curati per le scarpate, lungo i pendii e a fianco delle scalinate che si partono dall'una all'altra fila di capanne, rallegrano, completamendola, la visione e con gamma iridescente, con l'effluvio dei profumi, ingentiliscono le opere di difesa e fanno si' che anche i bastioni, le merlature e le caponiere del forte si confondino e si assimilino con la generale armoniosa bellezza.
In alto, ove gli olivi infittiscono fino a creare un bosco, e' il settore affidato alla sorveglianza del battaglione senese. Qui le camicie nere hanno piantato le tende, piazzate le armi e, fiduciose, attendono gli eventi con la certezza del domani che, cruento o incuento, servira' comunque a testimoniare l'opera dei legionari della "Balzana". Lontani dai grandi centri, tagliati fuori dalle vie ordinarie di comunicazione, uniti al mondo dalle antenne di una stazione radio da campo, i legionari senesi hanno iniziato la loro nuova vita.
Nella cittadella della Residenza e' entrata e vi si e' stabilita un'ondata di giovinezza e di forza. I Reparti, gia' sistemati alla meglio qua e la' nell'interno del forte, comprendono la necessita' del sacrificio al quale sono costretti. Ed i militi formano oggi, assieme alla stesa dei reticolati e ai baluardi delle fortezza, la ragione di sicurezza di tutta una regione affidata al loro presidio e con le opere stanno lasciando traccia della loro permanenza in quella citta' africana che il R. Residente, con gentilezza di pensiero e alto senso di comprensione, ha voluto si chiamasse Siena d'Etiopia.

Benedizione pasquale

E' Pasqua. Sin dall'alba, apena le note della "sveglia" si sono diffuse per il forte, un'ondata di nostalgica tristezza domina il campo legionario. In tutti e' viva la sensazione della festa, come in ognuno e' il bisogno di appartarsi, di sognare, di pensare...la Patria, Siena, la casa, la famiglia, gli affetti, gli esseri amati..Chi e come sara' mai capace descivere lo stato d'animo che ci pervade certe giornate? Chi - eccettuati coloro che come noi hanno vissuto lontano mille e mille miglia dall'Italia - potra' comprendere cosa significhino un Natale, una Pasqua in Africa?
Sono i giorni, quelle delle solennita' tradizionali, nei quali il sentimento della famiglia diviene ossessione; sono ore in cui gli sguardi spaziano l'orizzonte in ricerca di una meta invisibile e gli animi palpitano per tutti gli affetti e sentimenti piu' reconditi.
Si puo' essere uomini nel senso maschio della parola, si puo' essere soldati nati, si puo', per conseguita abitudine, non piu' sentire la nostalgia, ma quando un bel mattino, usciti freschi, freschi dalla tenda, si sente risuonare alle nostre orecchie l'augurio formulato da un camerata : "Buona PAsqua", il cuore ha una scossa e accelera i suoi battiti, il pensiero si volge automaticamente ad altre Pasque, ad altri auguri, e vola nella casa lontana: alla mamma, ai figli, alle spose, alle fidanzate, a tutti gli affetti umani...E si puo' in certe circostanze, formare una lacrima che, spontanea, sgorga dagli occhi.
Un nonnulla, pero', serve a far sparire ogni traccia di malinconia, il piu' comune dei fatti puo' riportare la gioia nei cuori e far brillare di contento le pupille gia' triste e scontente.
E il mattino di Pasqua e' avvenuto il miracolo. mentre tutte le camicie nere sembrano lasciarsi vincere da nostalgici ricordi, un rombo di motori e' risuonato giocondo nello spazio. Un potente trimotore da bombardamento ha sorvolato la cittadella, e poi, descritta una elegante curva, si e' abbassato sul forte. Rasentando gli spalti, la macchina alata ha lasciato cadere un sacco..Un grido, uno solo nella moltitudine: la posta!
E' arrivata la posta. Son giunte fino all'Ambaciara le notizie attese: il sacco caduto dall'alto porta gli auguri, gli abbracci, i baci dei nostri cari...
La posta! Allegria nel campo, festa nei cuori. Uomini che si abbracciano, occhi che lacrimano, esclamazioni di gioia. E' Pasqua! E' Festa! Ora e' davvero festa; non la posta, ma la benedizione pasquale sembra essere scesa dal cielo!

Il Palio Straordinario

Non si e' ancora spenta l'eco delle grida gioconde salutanti la venuta dell'aereo che la tromba di servizio echeggia in note parimenti allegre: pappa-pa-pa...la Marcia del Palio!
Ora e' un correre verso la sede della Residenza: "Tirano su le Contrade!"
Tirano su le Contrade perche' oggi nel pomeriggio si corre il Palio, il Primo Palio di Siena d'Etiopia. Questo e' l'omaggio pasquale offerto dal Residente ai senesi: il Palio!
Non una parodia della nostra Tradizione, non un insulso rievocare della giostra, ma una manifestazione che per svolgersi in Terra d'Africa, nella cittadella imperiale che s'e' imposta il nome della citta' di Caterina Benincasa ha per noi che intensamente l'abbiamo vissuta un significato quanto mai grande.
Il sorteggio, effettuatosi alla presenza delle Autorita' e dei rappresentanti le Contrade, si svolge regolarmente. Prima ad uscire...e' la Tartuca.
Nel pomeriggio, un'ora prima della corsa, la consegna dei...cavalli (veramente dei muletti), le solite scene che svolgono nella Piazza il 29 giugno e il 13 agosto vedono ora a loro teatro il piazzale interno del forte. Il "Dacceloooo!" tradizionale risuona da centinaia di petti e non manca il caratteristico "beh!" all'indirizzo delle inevitabili "brenne".
La sorte ha favorito Nicchio e Drago. E tra i nicchiaioli - massa rumorosa e clamorosa - e il gruppetto dei dragaioli si accende sorda la lotta. I pochi minuti che separano dalla gistra sono vissuti intensamente da contradaioli e dirigenti.
Specialmente i "mangini" si danno da fare per piazzare nel migliore dei modi e fogli da cento a loro disposizione; giacchш, per rispetto alle tradizioni, i "partiti" avvengono regolarmente.
Giunge l'ora, la pista della Residenza, che per la forma geometrica, somiglia un po' al "Campo", formicola di gente ansiosa e fremente. i tamburi e le trombe accompagnano la "passeggiata storica". In testa al corteggio e' il Palio, l'ambito premio, offerto al battaglione dalle genti di Ambaciara. Si snoda il corteo...e anche se mancano i costumi e le bandiere, son sufficienti le trombe e i tamburi a darci l'illusione che ci fa contenti.

"Al canape!"

L'ordine risuona nella pista e la moltitudine tace. Si apre la busta (tutto in regola, come a Siena) e le contrade prendono posto alla mossa. Drago!...lo storno - il piu' veloce - entra per primo...ma i nicchiaioli han ben lavorato e, al calar del canape, il muletto non parte.
Nicchio! Nicchio primo!...l'azzurro corre verso la vittoria, ma a "San Martino" (vogliamo dire alla prima curva) la bestia ha uno scatto e si fa raggiungere dal Drago che liberatosi dalla stretta delle Contrade...vendute, si e' fatto luce.
Per due giri e mezzo Nicchio e Drago procedono appaiati suonandosi un sacco di nerbate, ma all'ultima curva del terzo giro, diciamo pure al "Casato", i due quadrupedi si impuntano, si fermano e non procedono oltre. L'Oca, rimasta fino ad allora in ombra, si fa largo a suon di nerbate e...vince. Sorpresa generale!
Nicchiaioli e Dragaioli, uniti dal...purgante, bestemmiano la loro rabbia mentre quei di Fontebranda, ricevuto il Palio dalle mani del Reggente, portano in trionfo il drappellone e inneggiano alla vittoria. Echeggiano gli stornelli tradizionali, il "Daccelooo!" risuona come rombo di cannone e i tamburi rullamp a festa.
Agli ocaioli si sono uniti quelli delle contrade amiche...l'entusiasmo, il delirio sono reali, sono quelli a Siena.
Ci sembra di udire il sommesso mormorio di Fonte Gaia, alziamo gli occhi come a cercare l'esile sagoma del Mangia e finisce l'incanto. Lassu' in alto, lungo il muro del forte, e' ferma una sentinella.
Il milite, al posto di servizio, ha vegliato ore e ore per noi, per la nostra festa. E ci ricorda, il camerata, il nostro compito, il dovere da assolvere, compito faticoso di italiani e legionari.
Non si odono piu' i tamburi e le trombe. Solo una cornetta fa sentire ora le note del cambio della guardia: Avanti, ai posti di vedetta! Sta per scendere la notte; a gli occhi che hanno lacrimato di gioia per il giungere della posta, che han brillato di commozione nell'illusione del Palio dovranno ora aprirsi e vigilare sulla sicurezza del Presidio e sull'intangibilita' di Siena d'Etiopia.

Dino Corsi


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Il Telegrafo del 23 dicembre 1937 - Vita delle Camicie Nere senesi

                                         Foto Collezione privata Panichi                   

Dal fortino "Vittorio Leoncini"(Gondar), dicembre

Volano i giorni. Rapide, le settimane si susseguono e formano i mesi. Sembra ieri il giorno della partenza da Siena; sembrano di pochi giorni fa gli istanti in cui, detto addio alla bella Italia, salutano, al largo dello stretto di Messina, l'ultima visione del suolo della Patria.
Corre veloce il tempo, perche' nell'animo di tutti i legionari e' la soddisfazione procurata dal dovere compiuto; rapide trascorrono le settimane, giacche' la nostalgia che talvolta aleggia nei cuori e nelle menti, e' vinta e dominata da quella fiamma ardente di entusiasmo che fa sembrare soffice coltre il duro suolo che ci e' giaciglio, che rende gradita, quale piu' saporita pietanza, la "gavetta" di rancio, che cambia in squisito biscotto la dura galletta e che, infine ci da la forza di superare serenamente le fatiche di oggi e di guardare con pari serenita' all'avvenire: qualunque esso sia e qualunque esigenza prenda.
Con il rapido trascorrere dei giorni, i militi hanno purtuttavia cognizione del tempo. Di quel tempo - sempre galantuomo - che oggi ci avvicina a quelle solennita' belle e grandemente care ai cuori degli italiani, dei cristiani ed, in special modo, dei soldati che, oprando per l'Italia, vivono lontani dalle famiglie: le Feste.
Nell'approssimarsi delle solennita' Natalizie ( e chi scrive, per il fatto di essere al suo terzo Natale in Africa, sa bene cosa significhi in simili circostanze la lontananza dai cari) la grande famiglie del "novantasettesimo" si sente piu' che mai unita; piu' che mai quel senso di reciproca stima e comprensione e quel sentimento di sincero affetto che legano superiori ed inferiori, si rafforzano e fanno si' che ognuno dei componenti la "Valanga" senta meno la lontananza da Siena e la mancanza delle persone che - in periodo natalizio - sono a tutti maggiormente care.
E ne deriva - da questo assieme di affetti, da questo legame militare e famigliare al tempo stesso - quel sentimento di gioia per le altrui contentezze e quel senso di tristezza per gli altrui dolori che - prescindendo dalle qualita' disciplinari e guerriere della "Valanga" - costituiscono la dote piu' bella del battaglione.
Cosi' l'arrivo di un pacco, il giungere di una lieta novella, la nascita di un figlio, un matrimonio contratto "per via aerea" sono motivi di gioia non dai soli interessati, ma di una "tenda", o di un intero plotone, di una compagnia ed anche - trattandosi di ufficiali o di elementi noti e benevolmente conosciuti - di tutto il battaglione.
Ed anche le cattive notizie, i dispiaceri, le sciagure dell'uno sono della massa Le lacrime di chi ha avuto amara la sorte non sono isolate, ma si confondono con quelle dei camerati che, quali veri membri di una perfetta famiglia, soffrono per la sciagura del compagno e con lui piangono le stesse pene e sofferenze.
Con tale spirito, animata da si' umani sentimenti, la formazione legionaria senese prosegue la sua opera in terra d'Africa e porta ovunque il segno di una tradizione che, lungi dalla Terra ove sorse, si rivela sempre piu' di essere la tradizione che vuole le genti del senese parimenti grandi nella guerra e nella pace, parimenti gentili nella gioia e nel dolore.

"Bracalino", "Pocovento" e "Sordomenico"

Per dire di coloro che son lieti, giocondi e sempre allegri (letizia, giocondita' e allegria, condivise di chi con essi fa vita comune), presentiamo - a seguito e continuazione della rassegna di "tipi" iniziata tempo fa, una triade di bravi soldati ed allegri buontemponi.
"Bracalino" da Petroio e' un diretto discendente del famoso Brandano. Un cosino alto cosi' appena, appena cosi'...Ma tutto sale e pepe. Tutto, completamente conscio dell'importanza derivantegli dalla sua nuova qualita' di sposo. "Bracalino"sposo' tempo fa per procura: ed il suo matrimonio fu un avvenimento sensazionale. Il "vasaio" di Petroio - giacche' il nostro e' un fabbricante di vasi e di conche - compi' il grande gesto con tutto l'entusiasmo che e' di certi casi. Ed uscendo dalla cappelletta, ove si era celebrato il sacro rito, "Bracalino" piangeva tutta la sua gioia...Giunto al campo, a chi lo avvicino' per complimentarlo, il novello sposo disse con aria ispirata: "Ricordatevi che non sono piu' un ragazzo: sono un uomo!". E come tale volle agire dando una fulminante guardataccia a "Pocovento", a quel suo superiore diretto, che per oltre due mesi lo aveva tormentato con le sue continue allegre sfottiture.
Ma "Pocovento" (un giocondo graduato sangimignanese, che "pocovento" grida ogni qualvolta la gavetta non e' ben colma) non se la diede per inteso. E ridendo - che il sorriso e' sempre sul suo volto di vecchio combattente d'Africa - esclamo' con aria solenne: "Bracalino da Petroio, discendente di Brandano...e' uomo...per procura!". Risata generale...e conseguente chinar di testa del novello sposo. Senonche', in soccorso di quest'ultimo giunse correndo e smaniando il "Sordomenico" cioe' Drea: l'elegante Don Giovanni senese - il celebre Drea - che in Africa - ove e' per la seconda volta - sebra aver dimenticato tutto il suo elegantismo e ove , effetto del clima?, i suoi orecchi divengono sempre piu' campane.
Drea - o Sordomenico, come dir si voglia - corse dunque in soccorso di Bracalino gridando: "Io non ho sentito niente, i miei orecchi non sentono niente o poco, ma il mio cuore e' con te, camerata novello sposo!". E si' detto abbraccio' il vasaio, lo bacio' e presentandolo alla massa disse:"Vi presento l'uomo piu' felice del mondo". Ed aggiunse, ironicamente. "Anche se la sua e' una felicita'...per via aerea".
"Bracalino" fece l'atto di scattare. Ma quattro forti braccia lo sostennere: "Pocovento" e il "Sordomenico", strettolo in un forte abbraccio, lo trascinarono in tenda e la', attorno ad un fiasco di quel buono i tre "tipi" festeggiarono l'evento. "Bracalino", perdonando le sfottiture, e gli altri, pur continuando a sfottere, facendo in modo di farsi perdonare e di dimostrare allo sposo la loro gioia per la sua felicita'.
I tre amici, ai quali si uni' dopo tutto un plotone, trascorsero ore allegre, ineggiando e brindando a loro stessi, alle loro famiglie, alle spose, a tutte le donne d'Italia. ed a sera, "Bracalino", "Pocovento" e il "Sordomenico", piu' che mai camerati, piu' che mai amici, piu' che mai affratellati dalla gioia e dalla felicita', di uno di essi, si addormentarono. Stretti l'uno all'altro, sognando il primo la sua sposa da poche ore, il secondo le torri belle di S. Gimignano ed il terzo tutta una schiera di pulselle che a Siena lo attendono.
Ed i compagni di plotone, e quelli di compagnia, unitamente a tanti e tanti di altri reparti, gioirono e gioiscono della felicita' dello sposo e dell'armonia che regna nella triade dei "tipi" piu' caratteristici del Battaglione. Gioirono e gioiscono cosi' come sempre sanno gioire delle altrui felicita', con lo stesso animo buono e sensibile con il quale soffrono per le altrui sofferenze e per gli altrui dolori.


                                                                               
                                                       Foto Collezione privata Panichi
Partenze

In crudele contrasto alla giocondita', che quasi sovrana, contrassegna sempre la vita delle Camicie Nere, son o le partenze dei camerati rimpatriati per ragioni di malattia o per lutti familiari. E' duro, e' triste vedere il compagno che se ne va senza un segno di gioia. E' doloroso assistere a queste partenze, a questi abbandoni, che nulla hanno della bellezza del ritorno in Patria.
Proprio oggi siamo stati testimoni ad uno di questi addii senza sorrisi. Curvo, piu' sotto il peso del dolore che sotto quello dello zaino, un camerata ha lasciato il campo per tornarsene in Italia. Tra le mura di una casa ormai vuota, tra quelle mura mute che videro ieri la sua felicita' e che saranno domani testimoni muti della sua angoscia per la perdita di Colei che gli fu compagna e che non e' piu'.
Per alcuni istanti il campo e' sembrato spogliarsi della sua veste consueta, fatta di allegria e spensieratezza; un'ondata di tristezza ha oscurato maggiormente gli abbronzati volti dei legionari; e qualche lacrima ha brillato negli occhi di coloro che, salutando il camerata partente, sentivanmo in loro stessi vivo, quell'angosciante dolore che faceva spasimare chi il destino avverso aveva prescelto a sua vittima.
Abbiamo accompagnato il partente fin su al posto di tappa. Lo abbiamo visto salire su di un autocarro e poi scomparire in un nuvolo di polvere. L'ultima sua visione e' stata quella di una mano che, a fatica, si protendeva verso di noi nel gesto del saluto - forse sara' stata nostra impressione del momento - tentava di aggrapparsi ad una speranza svanita ormai, e cercava di cacciare lontano una visione di morte...
E l'ultima nostra impressione fisica sono state le lacrime cadenti dai nostri occhi. Nostra e di tanti quest'ultima impressione, giacche' stasera, in piu' di una tenda, non si e' cantato, non si e' fatta festa, ma ripensando al partente si sono piante lacrime di sincero dolore. Quelle lacrime, che se anche non sgorgano dalle pupille, brillano sempre negli occhi di chi ha un'anima e un cuore.

Dino Corsi

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domenica 14 ottobre 2012




Il Telegrafo del 24 ottobre 1937 - Dal verde dei Colli Senesi all'azzurro del Mare Nostro


Dino Corsi, caro e generoso camerata, riprende su queste colonne la sua collaborazione di legionario intrepido. Il pubblico della nostra cronaca che lo ha seguito durante le sue belle corrispondenze dal teatro della guerra italo-etiopica, avra' ancora una volta modo di apprezzare il suo stile vigoroso e l'appassionato slancio di questo senese di buon sangue.



                                                        Dino Corsi  
  Foto: Collezione privata  Panichi                                                             





In navigazione, ottobre.
Confusa con le prime ombre della notte nascente, abbiam veduta Siena la sera della nostra partenza da Montalcino. L'abbiamo salutata, la nostra citta', cantando le canzoni dell'amore e dell'attaccamento ad essa. Lontana, Siena bella ha risposto al nostro saluto accendendo i suoi lumi, che, cosi' lontani, ci sono sembrati fiaccolate festanti.
Poi, in un nembo di polvere, la colonna e' partita; Siena, lontana sempre piu', e' scomparsa ai nostri sguardi e, forse, nella sua placida beatitudine, si e' addormentata senza un pensiero per tanti dei suoi figli portati verso l'ignoto.
Ma in molte case, in varii palazzi, animi buoni di gente del nostro popolo hanno, nell'ora del crepuscolo precursore la grande avventura, avuto fremiti di orgoglio per i cari partenti e piu' di una bocca ha sussurrato a fior di labbra una ardente e invocante preghiera. A questa gente - famigliari, amici, camerati di tutte le epoche guerriere e rivoluzionarie, alla parte buona, sana, fascista realmente, insomma, del nostro popolo - giunga oggi, dall'immensita' dell'azzurro Mediterraneo, il saluto commosso dei legionari della "Valanga".
E vada il fremente saluto delle camicie nere senesi alla gentile Montalcino, alla entusiasta Torrenieri - ove abbiamo vissuto le ore indimenticabili precedenti la definitiva partenza dal territorio senese - a tutti gli abitanti i paesi della provincia, che ci hanno salutato al nostro passaggio, ed infine, ai Gerarchi cittadini, venuti, con gentile pensiero, a porgerci l'augurio cameratesco e l'arrivederci fraterno.

Torrenieri - Napoli - Cagliari

Una corsa veloce nella notte: allegria nelle tradotte, giocondo echeggiare di cantate, libazioni piu' o meno moderate, spensieratezza, letizia, menefreghismo generale. E Napoli e' raggiunta in un balzo, quasi senza avvedersene. Poche ore di sosta nel porto, poi l'imbarco e la partenza.
S.E. Russo ci porta il saluto del Duce, un gruppo di fedeli amici e camerati senesi quello di Siena, ora piu' che mai nostra, ora piu' che sempre bella.
Salpiamo. E nel solatio pomeriggio autunnale il golfo incantato ci libera dal suo ardente, liquido, luminoso abbraccio.
Prendiamo contatto con la vita di bordo. Gli esperti - i reduci, cioe', dell'A.O.I. e dell'O.M.S. - fanno da maestri ai novellini. E' una gara di insegnamento e di volonta' di apprendere. Prima di notte tutto e' in ordine nel piroscafo che ci ospita. Ognuno ha preso possesso della cabina, della cuccetta, delle stoviglie per il rancio e di quant'altro forma l'alloggio e il corredo del soldato a bordo.
Dopo il rancio la truppa si riversa sui ponti e nei corridoi. Ognuno dei battaglioni, componenti l'umano, virile, entusiasta carico del piroscafo, ha gia' il suo luogo di riunione. E ci ritroviamo, noi della "Valanga", ci stringiamo intorno ai nostri comandanti e tutti - di Siena o di Poggibonsi, di Colle o di Abbadia, di Torrenieri o di Montepulciano, di San Gemignano o di Chiusi - facciamo cio' che fanno sempre i senesi, specialmente i soldati senesi: cantiamo.
E cantiamo quella strofetta, assurda, se si vuole nella sua prima parte, ma tanto bella per noi, che e' un inno di amore alla citta' dei sogni:
"Nella Piazza del Campo ci nasce la verbena
"Viva la nostra Siena, viva la nostra Siena..."
Data la stura alle canzoni, non si finirebbe piu' se la stanchezza del viaggio e il peso di una notte bianca non portassero a piu' miti consigli. E si va a riposare.
La nuova alba sorge che gia' in lontananza si profilano le montagne della forte Sardegna. Giungiamo a Cagliari poco dopo mezzogiorno. Abbiamo costeggiato per piu' ore l'isola degli eroi e, entrando in porto, ci si rivela davanti in tutta la sua grandezza l'animo di queste oscure genti sarde, tanto fedeli, tanto amorosamente, quasi fanaticamente attaccate alla Patria.
Imbarcano i camerati del battaglione cagliaritano. E tutto il popolo e' sul molo a salutare i suoi figli. Mai ai nostri occhi tanta manifestazione di entusiasmo, mai - nemmeno nelle giornate della vigilia imperiale e in quelle che seguirono la conquista - la folla ci aveva cosi' impressionato, cosi' strette nelle spire dell'ardente patriottismo; mai, insomma, una partenza o un arrivo ci avevano fatto fremere di emozione come frememmo nel porto di Cagliari, nell'assistere all'imbarco delle camicie nere sarde.
Dal ponte del piroscafo, mentre presi dall'entusiasmo osservavamo le scene, realmente indescrivibili, che si svolgevano sotto i nostri occhi attoniti, ripensavamo alla nostra oscura, silente partenza da Siena. Ed una fitta ci colpi' al cuore. Soffrimmo. Non per noi - che non cerchiamo onori - ma per Siena che, in un mattino di settembre sembro' aver obliato tutte le sue tradizioni di gentilezza ed amore...


                                                                                 
La Motonave Sardegna
Costruita a Brema nel 1923, venne acquisita dalla Societa' Italia nel 1935 ed utilizzata per il trasporto truppe per la Spagna e l'A.O.I.







Sul Mare Nostro
Lasciata la Sardegna, fu una delusione. Senza dirlo, senza rivelarlo, ognuno di noi intuiva nell'animo una grande speranza. Ciascuno si era tracciata per il viaggio una rotta ideale e tutte le rotte convergevano alla stessa meta.
Il desiderio di combattere, di vendicare i camerati caduti, di debellare il nemico del Fascismo, ci faceva volgere gli sguardi verso ovest... Invece - gli ordini non si discutono - la rotta fu un'altra. Un momento, pochi momenti di sbigottimento, un rimpianto e poi l'adattamento all'esigenza, la rassegnazione e, lentamente, il rifiorire di nuove speranze, la rivelazione di altri desideri.
Ci e' stato detto che qualunque sia la destinazione il compito nostro sara' duro. Cio e' quello che piu' preme. La "Valanga" e' pronta a tutto, non chiede altro e di meglio che dimostrare con i fatti la sua capacita' di adattamento a tutte le esigenze. E domani - lo sentiamo - sapra' far parlare di se'.
Lasciata alle spalle, con le prime speranze, la terra che tanto sognavamo poter calpestare, navighiamo sul Mediterraneo. Una festa di sole e di azzurro ci rallegra il viaggio.
A bordo tutto fila alla perfezione. Buon umore e salute non mancano a nessuno, l'allegria ci e' indivisibile compagna, le fede non ci abbandona ma si rafforza invece con il nostro piu' allontanarsi dal suolo della Patria.
E si naviga, legione della speranza, verso l'ignoto avvenire. Si naviga, nel mare imperiale, verso quei lidi che vedranno le nere formazioni volontarie, marciare impavide, superare ogni ostacolo e vincere tutti i nemici.
Il gagliardetto del battaglione, baciato dal sole, sventola a prua. E' una fiamma che illumina i cuori, che li riscalda, che li eccita. E la sacra fiamma, sempre piu' ardente, sventolera' domani, alla brezza della vittoria, per dimostrare ancora una volta che i figli della "Balzana" sanno tirare dritto.

Dino Corsi


                                                 Foto Collezione privata Panichi




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