domenica 13 gennaio 2013

Il Telegrafo del 5 novembre 1936
La consacrazione del cimitero di Uoldia

Uoldia, ottobre

Cimiteri di guerra, templi della gloria e del sacrificio, sono sorti un pò dappertutto sul vesto territorio del nuovo Impero ROmano; ovunque dove si combattè e si vinse, dove si lavorò senza posa, qua e là sulle ambe pietrose e sui piani sabbiosi o verdeggianti di vegetazione, nei più remoti angoli della foresta tropicale, in ogni più selvaggio e recondito sito di questo non più misterioso oriente africano, l'ammirevole, memore e riconoscente mano del Legionario e del soldato italiano ha lasciato segni imperituri di gloria a ricordo di chi, combattendo e faticando, tutto donò alla Patria, alla Fede, all'Idea.
Nei pressi del villaggio di Uoldia, tra la cerchia delle colline ridenti di vegetazione lussureggiante, a poche centinaia di metri dalla sede del Comando di Divisione, le Camicie nere della "23 Marzo", i legionari dell' "Implacabile", hanno voluto che sorgesse, sacro tra i luoghi sacri, il Cimitero per i camerati, per i fratelli caduti nel compimento dell'ultimo sforzo.
Scalpellini e scultori di Rapolano e di Carrara; cementisti di Livorno; muratori e manovali di Siena e di Pisa; fiorai di Firenze; rudi e forti portatori di Perugia, Terni, Foligno e Spoleto; faticatori di Volterra, di Poggibonsi e del Monte Amiata; artieri di Colle Val d'Elsa, di Arezzo, di Grosseto e di Montevarchi, artisti di Siena, di Firenze e della Spezia; tutti, insomma, i più genuini rappresentanti del laborioso popolo delle Regioni che "dell'Italo suol son cuore", hanno contribuito al sorgere di quel tempio di crsitiana, umana e fascista pietà, che, oggi, tra le colline di Uoldia, sta a testimoniare il sacrificio grande, immensamente grande, della nuova Stirpe Italica.
Di quella stirpe, fatta di uomini giovani ed entusiasti, che tutto offrirono - e tanti tutto diedero - alla Patria, quando il Duce chiamò a raccolta le sue Camicie Nere; quelli, tra le Camicie nere, che preferivano e preferiscono il "vivere pericolosamente", come pericolosamente vissero ieri, vivono oggi e vivranno domani se la Patria ed il Fascismo lo vorranno.

E' domenica. Forse l'ultima giornata di festa che trascorreremo a Uoldia, giacchè tra breve Legionari e Battaglioni e Reparti leveranno le tende e prenderanno la via del ritorno, verso Massaua, verso l'Italia, incontro ai cari che aspettano ed a braccia che si protendono ansiose.
Ma qualcuno rimarrà quassù. Come ad Enda Jesus, sotto il Forte Galliano; come nell'oscura gola dell'Amba Tzellerè là nell'epico Tembien; come sull'altura ridente di Gula Gul, lungo la via di Socotà; e come infine nel greto verdeggiante del torrente Hamid, anche a Uoldia, chiusi nel sacro recinto di un Cimitero di guerra, rimarranno i nostri camerati di ieri, i compagni di cinque battaglie e di tanti mesi di vita dura., gli Eroi purissimi della leggendaria epopea vissuta dai legionari della "23 Marzo", gli "implacabili" arditi della Prima Divisione, che immolatisi per la conquista dell'Impero, rimangono oggi, e rimarranno domani, in eterno scolte vigili e gloriose sulle posizioni conquistate con le loro armi e consacrate con il loro sacrificio.
Recinto da un muricciolo di pietra che ricorda un pò i trinceramenti improvvisati nei giorni belli della lotta, il Cimitero di Uoldia sorge di una collinetta dominante la vallata che porta a Dessiè. Alta e grave, una croce nera si innalza al centro del luogo sacro, domina e valle e colline circostanti e sta lì a dire alle genti quanto e quale fu il sacrificio dei Prodi. Intorno alla croce, le tombe. Dissimili nella forma, varie nell'ornamento, ma tutte uguali nel significato, i tumuli racchiudenti le spoglie di chi, dopo aver combattuto e vinto, cadde per la Redenzione e la grandezza dell'Impero. Tutte uguali ed immensamente grandi, come uguali e grandi sono quelle dei mille e mille fratelli caduti in A.O. le tombe di Uoldia!

E' la terza domenica di ottobre, ma sembra primavera quassù tra le verdi euforbie della collina. Ed il Cimitero è un prato fiorito. Fiori ovunque: sulle tombe, lungo i viali e tra le pietre del muricciolo. Fiori che stamani all'alba, in una nobile gara tra uomo e uomo, abbiamo strappato alle roccie della montagna, raccolti sui prati e scovati qua e là in mezzo ai villaggi, tra le capanne e gli orticelli degli indigeni. Fiori per i Nostri Morti, per quelli che riposano a Uoldia e per tutti quelli che dormono il loro sonno di gloria negli innumerevoli Cimiteri dell'Impero e della Madre Patria.
Intorno al Camposanto un quadrato di truppe. Il valoroso battaglione mitraglieri è qui con le sue armi pesanti; quelle armi che ieri cantarono canzoni di morte in Val Gabat, sull'Aradam e nel Tembien, sono oggi mute, ma con le loro bocche protese verso il sacro recinto, sembrano volere ora intonare un inno di gloria in onore di chi tutto donò alla Fede. Ed i baldi artiglieri del Gruppo da 65-17, stretti dappresso ai mitraglieri, guardano lontano, sull'altura che è prospiciente al Cimitero, i loro miracolosi cannoncini, come per chiedere alle armi della Vittoria - di tutte le Vittorie - una salva, tante salve, in omaggio a chi ieri voloò all'attacco, sotto la valida protezione delle Batterie e che oggi è volato in cielo, nel Cielo degli Eroi.
E vi sono i militi del "Genio", di quel Genio silente e laborioso, che tanta parte ha avuto nella conquista dell'Impero; i rudi conducenti delle salmerie divisionali, i "fedelissimi" della Benemerita ed infine la compagnia della pietà: gli arditi portaferiti, che dopo aver combattuto ed essersi coperti di gloria in tante battaglie per soccorrere i camerati colpiti, si sono prodigati, insieme a tanti compagni delle Legioni e del Genio, nella costruzione e nei lavori di abbellimento del Cimitero.
Uno squillo di tromba annuncia l'arrivo del console Piroli, Comandante interinale la Divisione, in assenza di S.E. Siciliani. La truppa si irrigidisce sull'attenti. Si presentano le armi. Ed il Comandante varca la soglia del recinto sacro. Il valoroso ufficiale si sofferma accanto alla prime tombe a capo scoperto. Il Console, il condottiero della Legione Umbra, stende il braccio destro nel saluto romano.
E lo rivediamo, il vecchio soldato di tutte le guerre così come lo vedemmo in un giorno del decorso febbraio, quando a quota 2257, Val Gabat Calaminò, salutava con il gesto imperiale i suoi militi, le sue camicie nere, i "suoi figli" caduti nel primo sanguinoso cimento della "23 Marzo". e come allora, gli occhi del "buon papà Piroli" sono bagnati di lacrime.
Don Bezzi, il nostro infaticabile Cappellano, il valoroso Sacerdote in divisa di Centurione, si appresta a celebrare il sacrificio della Santa Messa. Ancora una volta, le truppe si irrigidiscono sugli "attenti" ed il più riverente silenzio si fa intorno all'altare da campo, eretto al centro del Cimitero, aotto la grande croce. Grave e solenne, la voce del Cappellano echeggia tra le tombe infiorate a ripetere i sacri detti della Religione di Roma; e diviene, la voce del Ministro di Cristo, più solenne e mistica quando, al termine della Messa, il Prete-soldato esalta con parole commoventi il sacrificio dei fratelli caduti.
Poi l'acqua lustrale cade sulle tombe, a consacrazione di chi tutto donò alla Patria. ed all'appello fascista, fatto dal Console Prioli per tutti i caduti della "23 Marzo"la truppa risponde "Presente!". Si presentano le armi e la cerimonia ha termine. Lentamente e co ordine i reparti discendono la collina e vanno verso gli accampamenti, in silenzio.
Non si canta oggi, ma si medita mentre la commozione stringe la gola a tutti e fa lacrimare molti. Si meditano le parole di Don Bezzi, quelle parole che ci han fatto piangere:
"Tornando alle vostre case, mie camicie nere, e ricevendo l'abbraccio delle perosne amate, pensate, nella vostra gioia, al piccolo Cimitero di Uoldia; pensate a queste sacre tombe, ai santi corpi che qui dormono il loro sonno eterno e, stringedovi al cuore la mamma, la sposa e i figlioletti, pensate ad altre mamme, ad altre spose, ad altri bambini..."


Dino Corsi

Il Telegrafo del 18 ottobre 1936
La festa di Mascal

Uoldia, ottobre

Con il mascal è tornato il bel tempo; sono terminate le piogge, s'inverdiscono i prati, germogliano le piante, tornano ai pascoli le mandrie dai lieti muggiti ed i greggi dagli allegri belati, gli uomini rivivono col sorgere della primavera africana: è festa! Mascal! Mascal! Mascal! L'invocazione a Dio, alla Croce - grido di fede e di esultanza degli etiopi copti - esce fremente da milioni di bocche e rimbomba festoso e solenne tra le ambe dell'altopiano: Mascal!
Ogni anno e da secoli il 27 dicembre si festeggia in Abissinia la giornata del Mascal. Dedicata alla Croce di Cristo, la festa acquista un particolare significato perchè ricorre al termine della stagione delle grandi pioggie. E così, insieme alla Religione, le genti di confessione copta inneggiano alla primavera che sorge. In un frammisto di riti e cerimonie che ricordano i tempi del paganesimo e della primitiva idolatria, tra il delirio di una folla pazza di religione, inebriata dall'idromele, esaltata dalle "fantasie" guerriere e giubilante per il bel tempo che è tornato, il Mascal ha inizio alla mezzanotte del giorno 26 e termina a quella del 27, dopo aver culminato, a mezzogiorno, nel fantasmagorico spattacolo del fuoco sacro. Un gigantesco falò, intorno al quale si intrecciano le danze più caratteristiche, vien fatto ardere in segno di gioia. E dalle fiamme, più o meno violente, e dal cader delle ceneri dall'una o dall'altra parte, si traggono i buoni o i cattivi auspici per l'avvenire.
L'anno scorso, a Gurà,in Eritrea, assistemmo alla festa nel campo di una brigata di ascari. Era imminente l'inizio delle operazioni di guerra - tutti lo sapevamo - ed i nostri fedeli soldati indigeni, a termine di una indiavolata fantasia, vollero che il fuoco sacro ardesse per dire a chi avrebbe arriso la vittoria. Si alzarono le fiamme, si sollevarono densi nuvoloni di fumo nero ed infine, tra il salmodiare dei sacerdoti, le salve di fucileria ed il canto delle donne, l'ammasso di legname profumato, ridotto ormai ad un braciere, crollò. Crollò verso Tai-Aimi, verso il confine, verso l'Abissinia. Fu un urlo, un urlo solo: Italia! Cadendo a sud, i carboni ardenti avevano decretata la vittoria italiana. E gli ascari, le donne indigene e gli stessi sacerdoti, gridavano la loro esultanza per la profezia più bella.
Rullarono festosi i tamburi, i suonatori di "itza" e di corno trassero dai loro strumenti le melodie più soavi, i sacerdoti alzarono al cielo le Croci d'oro e di argento e gli ascari con le loro donne, improvvisarono la fantasia della vittoria. Perchè la vittoria era ormai certa. Ed essi avevano da ciò la sicurezza, dopo che il fuoco sacro aveva decretata la fine del Leone di Giuda.
Noi - i nazionali - avevamo quella bella sicurezza da mesi, da quando cioè il Duce ci ordinò di picchiar sodo, ma tuttavia, nessuno seppe rimaner impassibile di fronte alla volontà del caso ed anche noi partecipammo all'esultanza degli ascari e, pur senza danzare la fantasia, qualcuno unì la sua voce a quelle degli indigeni per gridare al cielo la sacra invocazione: Mascal! le voci italiane, in quella particolare circostanza, non furono una stonatura, perchè Mascal o Croce che dir si voglia, era sempre nel nome del simbolo cristiano, giunto fin qua da Roma, chè il fuoco sacro aveva predestinato la vittoria della Armi Italiane, Romane e Cristiane.

Vita dell'Abissinia Italiana

Oggi, a distanza di un anno, abbiamo riveduta la festa. Nuovamente sono arsi i falò e nuovamente i sacri fuochi hano formulato la profezia per l'avvenire. Le genti etiopiche, a secodo del giudizio delle fiamme, hanno qua o là gioito o sofferto. Anche sofferti perchè non sempre il fuoco arde come dovrebbe; talvolta la legna può esser bagnata, ed allora tanto fumo...e poco raccolto, pensano gli abissini.
E maledicono il destino, il diavolo e il Negus; il Negus che "cofù, cofù" (cattivo, cattivo) tolse gli uomini alla terra per mandarli a combattere e morire contro gli italiani. Ma sanno gli abissini che l'italiano è "subulo" (buono) e che mai farà mancare ai sudditi fedeli la dura per la "borghutta" e l'orzo per la birra. Questo sanno i vecchi abissini; ed hanno compreso che dove si librano le aquile di Roma l'avvenire è certo ad onta di tutti i più contrari responsi di centomila e passa fuochi sacri ardenti sull'altopiano.
Se il fuoco non arde, e le ceneri cadono a monte invece che a valle o viceversa, non conta più ormai. Perchè ci sono gli italiani e, con questi, la vita tranquilla, il lavoro redditizio, il benessere, la salute, la pace. E' festa: Mascal! Mascal! Mascal!
E' Festa! Fantasia! Ed i corpi si muovono, gli arti si divincolano e la nenia caratteristica degli etiopi accompagna le danze. Una nenia lenta, cadenzata e sempre sullo stesso motivo. Solo le parole variano. Ora per esaltare la fede, ora per inneggiare al sole, ora infine, per cantare la riconoscenza a chi queste genti devono la libertà e il bene:
"Mascal! Mascal! Mascal!
Prima Iddio, poi Mussolini,
Mascal!
Guitana (signore) Mussolini
ammazza il diavolo,
fa fuggire le fiere,
Mascal!
Ci da' l'orzo e la dura,
il lavoro e la pace,
Mascal!
Son venuti dal mare,
son discesi dal cielo,
gli ascari di Mussolini
Mascal!
Iddio li benedica,
benedica l'Italia,
Mascal!
Prima Iddio, poi Mussolini,
Mascal! Mascal! Mascal!


La traduzione dell'amariguà è libera, come liberi sono i versi improvvisati dai menestrelli "galla"; ma il significato è questo. Poche parole, semplici e mal messe, che fanno il più bel'inno innalzato da queste genti all'Italia ed a chi ne guida le sorti.
Per ventiquattr'ore abbiamo vissuto in mezzo ad una folla festante. Ed abbiamo preso parte alla festa, ora sedendo a terra nell'interno di un tucul, intorno ad una zucca secca ripiena di idromele, ora tra i tronchi delle euforbie, attorniati da un cerchio di danzatrici nere che improvvsavano per noi le più sfrenate fantasie, ed infine nella grande piazza del mercato, ove, a mezzogiorno, si è acceso il sacro fuoco del Mescal.
Dalla mezzanotte all'alba, la collina di Uoldia e la cerchia di montagne che chiudeva la regione in una morsa di roccia, sono apparse come un nuovo cielo cosparso di stelle. Dalle sommità delle ambe al fondo dei valloni ardevano i falò accesi attorno ad ogni capanna. Punti rossi, luminosi, centinaia e centinaia di stelle risplendenti, fiaccole accese in segno di festa.

Una notte senza sonno

Fino al mattino i villaggi hanno vissute ore di vita quasi orgiastica. Non v'era tucul ove non ardesse un braciere esalante un profumo di incenso; non v'era capanna ove gli indigeni, seminudi ed ebbri di fanatismo religioso quanto di bevande alcooliche, non intrecciassero danze e non improvvisassero fantasie. E nelle piazze dei villaggi risuonavano gioconde le note degli strumenti dei suonatori girovaghi, rullavano incessamente i tamburi di pelle di pleopardo, mentre, nelle vicine selve, le fiere, là ricacciate dai fuochi e dal frastuono, emettevano ruggiti, come ad accompagnamento e completamento dell'eccezionale concerto di grida, di risa, di canti e di suoni.
Alle prime luci dell'alba il delirio è sembrato calmarsi. Ma per poco. senza predenr riposo, gli abissini si sono dedicati alla preghiera. Due ore di mistico raccoglimento e poi, di nuovo, l'orgiastica e fantasiosa ebrezza ha ripreso il sopravvento. Lungo la strada - la strada costruita da noi legionari durante la stagione delle piogge - è stato un susseguirsi di gruppi festanti - donne, bambini, uomini - che svontolando bandiere tricolori ed erigendo in alto le croci del Mescal, venivano sin nei pressi degli accampamenti, varcavano le linee dei reticolati, s'internavano tra i muriccioli dei fortini e delle ridotte ed, ovunque, si soffermavano per dar sfogo al loro entusiasmo. E le fantasie si susseguivano alle fantasie. Cori, concerti e danze. Inni di lode al soldato italiano. odi di riconoscenza all'Italia e al Duce e rumorose e movimentate proteste di affetto, di fedeltà e di stima alla Patria lontana.

La danza sacra

A mezzogiorno, intorno al fuoco sacro, l'entusiasmo e l'ebrezza hanno raggiunto il parossismo. Il "deggiac", capo della Regione, ha incendiato il falò. Poi i rappresentanti della chiesa copta, nei loro caratteristici costumi, adorni di ori e broccati, hanno dato inizio alla danza sacra. I sacerdoti sono stati seguiti dalle donne danzatrici: alcune centinaia di fanciulle, dai corpi modellati mirabilmente, si sono esibite in virtuosismi tali da far invidia alla più appassionata seguace di Tersicore; gli armati della locale "banda" hanno sparato migliaia di colpi a salve, in segno di giubilo, fino a che (con la complicità di una latta di benzina, opportunamente vuotata da un milite sul falò), il rogo è arso e le fiamme salienti al cielo hanno detto alle genti "galla" che la fortuna è con essi, che i raccolti saranno abbondanti e che, mercè la protezione Divina, la Regione godrà del benesse avvenire.
E, intorno ai carboni e alle ceneri del fuoco sacro, gli indigeni hanno effettuate le più belle fantasie della festa. Per un'ora si è danzato, si sono gridati gli Osanna al Mascal, si è ripetuta ai quattro venti la lieta novella. Il fuoco sacro ha decretato la fertilità delle terre, la ricchezza e la tranquillità delle genti etiopiche.
Ardevano ancora i tizzoni della pira, non s'era spento l'eco dei canti, quando, improvvisa, una centuria di ragazzi faceva irruzione nel campo della festa: cento giovinetti neri, in pantaloncini "cachi", camicciotto bianco e fuciacca nera, lietissimi in volto, agili nelle movenze e fieri nel portamento, facevano cerchio al falò incenerito e, assertori di una fede nuova per le genti etiopiche, cantavano festanti la canzone appena appresa nella scuola che la "23 Marzo" - inarrivabile in tutto - ha impiantato a Uoldia:
Giovinezza, giovinezza
primavera di bellezza...


E, cantando, i ragazzi di Uoldia corrono intorno al fuoco sacro. Corrono e saltellano come bersaglieri. Fantasia? No! Realtà! Realtà viva, viva attraverso questi "balilla" neri, che, nati in un regno di barbarie, vivono oggi la loro adolescenza nel clima del nuovo Impero Romano e, riconoscenti al Re Imperatore, al Duce e all'Italia, cantano "Giovinezza" con lo stesso entusiasmo con il quale inneggiano e plaudono al Mascal, alla Croce di Cristo, simbolo di tutte le genti, che da Roma hanno avuto il dono Divino della civiltà italiana.


Dino Corsi

Il Telegrafo del 24 settembre 1936
Con le Camicie Nere del "Gruppo Diamanti"

Golimà (Regione del Galla-Uollo), settembre

In una fredda sera del febbraio '35, un manipolo di ragazzi, una sparuta schiera di imberbi Giovani Fascisti, indossvano la divisa del Milite. Diciotto anni il più giovane, venti gli anziani, meno di venicinque i pochi vecchi. Indossarono la divisa grigioverde delle fiamme nere dell'arditismo, cinsero la cintura della giberna, lucidarono le baionette, affilarono i pugnali e partirono. In silenzio, come in silenzio avevano risposto all'appello del Duce. Ma un silenzio più significativo di ogni rumorosa manifestazione, un silenzio che racchiudeva in sè il germe della disciplina, insieme a quello della prima rinuncia.
A Siena, questi ragazzi, vannero sin dalle loro contrade per portarsi alla stazione. Dai Pispini, dalle spiagge di Ovile, dalla luminosa Camollia e da tutti i Rioni e le strade si partirono i primi volontari per l'Africa orientale. Cosa era per essi l'Africa lontana e misteriosa? Un enigma.
Cosa sapevano quei giovinetti dell'impresa alla quale erano destinati? Nulla o ben poco. Ma tutti, dal più giovane al più vecchio, dall'umile operaio allo spensierato studente, portavano nell'animo un bagaglio di belle speranze, che non dovevano essere deluse, e nel cuore una ardente fiamma di fede, di volontà e di ardimento, che non doveva mai estinguersi.
Nati, tutti o quasi, nel periodo fulgido della grande guerra redentrice, cresciuti all'ombra del Littorio, fatti uomini, prima di esserlo con l'età, attraverso l'attività svolta in seno alle organizzazioni Giovanili del Regime, soldati fin dall'adolescenza e fascisti fin dall'infanzia, scattarono al primo squillo della Diana di guerra, senza perdersi in considerazioni, senza tentennamenti, offrirono al Duce i loro vent'anni, la loro volontà, il loro desiderio di servire e far grande la Patria.
Oscura e silenziosa, la vecchia stazione, salutò la partenza del manipolo audace. Baci di mamme, di babbi, di fratelli e di fidanzate, lento sventolar di fazzoletti, molti abbracci, qualche singhiozzo, poche lacrime e poi, il treno si mosse e partì cigolando sulle rotaie.
Da due tradotte si sporsero teste e braccia a porgere l'ultimo saluto, mentre il convoglio si perdeva lontano, nella foschia di quel primo mattino invernale. Scomparve nella nebbia il fanale rosso del vagone di coda, ma di lontano, i sù verso Montarioso, giunsero i canti dei giovani, come un giuramento, come una promessa:
Duce! Duce! Chi non saprà morir?
il giuramento chi mai rinnegherà?

E nessuno rinnegò i giuramento. E tutti, i martiri del Tembien e gli scampati alla morte, dimostrarono di saper morire, da italiani, da fascisti, da soldati.
Questo manipolo di ragazzi, che doveva divenire un pugno di eroi, questi primi entusiasti volontari dell'impresa d'Africa, dovevano insieme ai camerati delle altre Legioni, formare il 1.o Gruppo Battaglioni Camicie Nere Eritrea.
Quel Gruppo, divenuto ormai leggendario attraverso gesta epiche, e conosciuto con nome del giovane ed eroico generale fascista, che per mesi e mesi guidò e condusse alla vittoria e alla gloria i giovanissimi volontari del febbraio '35, "Diamanti".
Essi, i legionari, sono ormai per tutti i "Diamanti", in guerra come in pace un solo nome servì a distinguerli dalle altre Camicie nere: "Diamanti".
Diamanti! Sembra che la sorte abbia voluto imporre loro il nome più adatto, perchè questi ragazzi, questi "Diamanti" sono in tutto e per tutto degni di onorare la corona che cinge la fronte della Nuova Italia Imperiale.
Poco, troppo poco forse, si è scritto delle gesta di quattro battaglioni e della compagnia mitraglieri A.P. che costituiscono il 1.o Gruppo CC.NN. d'Eritrea. Ignoti sono in Patria gli episodi di valore, di sacrificio e di fede a cui hanno dato vita i giovanissimi legionari nei diciotto mesi della loro permanenza in Africa Orientale. Sempre affiancato a grandi unità, il gruppo ha operato di concerto con queste e sovente il suo nome è confuso, sino a scomparire quasi del tutto, con quello del Corpo d'Armata o della Divisione, agli ordini dei quali operava. Ma noi, che fummo in Africa con i "Diamanti" nel febbrile periodo della vigilia guerriera e che sempre, durate e dopo le azioni, seguimmo con animo orgoglioso e trepidante le gesta dei fratelli minori, che precedendoci di due mesi nell'arruolamento ci insegnarono la via del dovere, noi, ripeto - i legionari della "23 Marzo" - sappiamo quanto grande sia stata la misura dei pericoli e dei sacrifici, superati da quelli, che a ragione, sono oggi i veterani dell'A.O.
Veterani a vent'anni. E non tutti li hanno ancora, vent'anni. Ma tutti sono già uomini. I diciotto mesi di colonia, i sette di guerra, da essi vissuta e combattuta duramente, han fatto dei giovani fascisti di ieri dei soldati perfetti e dei legionari che nulla hanno da imparare, ma tanto da insegnare.
I combattimenti del dicembre e le due grandi battaglie del Tembien hanno sempre veduto i "Diamanti" in primissima linea. Nelle gloriosamente sanguinose giornate del gennaio, a Mai Ceu ed a Passo Uareiu, i ragazzi dell'ultima leva compirono prodigi di valore. I corpi dei giovanetti si eressero abarriera invalicabile di fronte alle orde etiopiche. Furono martoriate le carni, si compì il glorioso sacrificio di centinaia di adolescenti eroi, ma il nemico non passò. E nel febbraio, alla riconquista di Abbi Addi e nella scalata dell'Uorkamba (Amba d'oro) furono ancora i "Diamanti" a dare il "la" agli attacchi, a sacrificarsi, a vincere, a morire per primi.
Vent'anni, ma tutto un passato di glorie che ingrandisce smisuratamente le figure degli eroi giovanetti, che fa di essi degli uomini pronti sempre, come lo furono, a dimostrare al mondo cosa possa la giovane generazione della sempre più giovane Italia.
Altra volta ebbi occasione di parlare dei camerati, e per esser più precisi, dei Senesi del "Gruppo Diamanti"; fu nell'ottobre scorso, poco dopo l'inizio delle operazioni, durante la rapida avanzata nel Farras-Mai, dopo la non meno rapida conquista dell'Entisciò. La "23 Marzo" era impegnata nell'azione per la conquista del Monte Raio, quando il "Gruppo" operante con noi in seno al Corpo d'Armata Indigeno, fu per alcuni giorni a stretto contatto con le nostre linee.
Potei vedere i ragazzi di Siena ed intrattenermi con loro per pochi minuti. Scrissi dell'incontro ed espressi la certezza che nei "Diamanti", come nella "23 Marzo", la Città di Santa Caterina avrebbe avuto dei figli degni della gloria e delle tradizioni del passato. La certezza non fu mai smentita. E siena può, oggi, aggiungere alla sua gloria quella gratitudine di aver dato alla Patria oltre mille volontari, inquadrati, sempre al loro posto di dovere e di combattimento, nel 1.o Gruppo e nella 1.a divisione CC.NN. Primi nell'ardide nelle grabdi unità e primi ad arruolarsi e partire. Primi ieri nelle azioni di guerra e primi oggi nel profondere le proprie energie per la redenzione dell'impero conquistato.
Li ho veduti giorni or sono, i cari ragazzi, nella selvaggia valle del Golimà. sempre i soliti, sempre la stessa spensieratezza giovanile, sempre e più viva che mai, la fiamma di luce che sprizza dai loro occhi.
Per molte ore siamo stati insieme. Ora sotto una tenda, ora all'ombra di un baobab ed infine, a notte, fra le pietraie bianche del torrente.
Mi si son seduti attorno, i compagni d'arme e di fede, stretti in cerchio ed uniti a me, ed agli altri camerati senesi della "23 Marzo" che erano con noi, dagli stessi pensieri, dagli stessi ricordi, dalle stesse speranze.
Hanno narrate le loro gesta, rievocati gli episodi della guerra e fatti risaltare quelli più salienti, con semplicità, naturalezza, quasi con timore. Ed hanno ascoltato i nostri racconti, le spiegazioni da noi date riguardo questo o quel combattimento, al quale avemmo fortuna si prender parte, e si sono accalorati ed entusiasmati per le nostre imprese, che non furono certo superiori alle loro.
E poi, mentre la notte si faceva sempre più nera e le acque del torrente cantavano una canzone triste e nostalgica, i pensieri di tutti son volati a Siena, a casa, alle mame. Il cerchio si è stretto maggiormente, i cuori hanno palpitato all'unisono e negli occhi di tutti è brillata via la fiamma della speranza di un presto ritorno.
Ed abbiamo pensato, man mano che le ombre divenivano più fitte e la canzone delle acque aumentava di tristezza, ai fratelli che non torneranno più. Uno per uno, i nomi sacri dei Martiri sono venuti alle nostre labbra: Angiolini, Tondi, Esposito, Giachetti, Morgantini, Burroni, Meacci...E giù giù, tutto l'elenco dei Prodi e degli Eroi, che tutto diedero alla Patria, dopo averle tutto offerto.
Come in un tempio le gesta dei Santi, quelle dei nostri Caduti sono state rievocate sulle taglienti roccie del Golimà. E come una prgehiera...quella canzone che sa far piangere è echeggiata solenne sotto il cielo africano:

Mamma non piangere...


Dino Corsi

Il Telegrafo del 19 settembre 1936
Pattuglia notturna all'abbeverata dei leopardi

Torrente Allà (Amhara Orientale), settembre

Sopra a noi il cielo è sereno. Da ventiquattr'ore non piove e, mirando le stelle che brillano e scintillano ed il disco luminoso della luna piena, sembra che non debba piovere mai più. Il torrente, che nei giorni scorsi si era trasformato in un fiume impetuoso e tutto travolgente al di là dei suoi argini rotti e superati per diecine e diecine di metri, scorre placido nel suo letto e pare voglia, con il silenzio e l'umiltà, farsi perdonare la tracotante e rumorosa prepotenza delle notti passate.
Nell'accampamento, sulla sponda destra del fiume, regna il silenzio più completo. Gli uomini, dopo tante notti pressochè insonni e trascorse in continua e dura lotta con le acque dell'Allà che di ora in ora e di minuto in minuto sembrano volersi sfogare sulla fragilità delle tende, dormono tranquilli sognando, forse, un piroscafo, pulsante nello scafo e lietamente sbuffante dal più alto fumaiolo. E' questo ormai il sogno di tutti in tutte le notti. Sogno che non si ferma nella folda del piroscafo, ma che si irradia lontano lontano, attraverso il Mar Rosso, il Canale di Suez, il Mediterraneo ed il Tirreno per raggiungere la sponda del sacro suolo d'Italia e incunearsi nel cuore della Patria, fino alle città, ai paesi, alle borgate più lontane, ove da diciassette mesi, una moltotudine di madri, di spose e di figli attendono il ritorno dei legionari.
E mi trovo proprio tra la dolce illusione di una di questi sogni quando la voce di un camerata mi ridesta. La voce è sommessa, ma abbastanza violento è lo strattone che mi vien propinato per togliermi dalle bracci di Morfeo.
- Su! Sveglia! E' l'ora!
- L'ora! ...Di cosa? - Mezzo addormentato ancora, mi alzo ed esco dalla tenda. E ripeto la domanda: Cosa vuoi? Perchè mi hai svegliato?
- La pattuglia, non ricordi? E' già mezzanotte.
Ora ricordo. ieri sera un ufficiale del Reparto, presso il quale mi trovo da tre giorni a causa delle acque che impediscono il guado dell'Allà, mi ha invitato a seguirlo, stanotte, durante la consueta pattuglia notturna lungo la sponda del fiume, fino alla località conosciuta con il nome di "abbeverata dei leopardi", a ragione delle fiere che ivi, la notte, vanno di consueto a dissetarsi.
In pochi minuti son pronto, vestito e armato, raggiungo la pattuglia che si accinge ad uscire dal campo. Saluto l'ufficiale, che mi risponde con un ben augurante sorrisoed ammicca l'occhio, come per dire: la nottata è bella. Ci divertiremo...
Pochi passi e siamo fuori dal cerchio delle tende. traversiamo la camionabile che porta al tornante e ci interniamo subito nella folta boscaglia, che cresce rigogliosa ai lati del corso d'acqua tropicale. La notte, lo ripeto, è serena e la luna splende in tutta la sua magnificienza. Ma tra il groviglio degli alberi e delle liane incombe l'oscurità più nera. Le torce elettriche ci illuminano il cammino e, in dieci uomini quanti siamo, fatichiamo assai a procedere lungo uno stretto sentiero appena tracciato tra la massa della vegetazione.
Di tanto in tanto siamo costretti a sostare per liberarci il passo, qua e là ostacolato da cespugli di rovi o addirittura da tronchi d'albero, gettati sul sentiero dalla violenza degli uragani. La nostra marcia, accompagnata in un interminabile concerto animalesco - sono scimmie che gridano, fiere che ruggiscono, sciacalli che ridono, iene che guaitano ed euccellacci notturni di tutte le specie che gracidano e stridono - procede così per un paio d'ore fino a quando cioè, ci liberiamo dalla stretta dei sicomori, dalle euforbie, dalle spinose e dalle liane e giungiamo in un piano sabbioso che, partendo dal fiume, si estende e vince la forseta per un migliaio di metri quadrati. Siamo all' "abbeverata dei leopardi". E qui è il limite di vigilanza della pattuglia.
Spente le torce, chè la luce lunare ci rischiara in pieno, raggiungiamo la sponda e, in silenzio, ci incamminiamo tra l'ammasso di roccie lambite dalle acque. Davanti a noi è il fiume; al di là sull'altra sponda si estende pure il pianoro sabbioso, che, largo alla riva, va man mano restringendosi fino a divenire un sentierucolo di pochi decimetri, che si inoltra e si perde nella boscaglia.Ed è il piccolo sentiero, pista aperta tra il fogliame dagli animali, è quello da dove dovranno sbucare le fiere.

L'ora dell'abbeverata

Sempre silenziosi, immobili e studiandoci di non fare il minimo rumore, attendiamo. L'ora della "abbeverata" è vicina e l'attesa non dovrebbe essere lunga. Infatti non lo è. Pochi minuti sono passati dal nostro giungere al pianoro, che qualcosa si preannuncia al di là del torrente.
Preceduti da grugniti e dal rumore di rami spezzati, quattro grossi bestioni neri irrompono nella foresta nel tratta sabbioso. Sono (cosa sono precisamente non saprei dirlo, giacchè nessuno ha saputo darmi il loro nome) o meglio, sembrano cinghiali. Ma più grossi, molto più grossi, di quelli non rari nei nostri boschi, dal pelame lungo ed irsuto ed armati di due formidabili zanne, lunghe circa quindici centimetri, che ricordano un pò quelle dell'elefante.
Senza neppur guardarsi intorno le due coppie di bestioni, scendono il greto del fiume e si precipitano in acqua. Per un buon quarto d'ora assistiamo al bagno animale, caratterizzato da lunghi grugniti e tuffi prodigiosi, e poi vediamo le bestie , dissetate e rinfrescate, uscire dall'acqua e, grugnendo, rientrare al galoppo nel folto della vegetazione.
Non facciamo neppure in tempo a scambiarci le nostre impressioni su quanto abbiamo veduto, che un ruggito, seguito subito da altri, risuona vicino a noi.
- Eccoli, i leopardi... - Sommessa, la voce corre di bocca in bocca: vengono i leopardi, vengono...
Aguzziamo gli sguardi e ci irrigidiamo ancor più, se è possibile, nella nostra immobilità. Un lento frusciare tra il fogliame, ruggiti sempre più distinti e le fiere ci sono davanti.
Son cinque: due adulti e tre piccoline. I genitori ed i figli, suppongo. Il maschio è all'avanguardia della selvaggia e feroce famiglia. Corre strisciando sul terreno e sbattendo di tanto in tanto la sabbia con la coda, il leopardo avanza guardandosi intorno e fiutando l'aria, quasi se sospettasse una qualche insidia. Dietro al maschio vengono i tre cuccioli, vispi e saltellanti come gatini, e la femmina, poco più piccola del compagno, ma meno rapida nei movimenti.
I leopardi sono all'abbeverata. Li vediamo ora vicinissimi e pensiamo ben scorgere i loro magnifici mantelli giallomarrone, particolarmente lucidi, così come sono illuminati dalla luna. I piccoli, lo capiamo dalle loro mosse, vorrebbero attandarsi nel'acqua, ove, allegri e spensierati, sguazzano e saltellano come cagnolini, ma i genitori sono di diverso parere. Due o tre zampate del maschio, date a mo' di scappellotti, ed un materno ruggito della femmina fanno sì, che in un attimo, la famiglia sia riunita e si incammini sulla via del ritorno.

La fuga delle scimmie

Sono appena scomparsi i leopardi, che un grido stridulo, acuto come un segnale, risuona nella selva. E come richiamata dal grido, un'intera tribù di scimmie piomba dall'alto degli alberi ed invade il pianoro. Sono una ventina e più di scimmiotti, dal pelame color cioccolata, alti dai venti ai cinquanta centimetri e straordinariamente umani nelle movenze e nei gesti. Saltellando, gesticolando ed esibendosi nelle più inverosimili capriole, gli scimmiotti, in gruppetti di tre o quattro, scendono all'acqua e si dissetano. Facendo miracoli di equilibrio, si destreggiano sulle roccie taglienti, raccolgono il liquido nel cavo delle mani e se la portano alla bocca. Così, proprio così, come fanno gli uomini.
I più piccoli, allungano le vellose braccia e tentano di imitare gli adulti. ma per essi l'impresa è difficile, dato che giungono appena a sfiorare le acque del torrente. Sono allora i vecchi, certamente i genitori, che, sempre nel cavo delle mani, offrono il liquido alla impaziente ed assetata prole. Le scimmie si attardano al margine del torrente. Certo non hanno fretta di ritornare; e si comprende che attendono l'alba, per andarsene in cerca di bacche selvatiche e fichi d'india.
Ma, ancora una volta, torna a risuonare il grido di segnale, lanciato, ora lo comprendiamo, da uno scimmiotto, issatosi su uno dei più alti alberi con funzioni di osservatore. Il segnale lanciato dalla quadrumane scolta è di pericolo e di allarme. Comprendiamo ciò dai gesti degli scimmiotti e dalle grida paurose di questi. In un attimo la tribù è presa dal terrore e sembra non trovar via d'uscita possibile.
Ma, richiamati da quello che per la sua mole sovrasta tutti e ne è certamente il capo, gli animali si riuniscono in un sol gruppo. Parlottano, o meglio gesticolano, pur avendo l'aria di discutere, un pò tra loro e. al ripetersi del grido di allarme, che risuona sempre più pauroso, battono in precipitosa ma ordinata ritirata e, arrampicandosi sù per le liane, si inerpicano negli alberi e si perdono nella boscaglia.
La fuga degli scimmiotti di fronte ad un pericolo, certo non immaginario, fa acuire la nostra curiosità. Il pericolo, pensiamo, viene di là, dalla giungla; e verso il sentiero che si interna tra il folto della vegetazione si appuntano i nostri avidi sguardi. Un ruggito, che ormai conosciamo, ci attesta la presenza di un leopardo; un rapido smuovere di fronde e la fiera, che ha fugato i pacifici scimmiotti, è davanti a noi.
Strisciando sul terreno, il leopardo si avvicina. I suoi occhi hanno bagliori di fiamma, tutto il suo corpo sembra agitato da un tremito convulso. Si sofferma, fiuta l'aria e, d'un balzo, indietreggia e si nasconde tra i primi rovi della foresta. la belva è affamata, attenda la preda e, forse, con il suo straordinario fiuto, ha avvertito l'avvicinarsi di un boccone appetitoso.

L'agguato alla gazzella

Non vediamo più i leopardo, la lo "sentiamo" là tra il fogliame, proteso sulle quattro zampe e pronto a balzare. Trascorrono alcuni secondi, lunghi come una eternità; poi, timida e paurosa, una gazzella sbuca dal sentiero e si avvicina, circospetta, al torrente.
La bestiola avanza a piccoli passi, sembra che senta il pericolo e non si decida a scendere il greto. Intanto, il leopardo, ventre a terra sulla sabbia, è uscito dal suo nascondiglio e si avvicina alla gazzella.
Vediamo la belva avvicinarsi lentamente. I suoi occhi sprizzano addirittura fiamme, la sua coda, sempre mobile, sbatte l'aria con violenza, mentre la gazzella, sospettosa, ma ignara del pericolo che la minaccia alla spalle, si decide a muovere il primo passo giù per il ciglione roccioso che la divide dall'acqua.
Pochi istanti ancora, alcuni metri da superare strisciando ed il leopardo, spiccato il balzo, potrà affondare i suoi artigli sulle tenere carni della pavida bestiola. Seguiamo la scena come affascinati ed incapaci di fare qualsiasi movimento a pro dell'animaletto innocente che è in procinto di venir dilaniato dalla belva.
Ma quando il leopardo, raccolo sulle zam,pe e stesi i garetti, balza sulla preda, un grido spontaneo esce dalle nostre bocche. E' un attimo, ma il grido ha avvertito la gazzella che, pronta, sventa l'insidia. Un movimento del corpo, ed eccola, diciamo così, fuori tiro. Infatti il leopardo ricade sulla nuda roccia e non fa in tempo a prepararsi per il nuovo balzo, che la rpeda bramata, mossa dalla paura, supera velocemente il corso d'acqua e risalito il greto opposto si dilegua nella giungla.
Passandoci vicina, la gazzella ci scorge. Come a volere dimostrarci la sua riconoscenza per il nostro opportuno vocale intervento a suo favore, ci lancia uno sguardo fatto un pò di gioia, un pò di timore, ma certo pieno di affetto per noi.
Il leopardo, messo sull'avviso dalle nostre grida, sente la presenza degli uomini e, paventando il pericolo, rinuncia a seguire la gazzella, del resto ormai irraggiungibile nell'intrigo della giungla. La fiera, più irrequieta che mai, gironzola per il pianoro e digrigna i denti e sbatte furiosamente la coda, come a manifestare tutta la sua collera.
Ma improvvisamente si arresta. Immobile, fiuta ancora l'aria e poi torna e celarsi nel suo verde nascondiglio.
Un nuovo boccone, al posto di quello già dileguatosi, sta forse per giungere a portata di denti dall'affamata e vorace belva, ma questa volta non è una timida gazzella che viene a sfidare gli artigli del leopardo. Uno scimmione, alto un buon metro e cinquanta, dalle membra muscolose e quanto mai poco rassicuranti, rivelante in tutto il corpo e nei movimenti una grande forza non disgiunta da una buona dose di agilità, sbuca dal sentiero e, senza titubanza, avanza verso il corso d'acqua. Gli arti superiori del quadrumane, straordinariamente lunghi, toccano quasi il suolo, mentre la bestia, a passi lenti, ma con la sicurezza dei forti, va giù per il pianoro.
Formuliamo mentalmente il dubbio che il leopardo attacchi tanto nemico, ma il felino è pronto a smentire le nostre troppo assodate supposizioni. Esce dal riparo, la fiera, si porta avanti alcuni metri con il caratteristico strisciamento e poi, deciso, balza e piomba alle spalle della scimmia.

La battaglia con la scimmia.

L'attacco improvviso, sgomenta un pò il bestione. Ma è un attimo. Compresa la natura del nemico, lo scimmione reagisce. Scrolla con violenza il corpo, poi le due già larghe braccia si allungano tentando di afferrare l'assalitore. Inutilmente: il leopardo tiene duro ed i suoi artigli straziano le carni del quadrumane. Questi getta urla disperate e, in un estremo tentativo di salvezza, piomba al suolo e comincia a rotolarsi sulla sabbia.
Per alcuni istanti vediamo i corpi delle due fiere contorcersi e dibattersi; infine, il leopardo ha la meglio. Approfittando che l'avversario è a terra, lascia la presa alle spalle, affronta lo scimmione di fronte e lesto come il fulmine, affonda i suoi aguzzi denti nella gola del quadrumane.
Vediamo ora il leopardo bere avidamente il sangue della vittima e frugare le carni in cerca dei bocconi migliori. Siamo disposti ad attendere la fine del festino, quando un lontano brontolio del tuono interrompe la nostra contemplazione.
Senza che ce ne avvedessimo, nuvoloni neri e pieni di tempesta si sono ammassati sulle nostre teste. Tra poco anche la luna sarà coperta. E di lassù, ove le acque si perdono verso i monti del Lasta, giunge, con il brontolio del tuono, un rumore sordo e pauroso. L'uragano, che fra non molto giungerà fino a noi, si è già scatenato alla nostra destra; e la piena, la terribile piena dell'Allà, si annuncia con i rumori che ben conosciamo.
Partiamo, per non dire fuggiamo, verso l'accampamento. Occorre far presto se non si vuole che le acque precipitanti dai monti, invadano il nostro sentiero e ci costringano ad internarci nel folto della ignota e pericolosa foresta. Forziamo il asso e via, di fronte all'acqua; proprio come poco fa ha fatto la timida gazzella di fronte all'attacco del leopardo.
La luna è ormai coperta dalle nubi, ma la nostra marcia è veloce come più non potrebbe esserlo. Le due torce elettriche, giganteschi occhi di leopardo, ci portano con sicurezza sulle traccie della gazzella, lungo la via buona.
Cadono le prime gocce, che siamo già in vista delle tende. E lontano, lassù, all' "abbeverata" risuonano le lugubri risate degli sciacalli, che incuranti della tempesta, gozzovigliano intorno agli avanzi dello scimmione.
Le iene, lontane, lanciano al cielo i loro ululati di gioia e sembrano già assaporare gli ultimi fetidi avanzi di quelle che stasera sarà già una carogna, intorno alla quale esse banchettano allegramente.


Dino Corsi

Il Telegrafo del 2 agosto 1936
Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda (V parte)



( V )


Uoldia

La regione di Uoldia, che ha per capoluogo il villaggio omonimo, si estende nell'Amhara orientale, tra la catena montuosa che precipita nel bassopiano dancalo e la linea di colline al confine del Lasta, da dove si diparte la impervia e seminesplorata mulattiera per Gondar.
Il villaggio, o meglio il villaggio principale, chè di villaggi la regione è ricchissima, è situato su di una collinetta, al centro di una valle, interrotta qua e là da rialzi del terreno, piccole montagne e corsi d'acqua. Tutta la zona è ricchissima di pascoli e di colture. Il clima è uno dei migliori dell'Africa Orientale e la terra, particolarmente adatta all'agricoltura, è ricca di acque, mentre il sottosuolo, a detta dei competenti, non è privo di minerali. Ma, dato che noi siamo saliti al villaggio con ben altri scopi che gli accertamenti sulle proprietà del suolo e del sottosuolo, sarà bene lasciare ad altri, anche per ragioni di competenza, l'incarico di porre nella giusta luce le ricchezze naturali della Regione.
E' martedì, cioè giorno di mercato. Giungiamo nella vasta piazza degli affari - un pianoro sgombro da ogni sorta di vegetazione - che un'immensa folla già vi si accalca. Dieci o dodicimila persone ed almeno il triplo di capi di bestiame, eccettuati i polli, che saranno da soli almeno cinque volte tanto, su affollano tra le fila di euforbie delimitanti la zona del mercato.
Apparentemente, nella piazza è una confusione indescrivibile, sventolio di sciamma, ondeggiamento, sulle spalle dei "galla", di pelli di capra, grida non sommesse in una infinità di lingue e dieltti, muggiti di zebre, belati di agnelli, chicchirichi di galli, abbaiar di cani, concioni di banditori, rullar di tamburi, soffiar di zufoli, suono di "irte" - i caratteristici strumenti a coda indigeni - canti di menestrelli, manie di danzatrici e, su tutto, agli sciamma, alle pelli caprine, sui mille rumori, le centinaia di ombrellini variopinti dei capi e delle donne di questi. confusione, caos, babilonia...
Ma basta vincere il senso di ripulso che sempre si fa sentire ad un ammassamento di indigeni, basta resistere alla nausea derivata dall'inconfondibile odore di burro fermentato ed olio di caffè, con i quali sono unte le capigliature femminili e parte dei corpi maschili, basta insomma farsi largo a forza di gomiti e spingersi tra la calca per convincersi che la confusione non è tale, il caos non è che ordine e la babilonia, una pura immaginazione.
Senza che il vigile provveda a ciò, i vaccini si raggruppano in un angolo appartato, gli ovini portano i loro belati in apposito recinto, i polli starnazzano nello spazio loro riservato, i mercanti di grani ed oggetti vari stazionano al centro della piazza, mentre i suonatori di "irte" e le seminude danzatrici portano le loro melodie e i loro lascivi sgambettamenti ai margini della piazza.
Stazioniamo a lungo nel mercato, sempre presi dallo spettacolo nuovo che si offre ai nostri occhi.
Entriamo in trattative per l'acquisto di alcuni cestelli di vimini variopinti, ma non riusciamo ad intenderci con il venditore. Ci facciamo dappresso ad una venditrice di uova, ma anche qui i nostri sforzi sono vani. Le uova, al mercato, si vendono soltanto insieme alle galline, non separate. Così, volendo due o tre coppie per la colazione, si dovrebbe acquistare anche un paio di vecchi ed ossuti polli.
Con un agricoltore, venditore di caffè, abbiamo più fortuna.Ma anche qui, per avere un chilo di caffè in natura, siamo costretti ad acquistare una certa quantità di peperoni rossi e...due colossali zucche gialle.
Carichi dell'ingombrante fardello delle cucurbitacee, ci avviciniamo alla zona, diciamo così, spettacolare. Le zucche, offerte in omaggio a quattro danzatrici, ci fanno assistere ad una indiavolata fantasia, con relativa esposizione di gambe, seni e qualcosa di più.
I corpi caffellatte delle fanciulle - la più anziana avrà si e no sedici anni - sembrano doversi troncare da un istante all'altro, tanto si divincolano e si piegano, spinti ed incitati come sono da una melodia di un "irte" inebriante quanto mai.
Seguiamo ammirati le movenze dei quattro corpi femminili, quando alcune grida ci scuotono dal torpore e ci fanno accorrere al di là della linea di euforbie, sino ai margini del villaggio.
Le grida, di terrore e di aiuto, provengono dall'interno di una capanna. Armi alla mano, facciamo per entrare, ma un indigeno, con un gesto supplichevole, ci ferma sulla soglia del tugurio: Non entrare guaitana! Là stare diavolo. Cattivo diavolo ora andare via. Non entrare guaitana!
Più che mai spinti dalla curiosità di conoscere questo diavolo, entriamo quasi a forza nella capanna. Le grida sono taciute, ma vediamo lo stesso la spiegazione del mistero.
Un uomo, colto, a quel che possiamo comprendere, da un attacco epilettico, è stato creduto - questa è la credenza comune tra gli indigeni - preso dal demonio. E per far sì che Satana abbandonasse il corpo dello spiritato, i famigliari hanno legato il poveretto e, di buon accordo con tutte le volontà degne delle migliori cause, si sono dati a percuoterlo furiosamente con nerbi di bue. Picchia e ripicchia, il disgraziato ha perduto i sensi, si è naturalmente, calmato e quindi, a detta dei congiunti, che hanno perciò improvvisato una fantasia di gioia, il diavolo è uscito dal suo corpo.
Compresa l'impossibilità di far capire a gente tanto primitiva la vera causa del male del loro parente, ci allontaniamo dal tucul ed attraversiamo il villaggio per raggiungere le famose grotte di Tafari.
Strada facendo, tra il dedalo delle viuzze e l'intrigo delle capanne, siamo fatti segno agli omaggi della popolazione, che va e viene dal mercato.
- Salam Guaitana!
- Buon giorno taliano!

Contraccambiamo i saluti con gesti della mano e continuiamo affrettatamente per la nostra via. Abbiamo fretta di giungere alle grotte, dato che ci siamo soffermati un pò più del previsto al mercato, ma non possiamo, di tanto in tanto, astenerci dal rallentare l'andaturra per mirare le bellezze nere che incrociamo nel nostro cammino.
Ho detto "mirare" e non "ammirare", perchè, per belle, le donne nere non potranno mai destare l'ammirazione dell'italiano, che in fatto è abbastanza esigente, forse in considerazione di ciò che l'attenderà al di là del mare. Ma non posso riconoscere che le donne di Uoldia sono tra le belle e forse le più belle, in senso assoluto, di tutto l'impero etiopico. del resto, non per nulla il Negus e la sua corte venivano qui a trascorrere i loro ozi primaverili...
Ozii che quest'anno sono stati bruscamente interrotti dalla nostra avanzata. Tanto bruscamente, che il signor Tafari dovè fuggirsene dal suo quasi elegante cascinale, costruito tra palmizi ed euforbie, e ripararsi nelle grotte, in quelle grotte che per più mesi furono il rifugio preferito del leone di Giuda.
E nella tana, da dove Ailè Sellassiè emetteva i suoi ruggiti, troppo simili a belati, siamo giunti dopo una buona oretta di marcia, attraverso un terreno montuoso, ancora cosparso di opere di fortificazione, rotto da trinceramenti e livellato qua e là da piazzole per mitragliatrici e cannoncini antiaerei.
Preceduti dalle...guide (l'occhialuto studente universitario, celebrità del "Caffè Greco" ) che in virtù dei suoi...fanali marcia all'avanguardia; l'aristocratico scacchista, nonchè celebre cavallerizzo, notissimo tra le pareti della sala damistica del "bar Mosca", ed un funzionario del Ministero delle Finanze, oggi in camicia nera, romano...d'Arezzo, e per l'occasione con funzioni di retroguardia, data la sua mole, non più...come al giorno dello sbarco in Africa orientale, ma sempre discretamente voluminosa e rassicurante), ci inoltriamo pr il camminamento coperto e raggiungiamo la grotta principale, tana del leone di Giuda.
L'ambiente, scavato con il piccone nella dura roccia, è un vero ricovero di guerra. Privo di ogni conforto, ma sicuro quanto mai. Davanti all'apertura, oggi non più protetta dagli infrascamenti, sono ancora trinceramenti e postazioni per la difesa antiaerea. L'interno, un giorno riccamente addobbato con tappeti e mobili di provenienza europea, è nudo e misero. I topi e i lucertoloni vi dominano incontrastati e, non essendo nostra intenzione disturbare i roditori ed i rettili, degni discendenti del leone che fu, usciamo all'aperto e ci liberiamo così della nausea provocata dal tanfo, caratteristico in tutte le abitazioni indigene, e, naturalmente, anche di quella del signor Tafari, degno in tutto, dal lato igienico, dell'ultimo dei suoi sudditi.
all'aria aperta, seduti su tronchi di albero tagliati, ci accingiamo a consumare la colazione, commentando e discutendo sulle impressioni della giornata. Poi, come sempre avviene quando la comitiva è composta in prevalenza da senesi, la conversazione scivola piano piano su Siena e, occorre dirlo?, sulle contrade e sul Palio.
- Sicchè, chiedo io, ha vinto la Giraffa?
- Già, la Giraffa - mi risponde l'occhialuto studente, e per l'ennesima volta si accinge a narrare le fasi del Palio, così come le conosce attraverso una lettera giunta ieri da Siena e magari un tantino abbellite, ed esagerate dalla fantasia di contradaiolo.
- Ha vinto la Giraffa, e l'Oca s'è purgata...
Le scatolette, già aperte, invitano ad iniziare la colazione, le pagnotte attendono solo i nostri voraci morsi e, non mancando l'appetito, ci accingiamo a dar sotto alle provviste.
Tra un boccone e l'altro, continuando la conversazione mai interrotta, uno dei miei compagni mormora: Peccato non ci sia un giraffino; avrebbe pagato da bere...
- Già, aggiunge un altro, e nemmeno un ocaiuolo per levar l'olio dai fiaschi.
Un'allegra risata fa seguito alla battuta. E si ripercuote, il rumore delle risa, nell'interno delle tana, ritornando a noi smisuratamente ingrandito e straordinariamente ironico, come per dire: altro che Oca! Quello di Tafari, si, che è stato un purgante! E che purgante!


Dino Corsi

Il Telegrafo del 1 agosto 1936
Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda (IV parte)



( IV )


Ritorno in famiglia

Oltre Quoram è il famoso "Passo della Morte". Numerose macchine, avanti che avvenisse la definitiva sistemazione della strada, sono finite in fondo ai burroni, che si aprono ai lati della camionale. Oggi il transito è sicuro, se pure gli autisti devono fare miracoli per destreggiarsi tra l'una e l'altra curva e scendono senza incidenti i mille metri, che dall'alto del passo portano alla piana di Cobbò.
Impieghiamo cinque ore per giungere ai piedi del monte. Una colonna interminabile di autocarri, tutti carichi di tonnellate di merci non può procedere che a passo d'uomo per le spire tortuose e paurose della strada. Più di una volta, nello sporgere la testa oltre le assi di abete, in mezzo alle quali ci siamo incuneati, e nel mirare il fondo valle, un brivido di paura ci corre per la schiena. Un attimo di distrazione dell'autista vorrebbe dire un salto di qualche centinaio di metri. Un bel salto indubbiamente, ma meglio non pensarci...
Guadato il torrente Golimà (il ponte è in costruzione) entriamo nella piana di Cobbò. Qui le macchine possono volare. Gli autisti hanno facoltà di sbizzarrirsi. La strada, la vera strada, quella costruita dagli uomini, non è ancora aperta al transito. Necessitano ancora pochi ritocchi, rimangono alcuni tratti da massicciare, prima che gli autocarri possano inoltrarsi per il quasi rettilineo nastro, costruito in poco più di un mese dalle camicie nere della "23 Marzo" e dai Gruppi "Diamanti" e "Mantegna".
Fino ad oggi, e forse ancora per una settimana, gli autocarri e le vetture da turismo hanno via libera nella piana, senza seguire una pista ben tracciata, le macchine avanti tra la boscaglia di alberi altissimi, ma distanti l'uno dall'altro, che ricopre tutta la regione.
La corsa è veloce e maggiormanete lo sarebbe se il terreno, a tratti sabbioso, non consentisse il sollevarsi di nuvole di polvere rossastra di ostacolo alla visibilità.
Sulla sponda destra del fiume Allà incontriamo i primi reparti della "23 Marzo". I legionari stanno gettando il guado sulle acque, dopo aver portato a termine il tratto di strada loro assegnato. Lavorano con l'acqua fino ai ginocchi, ma sono fieri della loro opera laboriosa. Opera di pace e di progresso, dopo le tante oepre di guerra.
Ormai, via via che la nostra marcia prosegue, ci interniamo nella zona ove è di fattivo ed operoso presidio la nostra Divisione. Sfilano davanti ai nostri sguardi gli accampamenti delle Legioni e dei Battaglioni, quelli delle batterie e delle varie sezioni; lungo la strada, curvi a dar di piccone, rivediamo i compagni di ieri, i camerati che in pace come in guerra dividono con noi la gioia e i disagi e pericoli della bella impresa africana.
Da un mese manchiamo ai reparti, ma sembra che la nostra assenza sia durata degli anni, tanta è la gioia che proviamo nel rivedere volti noti ed amati, e nel tornare a respirare quella atmosfera di ideale famigliarità che aleggia in tutti i campi della "23 Marzo".
Abbiamo fretta di raggiungere i nostri reparti, ove ci attendono gli amici più cari, i ricordi più belli. fretta di rivedere la tenda, la casa che ci ha ospitati per tanti mesi, di vedere dove i camerati hanno piantato i teli, di tornare tra le pareti, deboli ma ospitali, di quello che è il nostro palazzo di soldati.E' un pò il desiderio della famiglia che ci spinge a correre, a far correre l'autocarro.
L'autista, al pari nostro, ha fretta di giungere a Uoldia, per lasciare il suo carico e riprendere domani la via del ritorno. Perciò, quando al blocco di Zaiffen un solerte brigadiere dei carabinieri ci consiglia a non proseguire oltre per non inoltrarci con l'oscurità nella paurosa gola di Afellitì, tutti d'accordo - autista e viaggiatori, ascari compresi - insistiamo per continuare il viaggio. Il bravo sottufficiale della Benemerita si stringe nelle spalle e, dopo un incoraggiante "in bocca al lupo", ci lascia via libera. Sapremo domani che il vigile brigadiere, preoccupato della nostra caparbietà, non si è limitato all'augurio di buona fortuna, ma ha telefonato ai suoi colleghi, stazionati all'uscita della gola, avvertendoli, ad ogi buon conto, della nostra presenza nella zona ritenuta, a ragione o a torto non so, pericolosa.
Imbocchiamo il canalone, dopo aver guadato il quinto o il sesto torrente della giornata, che è già notte profonda. La strada, stretta tra le alte roccie, sale, dolcemente. I fari della macchina rompono l'oscurità che comincia a farsi opprimente. Non un segno di vita, ma il silenzio, il buio della sera e le roccie, che al lume dei fanali prendono forma quasi umana, formano un assieme pauroso che opprime e fa fremere.
Seguendo l'esempio datoci dagli ascari, sempre previdenti, carichiamo i nostri moschetti e ci teniamo pronti ad ogni sorpresa. Ma la sorpresa non giunge, almeno da parte di chi si poteva temere. E' invece la pioggia che ancora una volta viene ad interrompere la nostra marcia.
Improvviso e con una violenza insolita, il temporale si scatena. Lampi e tuoni si alternano agli scrosci che diluviano dal cielo. La gola, illuminata dalle scariche elettriche, diviene una paurosa fornace, ove l'acuqa, come un torrente di lava, sembra voler tutto travolgere e distruggere. Uno, due, tre fulmini cadono a pochi metri dalla macchina. E' giocoforza fermarsi e trovar riparo. La macchina sosta sotto un roccione e noi partiamo verso un accampamento che si scorge, attraverso i suoi lumi, a oche centinaia di metri di distanza.
Bagnati fino al midollo, raggiungiamo le tende. I camerati fiorentini della 192.a Legione ci ospitano e così avvolti in coperte e mantelline, passiamo la nottata sotto un baraccone del deposito materiali.
Al mattino, dopo una sola ora di viaggio, siamo al villaggio di Uoldia. Finalmente!
Eccoci così tornati ai compagni e alla dura, ma bella vita del campo. Vita di guerra, anche se la guerra è finita. Vita che si conta ai nostri spiriti di soldati più di quella oziosa, riposante, ma priva di emozioni e di soddisfazioni, dell'Asmara.
I concittadini, i comprovinciali, i camerati tutti sono prodighi di abbracci, di saluti e di complimenti. E non manca - nella tenda dei senesi - l'immediata offerta di una buona colaziome, che divoriamo a quattro palmenti. Dopodichè, dato che la giornata sarà per noi di riposo e non prenderemo servizio che domani, accettiamo con entusiasmo l'invito a recarci, in compagnia di altri, a visitare il villaggio, la sue adiacenze e le famose grotte, al riparo delle quali il Negus diresse le azioni di Mai Ceu e dell'Ascianghi.
Cacciate due pagnotte ed una scatoletta nel tascapane, partiamo verso il centro di Uoldia. E' un giorno di mercato. Motivi di attrazione per chi è nuovo della zona non ne mancheranno, prciò le cibarie sono necessarie, dato che è previsto rimaner fuori...casa fino a notte.


(continua)

Dino Corsi

Il Telegrafo del 31 luglio 1936
Dalla capitale eritrea alla tana del leone di Giuda (III parte)



( III )


Poco prima di mezzogiorno lasciamo Enda Madani e ci apprestiamo a valicare Amba Alagi. Abbiamo atteso a partire perchè l'acqua, caduta abbondantemente in nottata, ha reso difficile e pericolo il transito su per le pendici dell'amba. Ma il sole, vinto lo spesso strato di nubi, che tra poco saranno definitivamente fugate dal vento, è venuto a prosciugare il terreno ed a permettere di viaggiare con tutta sicurezza.
Salutati i concittadini, partiamo per la terza tappa di questo interessante viaggio. Attraversati i pochi chilometri di pianura, l'autocarro si inerpica lungo la camionale incassata tra roccie e macigni.
Per un paio d'ore continua l'ascesa. Il motore sbuffa ma batte regolarmente. I più duri dislivelli sono superati dalla meravigliosa macchina italiana, che costruita per viaggiare sulle strade asfaltate della Patria, sta compiendo, al pari degli uomini, il miracolo del facile adattamento al clima e alle asperità delle ambe africane.
La strada costruita dai fanti e dagli operai, mentre ancora si combattevano le ultime battaglie della guerra, si snoda a spire attraverso erte durissime, sfiora burroni, rasenta precipizi, segue per chilometri e chilometri l'orlo di ampi valloni, e, lentamente ma sicuramente, raggiunge il "Passo Torelli", alla destra del picco più alto del monte.
Di quassù, nei pochi momenti di sosta per le consuete formalità al posto di blocco, possiamo godere il magnifico spettacolo di un panorama incomparabile. Dietro di noi, la valle di Alagi, punteggiata qua e là dalle tende militari, si presenta come un immenso tappeto verde, marchiato in alcuni punti dalle masse oscure dei boschetti di sicomori. E più avanti, oltre la cerchia di basse colline e di declivi boscosi, la piana di Selicot sembra un immenso lago dalle acque limacciose, ai limiti del quale, pari ad una socgliera invalicabile, si erge la mole nerastra dell'Aradam.
Davanti ai nostri occhi, giù per il versante sud delle montagne e più in basso dove il terreno si perde in ondulazioni, è tutta una fioritura di villaggi indigeni, di pascoli, di piantagioni fiorenti e di folte boscaglie i primi, e le seconde tagliate in lungo e in largo da rivi e torrenti, che scendono rumorosi dai canaloni montani per poi adagiarsi a scorrere placidamente là dove il terreno è meno impervio.
Rapido, quasi al pari delle acque, l'autocarro, valicato il passo, discende verso la valle.La discesa è meno lunga e difficile dell'ascesa. La strada, sempre sepreggiando, segue una linea meno tortuosa e le curve, tutte a monte, possono essere affrontate con sicurezza. Lasciata alle spalle l'amba, proseguiamo verso Mai Ceu, attraverso una regione ora pianegiante ora montuosa, ma sempre ricca di vegetazione e cosparsa di villaggi.
Mai Ceu, il villaggio che fu teatro del vittorioso combattimento contro i primi scaglioni della defunta guardia imperiale, è il primo villaggio "galla" che attraversiamo. Notiamo subito la differenza dei costumi degli abitanti. I "galla", se differiscono poco nel fisico dagli altri "amara", si fanno distinguere per la diversità dell'abbigliamento. Tutti, uomini, donne e bambini, portano sulle spalle, a mo' di manto, una pelle di capra, che sostituisce il logoro e, sovente, sporco sciamma degli altri indigeni.
Dediti all'agricoltura ed alla pastorizia, i "galla", siano essi mussulmani o copti, fanno mostra di una fierezza e di un si' spiccato orgoglio di razza, ben rari nelle altre genti etiopiche, eccettuati s'intende gli scioani. Forti soldati, come sono rudi lavoratori, essi posero in fuga le disordinate orde di Mulughietà, resti della potente armata dell'Endertà; e furono ancora i "galla" che dopo i combattimenti di Mai Ceu e dell'Ascianghi colpirono ai fianchi le fuggiasche schiere scioane, gli odiati nemici della loro razza. Odiati e nemici perchè per decenni continui, senza ombra di umanità, avevano ridotto in schiavitù e vessando nella maniera più barbara un popolo di agricoltori e pastori, che null'altro chiedeva all'infuori di sfruttare in pace quella terra che la generosità divina aveva loro concesso.
Dai Mai Ceu all'Ascianghi si viaggia attraverso una serie continua di lievi dislivelli. Le colline si susseguono alle piccole ambe. Per una, due, tre ore. Finalmente un'ascesa più lunga, più dura e poi, dall'alto, il lago si presenta ai nostri occhi ammirati.
Incassato tra le montagne che lo cingono alle due estremità, lo specchio d'acqua si libera al centro della stretta per spandersi nella verde, immensa pianura.
E' il tramonto quando giungiamo nei pressi del lago. La camionale passa a nemmeno cinquecento metri dalla sponda destra. Per una buona mezz'pra la macchina corre veloce tra le alte erbe che nascono nella piana di Ascianghi. Il sole cadente tinge le acque di vermiglio. Di tanto in tanto un colpo di vento fa ondeggiare la massa liquida, che sussulta, rumoreggia, e così rossastra com'è sotto i riflessi del sole, appare simile ad una gettata metallica nel crogiolo della fusione. I pastori e gli agricoltori, terminata la giornaliera fatica, vanno verso le capanne. Gli uni spingendo innanzi le mandire di zebù ed i greggi di capre belanti, gli altri portando a spalle gli strumenti del lavoro e recando in cestelli di vimini i frutti di questa terra generosa.
Lenti, a lunghe file, passano ai margini della strada i coloni "galla". Cantano una canzone piena di sentimento e di musicalità. Non ne comprendiamo le parole, ma la musica la "sentiamo" e la gustiamo, anche se i battiti del motore rompono un pò la pace della sera che scende.
I pastori, montati su focosi cavallini, incitano le loro bestie e spingono gli armenti modulando un "Uooau!" prolungato e sommesso, come ad accompagnamento della nenia degli argicoltori.
La macchina corre, come sempre, ed il motore, ridendosi della musica, del sentimento e del tramonto, pulsa forte, sbatte, sbuffa e lancia nere fumate, che salgono in alto per confondersi cn le nubi che già affiorano all'orizzonte.
E' notte, quando giungiamo a Quoram. Un salto alla cantina per una frugale cena e poi i capannoni del Comando base ci ospitano per il riposo notturno.
Un giorno di sosta tra il villaggio indigeno e l'accampamento militare è inevitabile. Sono gli elementi che ci costringono a ciò. La pioggia, cominciata a cadere in nottata, si fa viva a sprazzi anche in giornata. Di tanto in tanto il cielo si rannuvola, il vento si calma e la musica ha inizio.
Se non propriocome eravamo ormai rassegnati a vederle e a subirle, queste "grandi piogge" sono innegabilmente degli uragani tremendi e violenti, come ben raramente se ne hanno in Italia. Dapprima lentamente e in silenzio, quasi volesse chiedere il permesso, poi con violenza ed accompagnata da raffiche di vento, l'acqua cade a torrenti per delle mezz'ore e talvolta per delle ore continue. Poi, tutto si calma, il sole torna a splendere e quando il terreno sta per asciugarsi e quindi per lasciar via libera alle macchine...ridaccelo! Ciò, ben inteso, non sempre. Normalmente Giove Pluvio invia i suoi messaggi nel primo pomeriggio, ma sovente si fa vivo anche in ore non regolamentari ed allora son guai. Guai come quelli che hanno prolungato la nostra permanenza a Quoram e, conseguentemente, ritardato di una giornata l'arrivo a Uoldia.

(continua)


Dino Corsi