lunedì 18 luglio 2016

Le corrispondenze di Dino Corsi

Fronte Russo: 1942



Il Telegrafo del 21 luglio 1942
Con un battaglione "M" verso il fronte russo (I parte)

Dal nostro collaboratore Dino Corsi oeprante con un Battaglione M sul fronte russo riceviamo una serie di impressioni di viaggio attraverso l'Europa che rivelano da quale fede e da quanto entusiasmo siano animati i legionari per il compimento del loro dovere verso la Patria.

Dal fronte russo, luglio
Dopo giorni e settimane di or lento or veloce andare attraverso paesi, regioni e Stati d'Europa, la tradotta ci ha fatta raggiungere la destinazione da tanto sognata. Fermi nelle immediate retrovie del fronte russo, che sarà ben presto il fronte della vittoria, in attesa di prendere posto sugli automezzi che ci porteranno al posto di combattimento, riassumiamo brevemente le impressioni salienti di un viaggio che, effettuato negli attuali momenti ed in circostanze tanto entusiasmanti, acquista una suo valore e significato particolari, per nulla simili a quelli di comuni viaggi d'altri tempi; più comodi, assai più comodi se si vuole, ma tanto meno belli e suscitatori di emozioni e commozioni.
Partito dalla sua ultima sede piemontese, il Battaglione "M" al quale abbiamo la fortuna di appartenere, si ebbe il generoso, entusiata, fraterno saluto di paesi e delle città italiane attraversate fino al suo giungere alla frontiera del Brennero. E lassù, sulle alpi dal puro candido di cime nevose l'arrivederci cordiale e l'augurio, auspicio di vittoria, della Patria simboleggiata dal Tricolore ondegggiante alle prime brezze del mattino e dai giiosi suoni degli ottoni dei camerati legionari della confinaria. Poi la corsa oltre il divino suolo d'Italia, il vero inizio del viaggio verso il naturale campo d'azione dei battaglioni "M": il fronte russo. Laddove, vittoriosa, continua la marcia trionfale iniziatasi in un lontano nel tempo quanto vicino nei cuori Ottobre rivoluzionario.
Dire l'emozione, il patema d'animo, il turbine dei pensieri ed il lavorio delle pupille nell'atto di lasciare, forse per sempre, il Paese del sole, il nostro benedetto Paese, è cosa un pò difficile. Mai, al momento di lasciare l'Italia, provammo ciò che sentimmo lassù al brennerp in quel primo mattino di questa estate opima di fortuna patria quanto di dorate messi. Piangemmo noi? Piansero i nostri camerati? Non sappiamo. Ma se lacrime vi furono, furono - si scusi il paragone - le lacrime della novella sposa che lascia la casa avita per andare verso la tanto sospirata felicità.

.......


Il Tirolo ci venne incontro con una festa di luci, colori e caratteristici costumi. Fummo colpiti dall'ordine perfetto, disciplina e pulizia di ogni abitato, borgata, paese, città. Impressione questa che permarrà in noi, per tutta la durata del viaggio in Germania.E sempre, durante questo periodo, avemmo sotto gli occhi le prove evidenti di un'organizzazione interna che può ben dirsi perfetta.
Dilungarci in particolari sulla Nazione amica non è nelle nostre possibilità; la rapida corsa attraverso il territorio tedesco ha però concesso - ed ha concesso a tutti quelli che come noi si sono protesi per ore e per giorni oltre l'apertura della tradotta a mangiarsi con gli occhi tutti i particolari afferrabili - di valutare la potenza del fronte interno germanico.
Ovunque si lavora. E tutti lavorano, uomini e donne. Gli sfaccendati per le vie non esistono; durante la giornata le strade di ogni piccolo o grande centro appaiono semideserte; la gente, tutta la gente, è al lavoro per la guerra vittoriosa. Nei campi, nelle officine, nelle case, negli uffici.
Nei campi è un fervore operoso caratterizzato dai canti delle donne e dei fanciulli, che compongono la quasi totalità dell'esercito della terra in sostituzione degli uomini che fan forti le Armate; nelle officine, in quei mastodontici cantieri che impressionano colla loro mole e assordiscono coi mille rumori si forgiano i mezzi per la vittoria e con serietà, fede e volontà acciaiata si combatte una delle più dure ed utili battaglie; nelle case, donne - le poche indispensabili al buon andamento della famiglia, giacchè la quasi maggioranza sono un pò ovunque impegnate, in vece dei maschi - si prodigano in mille modi per rendersi ancora più utili alla Patria e rubano minuti ed ore alle faccende domestiche per contribuire, più o meno efficacemente, al potenziamento della Nazione. Negli uffici, che non abbiamo visitato ma soltanto intravisti, immaginiamo una grande centrale di intelligenza, che coordina, predispone e dirige.
Su tutto questo, su questa alacre quanto diciplinata attività, le'ntusiasmo più genuino, la certezza nel trionfo finale, la cieca fiducia nel grande Capo. Tutto, in Germania, parla della guerra, perchè per la guerra e solo per questa, oggi là si vive. Bocche che si schiudono nel sorriso o si aprono in un canto, occhi che brillano, braccia che si stendono nel romano segno di saluto: questo per gli uomini.
Ed anche le cose sembrano sentire la grandezza del momento presente; i campi dan prodotti abbondanti, le fabbriche moltiplicano la produzione, i treno corrono più veloci e tutto, dal casolare di campagna al palazzo della gran città, dai boschi di abeti ai fiumi, dalle levigate strade agli storici monumenti, tutto par soffuso di un calore festoso. Ovunque; da ovunque par di sentire dire, ripetere, gridare con gioiosa fermezza: Vinceremo! Vinceranno la Germania e l'Italia!
L'Italia, per i tedeschi, non è l'alleata; è la nazione sorella; i soldati italiani, - le Camicie nere in special modo - sono gli idoli del popolo amico. Da Norimberga, la nostra tradotta, durante una lunga sosta, è stata ssalita dall'entusiasmo popolare, che ha voluto gridare ai soldati di Mussolini l'onore delle genti d'Oltralpe. Descrivere quelle ore è impossibile, dire soltanto in minima parte degli episodi di gentilezza e delle prove di affetto è impresa da titani. Se non temessimo di offendere la proverbiale serietà dei germanici, diciamo addirittura che nei pressi della stazione, la storica città sia impazzita. Proprio così: impazzita. Come Siena nei giorni del Palio.
Dappertutto, però, come a Norimberga. Più o meno, a seconda della durata della sosta. E dappertutto noi piccoli uomini, investiti dal grande onore di portare il nome d'Italia per le vie del Mondo, sentiamo pulsare vicino a quello di Roma il cuore di Berlino, confusa alla nostra anime di italiani sentiamo quella degli uomini e delle donne del Fuhrer, nei nostri spiriti ardenti di soldati sentiamo alitare lo spirito dei camerati tedeschi. E fummo contenti. Per noi si, ma maggiormente per la Patria amata alla quale dobbiamo la riconoscenza senza limiti per averci dato la gioia e l'orgoglio di essere italiani; uomini cioè che nel nome del Duce vanno per il mondo a farsi amare, a combattere e a vincere.
.......


A notte inoltrata varcammo quella che fu la frontiera tedesco- polacca. Nessun segno del passaggio dall'una all'altra terra, nessuna saliente particolarità stava a dimostrare la non indifferente variante. Soltanto a giorno pieno avemmo la sensazione del cambiamento, lo stesso panorama - pianure, campi di segale e patate, boschi folti di abeti - lo stesso ordine, la stessa disciplina, ma altri volti, altri idiomi, freddeza e diciamolo pure, un non so che di tristezza che ci colpì.
Tracce della guerra lampo - se si eccettuano le ferite ancor vive nell'agglomerato di Varsavia - pochissime ed insignificanti. La popolazione ha sentita gravare su di se la dura mano della sorte per essa voluta da governanti inetti quanto vanagloriosi. Risvegliatasi bruscamente al rombar delle cannonate, la Nazione polacca vide interrotto ancor più bruscamente il suo ambizioso sogno di conquista; e tutt'oggi è pervasa dal malessere cagionato dal non grato risveglio. Ma inquadrata mirabilmente ed umanamente diretta da un saggio vincitore, la Polonia rivive e lavora; e lavorando ripara in parte al mal fatto e va pian piano rendendosi degna della nuova Europa.
Man mano che ci allontaniamo dalla Germania l'aspetto esteriore del paese cambia. E cambia in peggio. Le strade asfaltate divengono rare, l'ordine edilizio è trascurato, le campagne, pur razionalmente coltivate, lasciano intravedere l'incuria se non addirittura l'abbandono del passato. Sembra, avvicinandosi alla Russia, di assistere al prologo della ttragedia che tra non molto saremo chiamati a vedere.
Pur sempre peggiorando le condizioni di vivibilità, di urabnistica ed agricole, inoltrandoci nella parte della Polonia che vide per quasi un anno il dominio di Mosca, assistiamo al rifiorire della vita morale. In queste regioni, che sentirono il radente taglio della falce e i duri colpi del martello, la gente è contenta, allegra, e dimostra come può la sua felicità per l'avvenuta liberazione dal giogo staliniano. E qua, dove ancora il ricordo della guerra è vivissimo, dove traccie di battaglie si possono osservare ovunque, dove più che altrove la terra sanguina, è qua che il popolo fa festa al nostro passaggio; perchè vede in noi gli amici dei suoi liberatori ed i nemici del suo secolare oppressore.

(continua)

Dino Corsi 

Le corrispondenze di Dino Corsi

Campo di addestramento "M" 1941/1942

Il Telegrafo del 2 novembre 1941
Vigilia di ardimenti

Da un campo "M", ottobre
Al Centro Controllo, ove ci presentammo giorni or sono per l'esame psico-morale, avemmo la prima impressione di essere dei privilegiati, dei favoriti dalla sorte e pensammo, in piena sincerità, che talvolta la più umile offerta riceve la più grande degnazione.
Al Centro Controllo, punto di partenza di ogni legionaria volontaristica aspirazione, i corpi e gli spiriti, sottoposti a scrupoloso esame, ricevono conferma della loro capacità a servire la Patria in armi nei ranghi di quella perfetta unità guerriera che sono i battaglioni "M", i reparti del Duce. Ed il superare il severo e scrupoloso controllo, l'aver conferma delle qualità che ognuno accesamente anelava, in sè, è cosa che procura gioia immensa e causa di legittimo orgoglio.
Studenti davanti agli esaminatori, non tremavamo come tremammo ieri nel comparire di fronte al Centurione medico che sottopose, più del nostro corpo, il nostro morale ad un esame scruploso e severo.
Dopo la visita medica, quando già il grigio-verde fresco, fresco di magazzino, era tornato a coprire le nostre membra rivelatesi ancora perfette, il medico, vecchio legionario dal petto azzurrato dai segni del valore e portante sulla divisa militare il vermiglio della volontà squadrista, rivolse ai neofiti quelle domande che costituiscono il più sicuro banco di prova per ogni uomo, degno di essere e di sentirsi tale nell'attuale clima guerriero.
- Pronto a tutto?
- Proprio a tutto?
- Sempre?
- Anche a rischio della vita?
- In Patria, lontanto, oggi, domani?
Una sola risposta: Signorsì!
Poche righe, velocemente tracciate da mano decisa sulla cartella personale dell'esaminando, poi, come un premio, come una promessa di ogni personale soddisfazione, la frase tanto attesa: "assegnato ai battaglioni M"
Battaglioni "M"! Camicie e fiamme nere della nostra passione rivoluzionaria guerriera! Milizia audace di tutte le guerre della Patria rinnovellata!...Ma in più, l'inenarrabile orgoglio, l'emme mussoliana sulle mostrine: quella sigla del color di sangue che, vicina, vicinissima, ai nostri colli, è come l'abbraccio del Capo che ci stringe in un paterno amplesso per dirci il Suo amore, la Sua fiducia in noi, la Sua certezza nella vittoria.
Ed i legionari del Duce, gli arditi dalla "M" sanguigna degni dell'amore del Condottiero e della sua fiducia: e per lui e con lui faremo della Vittoria certezza.

.......


Al campo legionario la vita è fervida. Immenso paese di tende mimetizzate sorgente nei pressi di una lussureggiante pineta che si estende, lungo la costa del Tirreno, l'accampamento del battaglione "M" è una fucina di operosa attività ed una scuola di fede fascista e guerriera.
Trentini, triestini, abruzzesi, umbri e toscani, in un gara di entusiasmo, si prodigano incessantemente a superarsi per sempre più e sempre meglio renersi degni della fiducia in loro riposta, per giustamente potersi fregiare del distintivo di onore mussoliano.
Noi, giunti da poco sul campo, novizi in questa scuola di lavoro e di ardimento, beviamo la linfa della bellezza italica che da ovunque straripa, respiriamo a pieni polmoni l'ossigeno che è fede emanante da ogni tenda e ci sentiamo pervasi da una gioia tanto grande, da un senso di intima soddisfazione e da riconoscenza profonda cerso il Capo che la penna non può dire.
Come sempre, come in tutte le nostre giornate di vita militare e guerriera, in questo campo che è l'espressione più vivida dello spirito legionario, abbiamo, in seno alla grande, simboleggiata dal battaglione, una piccola famiglia: la tenda. E questo piccolo nostro agglomerato familiare di cuori e di spiriti è quanto di meglio potessimo desiderare: tre triestini; una triade di figli della città che soffuse di grandezza eroica i sogni della nostra infanzia, che fece palpitare di amor patrio i nostri cuori infantili, che, bambini, ci fece comprendere la bellezza del sacrificio a pro di ogni idea che avesse per base la libertà e la giustizia.
Tre "matt", questi triestini, che fanno pensare a quanto e come la italianissima città sia sempre stata unita alla Patria; tre ragazzi che incantano con la loro suggestiva pronunzia gli ascoltatori; che si fanno amare e stimare attraverso la serietà dell'attuale comportamento e la fede, permeata da disciplina, che traspare da ogni loro atto; tre legionari che, nella loro Trieste, onorano l'Italia tutta.
Gli altri della famigliola, oltre a chi scrive, sono toscani. Un pistoiese di Monsummano ed un senese di Castelnuovo. vecchi legionari, camicie nere pronto a tutto dare. Questa è la nostra tenda.
Ma al di là vi è il campo. Quel campo circoscritto da un limite metrico, ma senza limiti ideali, giacchè la volontà che crea l'atmosfera dell'accampamento supera ogni materiale barriera per dilagare lontano e raggiungere, sulle fronti di guerra, i camerati che lottano e muoiono, quei camerati che i legionari dei battaglioni "M" raggiungeranno domani sul campo del dovere e seguiranno nei cieli della gloria eterna.
Oggi - 28 ottobre - il Comandante del Campo ha parlato ai legionari. Poche parole, sintesi perfetta del travaglio rivoluzionario che, sorto dall'analito irredentista, si afferma oggi attraverso l'ampio respiro guerriero.
Di fronte al Comandante - squadrista e combattente - i militi hanno gridato la loro fede e ripetuta, con le note della canzone della giovinezza eterna, la promessa di tutto osare, dopo aver tutto offerto, per la vittoria immancabile.
Gli arditi del battaglione mussoliniano, l'avanguardia acclarata della Rivoluzione, attendono con ansia il giorno in cui il Duce consegnerà loro la fiamma nera di combattimento: viatico per la battaglia e per la vittoria.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 21 giugno 1942
"Noi la morte l'abbiam vista con due bombe e in bocca un fior"

Il verso dell'inno guerriero, che abbiam posto a cappello di questo nostro pezzo, è un pò la vivida espressione dell'animo dei legionari che formano la sceltissima - nel campo dell'addestramento e della volontà combattiva - unità d'assalto fregiata dal segno onorifico della "M" mussoliniana.
La morte, intesa e compresa nel senso dell'offerta più sublime alla Patria, è stata vista da tutti gli arditi che oggi, volontariamente, son pronti a prestar fede alla parola data, dimostrando che non retorica, ma consapevolezza della singola forza, sia materiale che spirituale, anima la loro volontà e fa di essi i privilegiati della sorte.
Tutti, nei battaglioni "M", han vista la morte. C'è, tra noi, chi la conobbe in lontanissimi, quanto simbolicamente vicini, giorni nelle doline del Carso e nelle sponde del Piave, altri - la maggioranza - ebbero di essa morte la visione sulle ambe africane e lungo le carrettere in terra spagnola; i privilegiati, già reduci di una, due o più guerre, possono narrare dei loro appuntamenti colla scheletrica sorella sulle sabbie marmariche, tra le nevi dell'inverno greco, sulle alpi del fronte occidentale o quelle del fronte Giulio.
Tutti, i legionari "M", han vista la morte. E l'han vista danzare colle due bombe strette nei pugni - espressione di forza - e coi denti serrati sullo stelo di un fiore, simboleggiante, colla vitalità di nostra terra, l'eterna Primavera della giovinezza italica.
Abbiam parlato di morte, ma giova dire che l'inno legionario comporta, tra gli altri, un verso, questo: "Battaglioni della vita..." E sono, e saranno, i battaglioni "M", un inno alla vita; alla vita che può trovare il suo compendio nella morte gloriosa, ma che sempre saprà dire coi fatti cosa possa la fede unita all'ardimento. E sulla morte trionferà la vita: quella eterna dello spirito eroico.
......


Otto mesi, otto lunghissimi mesi, sono trascorsi da quando, reduci dal fronte balcanico, avemmo la lieta ventura e la grande fortuna di essere incorporati in uno di questi Battaglioni destinati a dimostrare al Mondo tutta la tempra di quella Milizia eroica che è guardia e vessillifera della rivoluzione dei giusti, dei forti e dei buoni.
Per otto mesi, quasi ogni giorno, i battaglioni han mosro il freno. Gente nata e tagliata per la guerra, uomini di ogni età e posizione sociale protesasi nell'offerta di loro stessi alla Causa santa, hanno dovuto subire - diciamo subire - il martirio dell'attesa. Duecentoquaranta giorni di istruzioni, esercitazioni, tattiche, manovre...tanti e tanti mesi di dura attesa, alleviati soltanto dalla permanenza romana, ove la quasi continua visione del Duce premiò l'attesa e l'ansia di azione.
Dopo otto mesi è scoccata l'ora da tutti attesa, quella della partenza per il fronte di combattimento. QUal'è il fronte? Indovinatelo, lettori. Il più bello, il più duro, il più lontano, quello dove il Fascismo lotta e vincerà contro il nemico originario.
Chi scrive - ed i lettori ben lo conoscono - frena il suo entusiasmo. Ed infatti, come si potrebbe dire la gioia che in questi giorni pervade il cuore? Come dimostrare, soltanto a parole, l'esultanza dell'animo che vede avvicinarsi il momento tanto desiato della lotta?
Domani partiamo. Un treno lungo, un viaggio più lungo ancora ci attendono. Ma cosa ci attende, oltre questo viaggio? Cosa ci riserva la sorte? Tutto! Tutto ciò che di più bello la vita può donare ad un uomo: l'azione, il combattimento, la gioia di prodigarsi per la Patria, l'orgoglio di dare tutto alla vittoria. Così partiamo, così partono i legionari della "emme rossa e fiocco nero alla squadrista", così collo spirito della Rivoluzione, i Battaglioni del Duce vanno sulle vie del mondo per raggiungere e scavalcare l'ultima trincea avversaria.
.......


Ma cosa sono questi battaglioni? Cosa hanno di straordinario? - domanderà il lettore. Giusta la domanda e doverosa la risposta. Risposta che per prima vuol riferirsi alla seconda domanda - Non hanno nulla di straordinario questi battaglioni "M"; hanno soltanto l'ordinarietà di tutti coloro che son degni di chiamarsi italiani. Ed hanno cioè la dedizione alla Patria delle nostre donne e dei nostri fanciulli, hanno l'ardimento degli alpini della "Julia", lo spirito di sacrificio dei carabinieri di Cuolcaberi, l'irruenza dei motorizzati dell' "Ariete", il ferreo coraggio delle Camicie nere della "Tagliamento", l'ardimento imparagonabile degli aviatori e dei marinai d'Italia. Questo hanno di straordinario i battaglioni "M". Cioè nulla, se si considera la grandezza guerriera del nostro popolo.
E cosa sono? Cosa sono? Sono un amalgama perfetto di uomini, di corpi, di menti e di volontà che si accingono a combattere, forse a morire, ma comunque a vincere.
Nel nome del loro raggruppamento, nome che simboleggia una data sacra alla storia d'Italia: "23 Marzo", i legionari "M" che oggi si accingono a marciare verso il nemico peggiore, hanno l'incentivo a combattere e a vincere.Le fiamme che arsero dai cuori ribelli e santi dei sansepolcristi sono le stesse che oggi, nobiilitate dalla sigla del Condottiero, rosseggiano sulle schiere legionarie e divamperanno domani laddove li attende da Roma il verbo del bene e della civiltà.
Questi battaglioni, gli "M", "dalla morte creati per la vita", vivranno oltre la morte per vincere e redimere.
Nessun premio aspettano i legionari. Nessuno. Perchè il più bello, il più ambito, il più desiato è già stato consegnato. Si parte per il fronte. E per chi, durante otto lunghissimi mesi di dura preparazione, ha subito ed apprezzato il peso dell'attesa, non c'è premio migliore della Guerra, la vera Guerra, la bella Guerra, che da gioia con i suoi sacrifici ed entusiasmo coi suoi pericoli.
Partiamo. E partendo non possiamo dimenticare chi lontano ci pensa, e forse, ci piange. A tutti - e son molti quei che leggeranno ad avere congiunti nelle belle schiere della "23 Marzo" - ricordiamo una cosa, una cosa in se grande, infinita: "Quando alla Patria si è dato tutto, non si è dato abbastanza". Noi diamo le nostre forze; voi madri, spose e figli che attendete, date la speranza, date la fede, date la certezza della vittoria.
Nessun pianto accompagni la nostra partenza. Si piange chi soffre. Ed il legionari "M" non soffriranno mai, perchè, anche nell'istante supremo, avranno sulle labbra il sorriso dei forti, quel sorriso che sarà il fiore più bello che mai bocca abbia stretto.

Dino Corsi

mercoledì 11 maggio 2016

U.N.I.R.R. 




Negli ultimi giorni, tramite la pagina facebook dell'UNIRR e grazie soprattutto alla disponibilità e alla gentilezza della sig.ra Patrizia Marchesini, risulterebbe che per l'UNIRR Dino Corsi non facesse parte del Gruppo Battaglioni CC.NN Tagliamento, nell'elenco caduti e dispersi risulterebbe assegnato al XLI Battaglione Armi Accompagnamento del Gruppo Battaglioni Scrivia, che era schierato nel settore della Divisione Ravenna (II Corpo d'Armata) il Gruppo Battaglioni Valle Scrivia , insieme al Gruppo battaglioni leonessa, costituiva il raggruppamento CC.NN "23 Marzo", alle dipendenze dirette del già menzionato II Corpo d'Armata. a questo punto si rende indispensabile reperire il foglio matricolare per meglio definire l'assegnazione e gli ultimi giorni di Dino, ma se veramente fosse questo il suo raggruppamento, ci rende l'idea del momento e della situazione vissuta da Dino e dai suoi Camerati questo resoconto tratto da www.regioesercito.it :




"Il 10 settembre il gruppo tattico del V Battaglione si spostava da Gadjutschje a Pereschtschepnyi, anch'esso come riserva della Divisione «Ravenna».
In quel giorno il Comandante del II C.A. stabiliva che i gruppi tattici costituiti con i reparti dei Gruppi CC.NN. «Valle Scrivia» e «Leonessa» assumessero le seguenti denominazioni:
  • Valle Scrivia I:
    • V Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XLI Battaglione CC.NN. A.A.:
  • Valle Scrivia Il:
  • Comando del Gruppo «Valle Scrivia»,
    • XXXIV Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XLI Battaglione CC.NN. A.A.;
  • Leonessa I:
    • XIV Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XXXVIII Battaglione CC.NN. A.A.
  • Leonessa II:
    • Comando del Gruppo «Leonessa»,
    • XV Battaglione CC.NN.,
    • mezza compagnia mortai da 81 mm
    • mezza compagnia pezzi da 47 del XXXV III Battaglione CC.NN. A.A."
questo per capire come erano organizzate Valle Scrivia e Leonessa, ma soprattutto  quello che segue per capire il giorno 19/12/1942 quello che deve essere stato....:



"I superstiti del «Leonessa», giunti a Zapkovo, trovano che forze sovietiche fin dalla notte sul 18, occupavano il paese. I legionari, frammisti coi tedeschi, vengono accerchiati e presi sotto intenso fuoco di fanteria. La lotta divampa a colpi di bombe a mano e di pugnale; i reparti tedeschi, autocarrati, riescono a disimpegnarsi, lasciando i circa trecento legionari del «Leonessa» a resistere ad oltranza4.

Il Gruppo «Leonessa » è ridotto a poco più di 400 uomini, sui 1.792 che erano partiti.

A Mitrofanowka è presente il comando del Raggruppamento «23 Marzo», convocatovi dal comandante del II C.A. Questi, al mattino del 18 dicembre, invia il Luogotenente Generale Martinesi a Kantemirowka, affinché collabori al riordinamento delle unità confluitevi dal Don. Egli constata le condizioni di spossatezza fisica e di depressione morale di quegli uomini che, dall'11-12 dicembre, non avevano più smesso di combattere e di marciare in quel clima.

L'improvvisa puntata su Kantemirowka, compiuta il 19 dicembre da mezzi corazzati sovietici, peggiorò la situazione di quegli uomini ed il Generale Martinesi con gli ufficiali del suo comando continuò la sua opera di collaborazione, spostandosi a Belowodsk ed il 21 dicembre trasferendosi a Woroschilowgrad, dove si ricongiungeva con i superstiti del Raggruppamento, già schierati sul Donez a difesa del ponte di Wesselaja Gora.
A quel momento il totale dei superstiti presenti del «23 Marzo» constava di 1.536 combattenti, dei quali molti feriti leggeri ed altri congelati di 1°, di 2° e di 3° grado non ancora spedalizzati. Le perdite, 1.792 in totale, erano state di 125 caduti (19 ufficiali), 389 feriti (23 ufficiali), 1.328 dispersi (26 ufficiali), 19 congelati (1 ufficiale). I dispersi erano stati, per la più gran parte, veduti cadere in combattimento, ma non era stato possibile accertare il decesso secondo le norme di legge."





Ricordi d'Africa.......


Un disegno/dipinto che Dino Corsi inviò alla famiglia dall'Africa, un disegno come scritto nella dedica "trovato nell'ingresso di una capanna".....


venerdì 22 maggio 2015

                    Tornando al 1937.......

Rivoluzione Fascista - Foglio d'ordini della Federazione senese dei Fasci di combattimento del 21 novembre 1937
Nel I anniversario della scomparsa di Vittorio Leoncini. Un fortino in terra Imperiale intitolato al nome del glorioso caduto

Gondar, novembre
Ricorre in questi giorni l'anniversario della morte di Vittorio Leoncini, deceduto a Siena in seguito a grave malattia contratta in Africa Orientale durante le operazioni che portarono alla conquista dell'Impero.
Il ricordo di Vittorio - che ci fu amico, compagno di fede e camerata carissimo - e' vivo in noi come lo e' in coloro che conobbero, amarono e salutarono il Martire oscuro, che tutto se stesso sacrifico' alla Patria e al Fascismo.
Appartenente al primo nucleo di avanguardisti senesi, Vittorio Leoncini, a soli 14 anni, partecipo' alla mobilitazione per la Marcia su Roma e, sempre, prima e dopo il trionfo della Rivoluzione, porto' nel Movimento rigeneratore il valido contributo della sua fede inestinguibile, della sua ardente vitalita' e della sua vibrante giovinezza.
In una torbida giornata, Vittorio - unitamente ad un altro glorioso caduto in A.O.: Danilo Giachetti - dono' alla Patria il contrinuto del proprio sangue.
Uno contro venti, una sparuta pattuglia di squadristi affrontava nei Pispini una massa di energumeni e li sgominava. Vittorio era tra i piu' audaci. E qui si ebbe quella ferita della quale semre ando' orgoglioso.
Ai primi cenni di mobilitazione per la campagna africana, Egli si arruolo' nella I Divisione Camicie Nere "23 Marzo".
Malgrado le sue precarie condizioni di salute, il Leoncini volle e seppe adempiere le dure fatiche del campo e quelle durissime dei primi mesi di operazioni.
Proposto piu' di una volta per la smobilitazione, tanto' insistette preso i comandi per rimanere al posto del dovere.
Sofferente sempre, di tanto in tanto fatto segno degli attacchi del morbo che minava la sua non forte fibra, fu esempio a tutti di elevati sentimenti fascisti, di spirito di abnegazione e di sacrificio.
Vinto, infine, dal male che non perdona, fu costretto al rimpatrio. E piangendo se ne parti' da Macalle', due mesi dopo la conquista di questa citta'.
A suo tempo scrivemmo di Lui, della sua opera in A.O. e del forzato ritorno in Patria. Scrivemmo, dopo averlo accompagnato all'autoambulanza, dopo averlo abbracciato e dopo aver confuse le nostre lacrime con le sue.
Non dovevamo piu' rivederlo, povero Vittorio!
Le Sue lettere - piene di rimpianto e sature di entusiasmo - ci ciunsero alcuni da questo Ospedale e da quella casa di cura. Poi la notizia ferale: Vittorio non e' piu'.
Ad Ualdia fu una giornata di lutto. la "tenda Rino Daus" ammaino' la sua fiamma di combattimento e tante Camicie Nere - sempre forti di uomini, di soldati e di combattenti - piansero come fanciulli.
Vittorio era scomparso. Il Martire oscuro, che tanto aveva sognato la bella morte in combattimento, era stato vittima della tragica beffa del destino, che lo volle morto in una corsia d'ospedale.
Povero, caro Vittorio!
Oggi Egli rivive. Rivive in quelle terre che furono testimoni del suo ineguagliabile sacrificio: rivive, merce' il culto che della di Lui memoria hanno i vecchi compagni d'armi. In un'opera di guerra, in un fortino che si intitola al Suo nome.
Un plotone della 2.a compagnia del 97.o Battaglione CC.NN. al comando di un ufficiale che fu amico e camerata dello Scomparso, ha eretto le solide mura che, ad ovest di Gondar, dall'alto di un colle, cingono un campo e dominano la valle. Ed hanno voluto, le Camicie Nere, che la loro fatica avesse un nome, che a ricordo della loro opera rimanesse nel tempo e si perpetrasse la memoria di Colui che giovinezza e vita sacrifico' al Fascismo e all'Impero.
Il "Fortino Vittorio Leoncini", da dove scriviamo, e' quindi stato battezzato dai Legionari senesi con il nome di un senese, di uno dei piu' bravi, piu' meritevoli senesi.
E questo nome, caro ai nostri cuori, dato ad un'opera di guerra e' come un simbolo sacro. Sembra che fra le mura della fortificazione aleggi l'anima di guarra di Vittorio: sembra che l'Eroe sia presente tra noi per indicarci con il Suo esempio e per riscaldarci alla fiamma della Sua fede.
A sera, quando le tenebre ci avvincono, pare che una luce brilli nel forte ad illuminarci e proteggerci. e' Lui, e' Vittorio, che di lassu' ci guarda coi suoi occhi fiammeggianti. E' Lui - il Nostro Martire - e non e' il ruscello scorrente a valle - che ci culla con un mormorio sommesso e commovente che ci dice continuo:
Presente...Presente...Presente

Dino Corsi


Il Telegrafo del 17 luglio 1941
Giornate di guerra dei legionari senesi dal fronte giulio

Il motto degli avi che in Montalcino tennero alte le insegne della repubblica ghibellina e della patria libertà, quel motto che le donne senesi scrissero a lettere d'oro sulla nera fiamma di combattimento da loro offerta ai legionari nella primaverile mattinata di un'artdente vigilia guerriera, la frase che simboleggia il valore delle nostre genti è stata per mesi e mesi, è e sarà sempre l'espressione viva delle virtù militari dell'unità volontaria che dalla città lupata è espressione di forza e di volontà combattiva.
"A non piegar l'insegna Siena insegna". Il motto, divenuto il credo dei legionari, si è affermato in tutta la sua grandiosità. L'insegna non si è piegata; e l'insegnamento della terra madre è sttao appreso ed applicato dai figli soldati.
I legionari del 97.o, inquadrati nei ranghi della "Ardita ed ardente" Divisione "Bergamo", hanno vissute da attori le fulgide giornate della breve campagna sul fronte giulio. Han dato, le camicie nere senesi, il loro modesto quanto valido contributo alla redenzione della Dalmazia. Prima, durante e dopo il combattimento, nelle opere di guerra e di pace, sempre a nessuno secondi, i figli di Siena han mantenute tutte le promesse, realizzate tutte le speranze e, servendo con dedizione assoluta la Patria, onorata la città nostra e tenuta alta l'insegna della loro fede fascista, della loro passione italica e del loro ardore glorioso.
Noi che avemmo la ventura grande di appartenere ai quadrati reparti degli "assaltatori" senesi, noi che questi reparti abbiam dovuti lasciare per servire altrove la Patria, noi che col pianto alla gola abbiam preso commiato dalla falange dei fratelli legionari, noi oggi consideriamo che il miglior saluto nostro alla bella famiglia che ci ebbe fra i suoi figli sia quello di rievocare, seppur succintamente, la vita e le opere del Battaglione in guerra.

* * *


La Settimana Santa fu per i legionari senesi Settimana di Passione. Passione che tormentava gli animi e faceva palpitare celermente i cuori. 6,7,8,9...e via. Giornate di aprile. Primavera di guerra. Nella notte tra il 5 ed il 6 il primo ordine. Sotto il diluviar della pioggia, tra il brontolio dei tuoni e il saettar dei fulmini, i reparti lasciano i campi e gli accantonamenti per prender posizione sulla linea di confine.
Pattuglie di arditi, volontari tra i volontari, si spingono avanti a riconoscere il terreno. Piove a dirotto, il fondo è erto, sassoso e cosparso di roveti che formano un naturale sbarramento di reticolati nuovo genere; qua e là un precipizio, un pendio scosceso, mille ostacoli ovunque; e la notte è nera. Impossibilmente nera. Ma chi se ne frega! Ogni legionario ha nel cuore una fiamma che illumina la via; quante, quanta luce in quella notte di tempesta!
Le pattuglie giungono ovunque devono; i reparti si attestano sulle posizioni assegnate. Si scavano trincee e si costruiscono ripari e piazzole per le armi automatiche. Lo schieramento è difensivo e lo srà per alcuni giorni. Si lavora tra il fango, nell'ossessione delle tenebre più profonde; il vento eglido taglia le carni; il nevischio, che cade misto alla pioggia, acceca; no si vede ad un metro di distanza, ma si sente; si sente il picchiettar degli attrezzi, l'ansimar degli uomini è come una musica solenne che esalti il lavoro, si sentono gli scatti delle "Breda" leggere e pesanti nell'atto del caricamento.
Poi il silenzio. Ore lunghe, interminabili, di attesa. Acqua, nevischio, poi neve. Ma su tutto, sopra a tutto, la gioia, la gioia grande che da l'avvicinarsi del momento tanto atteso.
L'alba trova le Camicie nere irrigidite al posto del dovere. Pronte a tutto. E la giornata del 6 non finosce più. Siamo in guerra, ma tutto è calmo sul fronte. Il campanile di Casta è lassù, sul saliente montano che si erge a minaccia di Fiume, invitante col suo candore e col giocondo squillare dei bronzi. Più in là i casermone dei "graniciari", poi il forte, l'osservatorio, le ridotte nemiche...
Gli uomini fremono nel desiderio dell'attacco. Ma non si può, non si deve attaccare, l'ordine è preciso: schieramento difensivo. E le mani non stanno ferme sul calcio del moschetto, e le dita palpano rumorosamente le bombe ed accarezzano la canna della mitragliatrice.
Ancora una notte di attesa, ancora un giorno, il sette, un altro, l'otto....Si rettificano le posizioni secondo il movimento del nemico. I reparti sono in moto continuo: Jussici, Mattuglie, Cobri, quota 327, Giordani, Ruccavazzo, Rifugi Rossi, quota 729. Quote, villaggi, borgate. Su e giù, in lungo e in largo. E sempre il freddo, la pioggia, la neve. Verrebbe voglia di mandar la disciplina a quel paese e varcare la linea dell'assurdo confine ed andare a scovare i serbi che non si decidono ad attaccare. Ma il nove le cose cambiano. Nell'aria c'è davvero odor di polvere. Si mormora che abbandoneremo lo schieramento difendivo e passiamo all'attacco. Dapprima si mormora, poi se ne ha la certezza.
Tutto il fronte è in movimento. Le artiglierie divisionali si portano in posizione avanzata, quelle di corpo d'armata si piazzano in prossimità di queste. La ricognizione aerea entra in azione nel primo mattino. E nel pomeriggio le prime puntate oltre confine. Le pattuglie di esplorazione di aprono il varco attraverso i reticolati e sono incontro al pavido nemico, affrontano le avanguardie serbe, le sgominano e tornano coi loro carichi gloriosi e sanguigni.
Le messi verdeggianti rosseggiano qua e là di sangue italiano, di sangue senese. Gli esplaratori del 97.o tornano e portano il corpo esanime di un eroe: Ettore Neri. Nel campo non si piange: si affilano i pugnali per la vendetta. Il nome del caduto è scritto su tutte le case del Carnaro, sottolineato dai versi che sublimano il sacrificio dell'intrepido legionario:
"Partì cantando come il Duce vuole,
morì ridendo colla faccia al sole"

Ancora una notte di veglia trepidante: di tanto in tanto un allarme, una sparatoria. Si va avanti? Non i va?...Non ancora, ma andremo presto, prestissimo.
Dieci aprile: Giovedì Santo. Pronti all'attacco. In attesa di ordini. I legionari mordono il freno. Il prolungarsi dell'attesa è un tormento inenarrabile..."Stanotte?" si chiede con ansia, "no, domani", ci sentiamo rispondere.
Scende la notte, l'ultima di attesa, ed il fronte si anima. Ombre che vagano, carriaggi che passano, rombar di autocarri, scalpitare di cavalli, lento incedere di pattuglie, portaordini che vanno e vengono...L'atmosfera è quella del combattimento. Lo sentiamo. Finalmente l'alba! Le ore scorrono lente nell'ansia del momento. Nessuno pensa a mangiare, nessuno pensa alla posta...sguardi e cuori sono oltre lo sbarramento che ci preclude la via. Andiamo? Si, questa volta andiamo!
I guastatori del genio aprono il varco nella barriera di fili di acciaio e i legionari irrompono oltre confine. E' la liberazione, la fine di un incubo.
I mitraglieri della "97.a" appoggiano l'avanzata del Battaglione che procede bersaglierescamente malgrado la rabbiosa reazione avversaria; le artiglierie di tutti i calibri accompagnano i balzi degli assaltatori, i morati lanciano i loro messaggi di distruzione. Una, due, tre ore di fuoco intenso. Sinfonia vibrante di scoppi e miagolii di proiettili. Viva la guerra! Vien fatto di gridare nell'ebbrezza del momento.
La reisistenza del nemico si fa sempre più debole. E' giunto il momento dell'attacco decisivo: l' "A noi" echeggia potente, i pugnali ballano al sole e volano le bombe a mano. Avanti! Il Battaglione è lanciato: nulla può fermarlo, nessuno lo fermerà.
Un balzo, un altro ancora: ecco Castua. Castua finalmente è italiana!
Il campanile candido si anima e le campane squillano a festa. E' il Venerdì Santo, ma il buon Dio perdonerà il buon campanaro che volle salutare l'ora delle redenzione tanto sospirata.
Castua liberata è superata rapidamente. A passo forzato il battaglione marcia all'inseguimento del nemico. Per ore ed ore si va attraverso la campagna: ovunque sono le trace della precipitosa fuga dei serbi che, coi pugnali legionari alle spalle, tutto abbandonarono, armi e munizioni, vettovaglie e indumenti, per poter salvare almeno la pelle.
Si pernotta all'addiaccio: tre ore di riposo. Poi, partenza. Convergiamo su Fiume. Obbiettivo Sussak. La mattina del 12 la città che fu sentinella d'Italia è attraversata dalle formazioni legionarie che, varcato il ponte divisorio, dilagano nella zona urbana già jugoslava. Nessuna resistenza. Ma occorre inseguire, agganciare il nemico in fuga.
Avanti giorno e notte. Per tanti giorni, per tante notti. Monti e valli, pietraie e fango, sotto la pioggia, sotto la neve, col sole, col vento, sempre pieni di baldanza, i legionari procedono sulla via della vittoriosa conquista. Si mangia quando si può, ci riposiamo quando è possibile e si cammina, si cammina sulle orme di un esercito in disfatta.
Giornate di fatiche e privazioni, giornate di fatiche e di stenti, ma anche luminose giornate di soddisfazioni impagabili e di un'intensa, orgogliosa, gioia.
Il 97.o al completo di tutti i suoi effettivi, porta a termine la marcia superando ogni sorta di ostacolo e vincendo tutte le avversità.
La fine delle operazioni di guerra trova i legionari senesi ancora protesi in avanti ed anelanti nuove e più dure prove, e vede erigersi in alto, nella luce del trionfo, l'insegna che mai si piegherà.


Dino Corsi

Il Telegrafo del 4 giugno 1941
E' nata all'ombra del Tricolore, Romana Vittoria...

Zarnovic, Maggio
I reparti legionari dell'89.o Btg. di Volterra e della 97.a Mitraglieri di Siena, continuando la loro opera di italianizzazione e redenzione della zona momentaneamente affidata al loro presidio, vanno sempre più oprando nell'interesse e per il bene delle popolazioni locali che, riunite alla Grande Madre, sanno apprezzare l'attività benefica delle Camicie Nere toscane.
La Milizia, quei soldati che i dalmati chiamano fascisti, in un giusto riconoscimento che torna ad onore del Fascismo stesso,; i militi della balda legione di assaltatori che, in un giorno destinato alla Storia avvenire, ruppe l'ingiusto confine, combattè e vinse; i componenti la schiera volontaria che, dal martoriato Carnaro, marciarono verso la vittoria, sono oggi, nella Dalmazia ritornata italiana, manifestazione fattiva di bene, di ogni bene. E profondono, colla innata gentilezza dei loro animi, i tesori della stirpe italica che sono una raccolta sacra di umano agire e di civiltà.
Chi scrive ha avuto e ha sovente modo di avvicinare i nativi e di valutare la sensibilità di un popolo che oggi, rivivendo e tornando libero, manifesta come può la sua riconoscenza al Genio che da Roma diffonde la sua luce redentrice ovunque l'Italia sia presente coi suoi figli migliori: i soldati.

* * *


Le Camicie nere che, in attesa di compiti più consoni al loro spirito guerriero, sono oggi a presidio della Dalmazia, comprendono la grandezza del loro compito di pace come seppero ieri e sapranno domani assolvere, sulla linea del fuoco, i compiti speciali, e perciò maggiormente amerevoli, devoluti agli assaltatori, a quelli cioè che, orignariamente, si chiamarono e furono "arditi".
Dopo la rottura del vecchio confine, dopo l'azione guerriera, dopo, infine, la rapida quanto dura avanzata tra monti e valli, i legionari si prodigano oggi, con tutta la gentilezza delle genti toscane, ad una fattiva opera di propaganda e di italianità.
Qui, nel villaggio ove il tricolore sventola, sacro ormai agli abitanti della zona, come sempre lo fu ai redentori della zona stessa, legionari volterrani dell'89.o e senesi della 97.a Mitraglieri, le bandiere della Patria nostra - simulacri di fede ardente e di indomità volontà - garriscono a festa nelle solatie giornate di questo maggio che, a noi figli o fratelli degli eroi di Vittorio Veneto, ricorda il mese sacro alle fortune della Patria; quel mese nei cui giorni si forgiò l'inizio dell'avvenire di un popolo, il nostro popolo, il quale, iniziata la marcia verso l'avvenire e la fortuna patria, non doveva più arrestarsi, come non ha più sostato.
La Dalmazia italiana, sogno di pochi asceti un tempo, visione lungimirante della nostra gioventù, è oggi la terra finalmente italiana dalla quale scriviamo per dire e far comprendere a chi ci segue e ci legge con passione, la grandezza dell'opera che l'Italia, la nostra divina Italia, sta compiendo nella regione a lei tornata mercè il valore delle armi fasciste.

Oggi, alle genti dalmate, il Duce distribuisce la farina per la confezionatura di quell'alimento principe per gli uomini che è il pane. Il Duce, e con lui l'Italia, è presente nel cuore dei legionari che, predisposti alla distribuzione del sacro alimento, si prodigano e profondono il loro animo buono nell'offerta di ciò che la nuova Patria - madre povera ma affettuosa - sa dare ai figli che tornano nel suo tanto amoroso seno.
Noi abbiamo la fortuna e la gioia di essere tra coloro che, per ragione di servizio, provvedono alla distribuzione. Noi, unitamente ad un gruppo di Camicie Nere, compiamo oggi una grande opera di bene, di grande bene. Dire a voi, nostri lettori, i sentimenti del nostro animo nel momento in cui - certi di togliere dall'ossessione tragica della fame tante e tante creature - convalidiamo i buoni di prelevamento di questa o quella quantità di farina; dire a voi, che vivendo in Italia non conoscete cosa significhi per il popolo la fame, la vera fame, e dirvi l'orgoglio - l'orgoglio di fascista e di italiano - che a noi è derivato da poter questa fame placare, sarebbe impossibile.
Ma in ogni notte di ombra brilla una stella; se pur il chiarore dell'astro è vago e momentaneo. E nell'ombra in cui vivono le genti dalmate della zona affidata al nostro presidio, in quell'ombra che già da tempo è rischiarata dal fulgore delle fiamme legionarie, una nuova e più lucente stella si è accesa: è nata, all'ombra del tricolore, Romana Vittoria. E' nata, mentre ancora il verbo nuovo non si era completamente diffuso tra le genti dalmate - i dalmati del paese dal quale scriviamo - una creaturina di Iddio, il primo esserino che ha qua veduto la luce tricolereggiante.
Fu in una mattina della distribuzione viveri. La gente - uomini, donne e bambini - si affollava intorno al magazzino deposito, quando giunse la notizia: un esserino, una creatura viva e vitale aveva veduta la luce nlle ore grandi della redenzione dalmata.
Il Comando dell'89.o CC.NN. d'assalto provvedè immediatamente all'assistenza della puerpera; inviò, il capo delle Camicie Nere, gli alimenti necessari alla madre, alla piccola nata ed a tutti i componenti la famiglia. Ancora una volta l'Italia proletaria, quell'Italia veramente del popolo che noi amiamo, si rivelava in tutta l'innata gentilezza delle sue genti.
La vita nuova che si schiudeva all'avvenire, il primo, delicato, essere che vedeva la luce in un cielo di vittoria, la creatura che nasceva nella terra di San Marco redenta dal Littorio doveva e non poteva essere altro che un simbolo di bene.
Di un bene che si manifestò immediatamente nella sua espressione più bella: l'assistenza all'infanzia. Il rude quanto sensibilmente umano comandante del presidio - cioè il Primo Seniore dell'89.o CC.NN. - dispose e provvedè ad una festa dei bambini locali, dei futuri Balilla, delle Piccole Italiane di domani.
Quattro centurie di figli del popolo, quattrocento piccoli dalmati portanti palesi sul volto i morsi della fame, una moltitudine di creature martorizzate dalla ingiusta miseria, furono adunate nei pressi del campo ove le Camicie Nere di Siena e Volterra han sede per il loro compito di italianità.
Portanti in alto i tricolori della Patria - di quella patria che per essi è madre affettuosa - al canto degli inni italiani - appresi in pochi giorni - i bambini dalmati si riunirono giocondi in un vasto terrazzo dominato dal vessillo della redentrice Italia.
Descrivere lo spettacolo di questa infantile adunata è cosa impossibile alla nostra modesta penna. Ma comprendere la bellezza del momento in cui, ricevendo rancio e cioccolata, i piccoli gridarono la più e spontanea riconoscenza all'Italia, è cosa facile per chi abbia cuore e sensibilità di italiano.
Una legione di esserini scalzi e seminudi, tante coorti di futuri legionari, in una giornata per loro di festa, hanno appreso ad amare la Patria che farà di essi uomini degni di tal nome, hanno compreso - i piccoli che domani saran grandi - la grandezza dell'avvenimento storico che redime la loro terra. E, nel simbolico nome della loro ultima piccola sorella - Romana Vittoria - intravedono l'avvenire che per essi, come per tutti i dalmati redenti, sarà apportatore di pace e benessere.

Oggi, nella chiesetta del paese, la piccola prima nata dell'Era della redenzione ha ricevuto il Santo Battesimo.
Festa, festa grande tra il popolo e tra i legionari. E' sembrato che la creaturina fosse nata a congiungere vieppiù i nativi alle Camicie Nere; è parso, tra il giocondo dindolare delle campane, che la nuova vita unisse maggiormente l'Italia redentrice alla Dalmazia redenta.
Folclore paesano e festa di armi durante la scra cerimonia. Donne nei variopinti costumi ed uomini chiusi nella severa abbigliatura festiva che ricorda un pò i montanari del vicino Montenegro; ufficiali in alta uniforme (come può essere consentito dal momento) e camicie nere e soldati in assetto di guerra.
Ed il tempio della Religione si è illuminato di una viva luce quando la bandiera d'Italia e l'azzurro di Dalmazia hanno ornato dei loro fulgenti colori il campanile echeggiante di squilli festosi.
La chiesetta, non potendo ospitare la massa di popolo e di legionari, sembrava sorridere attraverso le luminose vetrate là presenti, e pareva benedire le genti dalmate ed italiane - cioè gli italiani - che si assiepavano nei suoi pressi.
Quando, dal Sacro Fonte, il liquido benedetto ha bagnato la fronte della piccola, primo figlio della lupa di Zernovic, gli assaltatori del ferreo 89.o e della quadrata 97.a mitraglieri hanno intonato la "preghiera del Milite".
Il canto, quel canto che entusiasma, fa fremere e piangere, si è diffuso, prima, fra le ristrette pareti del tempio cristiano, prorompendo, poi, all'aperto, sotto la volta azzurra del cielo, che ha il colore simboleggiante la fede dalmata.
E mentre le note della preghiera guerriera echeggiavano, mentre le campane stormivano a festa, mentre i vessilli, salutando la vita, sventolavano giocondi, Romana Vittoria - l'esserino nato sotto il segno della redenzione - riceveva il sacro Battesimo e, schiudendo la boccuccia ad un tentativo di sorriso, muoveva le rosee manine come a salutare la Vittoria Romana che echeggia nel mondo.


Dino Corsi