venerdì 14 dicembre 2012

Le corrispondenze dall'Africa dal 24 Maggio 1935 al 14 Novembre 1935

Il Telegrafo del 8 novembre 1935
Coi legionari senesi attraverso il Tigrai

Tigrai,ottobre
Travolgente, irresistibile, la marcia continua. Adigrati, Entisciò, Daro Taclè, Adua, Axum sono le prime tappe, che le legioni e i battaglioni, ormai lanciati verso la meta segnata dal Duce e dal destino, hanno bruciato nella loro avanzata celere, possente ed ordinata ad un tempo. Tappe che sono pagine di storia, conquiste che mostrano l'entusiasmo e la fede dei militi e dei soldati dell'Italia nuova, uniti tutti sotto le insegne del Littorio e miranti, sia i primi che i secondi, al raggiungimento di un traguardo, simbolo di gloria, di conquista, di potenza e di romanità imperiale.
Qua, nel settore del Tigrai ove opera la "23 Marzo", gli sguardi di tutti sono volti in avanti: con ansie e con pari certezza di vittoria, si guarda a Macallè, alla piana già glorificata dal valore delle truppe italiane, a quella piana che vedrà domani brillare al sole, nel possente "A noi!" del saluto all'Uomo che guida i destini della Patria, i diecimila pugnali dei legionari di quella divisione che si è meriata e si merita il significativo aggettivo di "Implacabile".
Adua è stata lasciata a destra dalle schiere delle fiamme nere e la cittadina più pittoresca e ricca di tutto l'altipiano tigrino non è ormai che un ricordo nelle menti dei militi, che, tutti protesi nello slancio superbo indomabile, non hanno tempo di guardare indietro, ma mirano innanzi a loro, pronti a tutte le battaglie e a tutte le conquiste.
Macallè è là. E dall'alto di quella roccaforte, che un giorno i nostri avversari, cento contro uno, non seppero espugnare, sembra erigersi superba la sacra ombra di Galliano ad animare le forti schiere dei soldati di Roma, nell'attesa di vedere ancora sventolare il tricolore Italiano sul picco pietroso che vide e conobbe l'eroismo del più fulgido eroe delle nostre guerre coloniali.
Già ad Adua, l'eroico invitto difensore del forte di Macallè, rivisse, insieme ai suoi compagni di fede e di martirio, nel significativo e commovente rito dell'Appello Fascista; ma domani, quando le Camicie Nere della Divisione primogenita, irromperanno, tutto travolgendo, in quella piana che è una delle più possenti roccaforti nemiche, lo spirito stesso dell'Eroe sarà con noi e sembrerà che Egli stesso, insieme a tutti i morti di Adua e di Dogali, unisca il suo "Presente!" a quello che uscirà dai cuori commossi di diecimila militi.

Il Tigrai: Toscana Africana

Cento chilometri, pochi più, pochi meno, percorsi dal giorno in cui, guadato il Mareb, ponemmo piede - ospiti quanto mai indesiderati - in casa del Negus, ci hanno fatto conoscere ed ammirare le bellezze e le infinite ricchezze naturali del Tigrai. A circa duemila di altitudine, interrotto qua e là da ambe irte e pietrose, l'altipiano si estende per centinaia e centinaia di miglia, attraversato in lungo e in largo da corsi d'acqua e da torrenti che portano a valle masse di liquido prezioso e necessario sia agli uomini che alla terra.
Ovunque, e particolarmente nei pressi dei fiumi, la vegetazione cresce rigogliosa. Poche piante tropicali, ma in compenso immensi appezzamenti di terrreno coltivati a grano, granoturco, orzo, avena,ecc. Coltivazioni che danno due, ed in certe determinate zone, anche tre raccolti all'anno, senza che la terra sia mai stata solcata dal ferro dell'aratro e abbia conosciuto l'inestimabile aiuto del concime chimico. Uno strumento primitivo di legno che sta all'aratro come Addis Abeba sta a Roma, "sfruzzica" la terra per pochi centimetri ed il campo è pronto per la semina.
Le messi vengono su rigogliose in un tempo brevissimo, senza che gli indigeni debbano faticare o "rivoltare" la terra.
- Fusse a Montalcino una terra così - mi diceva giorni fa un camerata, forte agricoltore del montalcinese - in du' mesi doventerei più ricco del Forteguerri.
Ed il convincimento del bravo contadino è qui condiviso da tutti. Basta osservare gli orti improvvisati qua e là dalle truppe di passaggio, orti dove gli ortaggi crescono a vista d'occhio, per rendersi conto di quanto queste zone potrebbero dare dall'agricoltore se lavorate e trattate con sistemi razionali e moderni.
Un'altra ricchezza del Tigrai sono i pascoli. Dove gli indigeni (poco numerosi e, sia pur detto, poco dediti alla terra, forse perchè non ne conoscono le infinite risorse) non spandono le sementi, prosperano i pascoli e le mandrie numerose di vaccini, ovini ed equini, vivono in apparente libertà tra il folto delle alte erbe e delle piante selvatiche, che prosperano, oggi in tante zone semi abbandonate, terre che saranno domani redente dal lavoro dei nostri coloni, una immensa ricchezza della Patria lontana.
Nei pressi di Adua ed ovunque nella Regione del Tigrai orientale, sono numerose le piantagioni "alla toscana". Piselli, fave, zucche, cipolle, ed ogni varietà di ortaggi compresi la salvia ed il ramerino (particolarmente utili qui dove la selvaggina abbonda), si trovano quasi ad ogni passo, e non sto a dire quale gioia queste piantagioni sono salutate dalla truppa.
Una gioia derivante da due sentimenti opposti, materiale l'uno, quello che proviene dalla speranza di gustare un frutto fuori stagione...e fuori ordinanza, strettamente morale e nostalgico l'altro, quello cioè che deriva dalla sensazione che si subisce scorgendo quelle piante e quei frutti che hanno un certo non so che di toscano e di casalingo.
E, sembrerà un assurdo, ma è la verità, sia il fatto di vivere costantemente a contatto con compagni della nostra Regione, sia la nostalgia o sia, e forse è proprio questo, che queste terre hanno talvolta dagli aspetti che ci ricordano la nostra bella campagna, il fatto è che molto spesso avviene di dimenticarsi se la terra che calpestiamo da più giorni è realmente tanto e tanto lontana dalla terra toscana.
una di queste mattine, tutto preso dalla bellezza del panorama che mi si parava davanti, domandai al minore di quei tre fratelli senesi del Bruco, volontari della "23 Marzo", se non sembrava anche a lui di trovarsi in un certo punto della campagna toscana e magari di quella senese.
- Già - mi rispose il bravo ragazzo, ma senza una punta di nostalgia -a occio potrebbe anche essere, ma c'è un ma...
- Cosa c'è?
- C'è, che per sembrare proprio toscana davvero, ci manca Siena, il panpepato, il buristo e il "Bru'0". E di'o po'o!
Lì per lì fui convinto. Ma in seguito, di fronte al persistere dei segni di fertilità e considerando quanta grazia di Dio possono donarci queste terre si è radicata in me la certezza che, se non proprio toscano al cento per cento, l'altipiano del Tigrai è una di quelle Regioni che meritano l'onore di esser lavorate e sfruttate dai figli di Roma. E soltanto da essi.

Vita allegra, vita sana

Che la guerra richieda dei sacrifici è cosa risaputa da tempo. Che le guerre coloniali, ed in ispecie quella che si sta svolgendo attualmente, accentuino i sacrifici e richiedano un forte dispendio di energie è cosa risaputa pure questa. Ma è risaputo, almeno da chi vive in continuo assillo per il figlio, il padre, il fratello, lo sposo lontano, che ogni sacrificio, ogni privazione e tutte le fatiche possono essere facilmente superate e rese lievi quando non fa difetto l'allegria, quell'allegria sana che anima oggi i soldati italiani in A.O.
La mestizia, la malinconia, le lamentele e le faccie tristi sono bandite dagli accampamenti. E specialmente dagli accampamenti dove i senesi sono in buon numero. e tra quelli della Divisione CC.NN., i senesi non mancano in nessuno; quindi oguno ed in ognimomento l'allegria domina tra la Camicie nere, sovrana ed incontrastata.
Al termine di una marcia faticosa, dopo qualche mezza giornata di digiuno, di ritorno da un servizio di pattuglia conclusasi con qualche lieve scaramuccia, dopo varie ore di faticoso lavoro stradale (giacchè le Camicie nere, come del resto i soldati dell'Esercito, via via che avanzano, tracciano da loro le strade che aprono il transito agli autocarri e conseguentemente permettono il continuo e regolare rifornimento di viveri, munizioni e quant'altro è necessario), ogni qual volta insomma lo spirito è propenso alla malinconia, c'è sempre qualcuno nella massa che risveglia il buonumore e fa sparire ogni traccia di mestizia nei volti.
Basta un nonnulla, un motto di spirito, il racconto di qualche più o meno piccante barzelletta, lo "sfottò" a carico di questo o di quell'altro, e la malinconia lascia il posto alla più spontanea e più sana allegria.
Non posso nascondere che tra noi, tra i senesi voglio dire, c'è sempre chi fa le spese per tuti. "Sagome" non mancano in nessun reparto e "sagome" sono tutti i senesi.
Ma "sagome" così ben sagomate che sono un piacere a vedersi. Tipi...tipici di tutte le contrade e di tutti i paesi.
Quello di S. Gimignano, del quale ho parlato nelle ultime due corrispondenze, non ha ancoracessato di far le spese per le risa di tutti. Una di queste mattine, potrei dire notte giacchè erano solo le 4, mentre la truppa era già schierata per lasciare il campo, il nostro non più barbuto eroe (la barba l'ha lasciata...per misura precauzionale) apparve in testa alla colonna portando, legato ad una cordicella, un vispo e giovane somarello, in tutto simile a quello già caduto sotto i suoi colpi. Risata generale, motteggi e poi, a bruciapelo, l'insidiosa domanda:
"Che è fratello di quell'altro?". Subito seguita dalla risposta a bomba, some si dice a Siena:
- Già. Pro...proprio il fra...fra...tello. Ma questo l'ho fa...fatto prigioniero. E l'ho po...portato a te, per...perchè ti...ti...mancava lo specchio!
Un nuovo scopio di risa salutò la toccante battuta. E per quel giorno il figlio delle belle torri fu veramente l' "eroe".
Troppo lungo sarebbe elencare tutti i fattarelli ed i motti di spirito che rallegrano la nostra esistenza e ci aiutano a sopportare le fatiche ed affrontare i sacrifici, ma questa, tanto per finire, merita di essere raccontata.
Giorni fa la posta aerea portò ad un nostro compagno - un rude agricoltore della Val d'Elsa - la lieta notizia della nascita di un bambino. Complimenti da parte dei camerati e da parte dei superiori, strette di mano, abbracci, ed infine la decisione del neo genitore di comunicare il lieto evento al COmandante il reparto.
Con la lettera spiegata in mano, il "babbino" corre verso il Centurione che sopraggiunge. L'emozione lo vince, tanto che, dimentico delle regole di disciplina e di educazione, si pianta davanti al superiore e pone sotto i suoi occhi il foglio recante l'annuncio.
- Signor Capitano, m'è nato un ragazzo! E' nato dalla mi' moglie...insomma è nato in casa!
- Bravo! Rallegramenti!
- Io lo sapevo che doveva nasce...
- Me lo immagino!
- Era bell'a un punto quando andiedi in licenza...So' tanto contento, Sor Capitano, ma mi sa a mill'anni di vedello, il mi' fruicchio!
- Lo vedrete, lo vedrete se Dio ci assiste.
- Ma io, ecco Sor Capitano, vorrei una licenzina...
- Impossibile ragazzo mio, impossibile.
Ed il Centurione, un ottimo uomo e padre di famiglia anch'egli, spiega le ragioni che impediscono la concessione della licenza e tenta, con buone parole, di attenuare il giustificato desiderio del genitore novellino. Il quale, apparentemente convinto, ringrazia, saluta e si allontana in silenzio. Ma poi torna sui suoi passi e rivoltosi nuovamente all'ufficiale, dice con la massima naturalezza:
- Lei ha ragione, Sor Capitano, ma se proprio un si pole da' la licenza, mi dia un permessino di ventiquattr'ore. Fo' un salto a casa, abbraccio il marmocchio e torno subito.
Non sto a descrivere la risata che ne seguì, perchè proprio in questo momento la trombetta sta suonando l'adunata per il rancio; ed il corpo ha i suoi diritti, almeno quanto il giornale.


Dino Corsi

Il Telegrafo del 20 ottobre 1935
Con i volontari senesi in marcia verso Adua

Etiopia, ottobre
L'ordine atteso e sospirato da mesi è finalmente giunto! E la grande marcia si è iniziata tra l'entusiasmo dei militi e dei soldati dislocati in A.O.
La meta che il Duce ha segnato è lontana,, ma sarà raggiunta nel tempo più breve, tanta è la foga travolgente delle Legioni e dei Reggimenti, tutti protesi nell'avanzata verso i futuri confini del nuovo Impero di Roma.
Nessun ostacolo della natura, nessuna potenza umana potranno avere ragione della fede ardente e della forza inarrestabile che distinguono la gioventù della Nuova Italia, inquadrata sotto i segni del Littorio e guidata dall'Uomo che Iddio ha voluto fosse il degno continuatore delle gesta dei Cesari.
Lontani migliaia e migliaia di chilometri dalla Patria, ma uniti nell'amore della terra nostra e nell'Ideale comune, le schiere dei giovani legionari guardano all'avvenire con la fiducia dei forti ed affilano le armi e temprano gli spiriti in attesa delle prove future.
Vercato il confine e posto piede in quelle terre che già conobbe gli eroismi dei nostri nonni, rese definitivamente italiane quelle regioni che furono teatro di gesta gloriose e conobbero lo spirito combattivo e la forza della razza italiana, inalberati i tricolori della Patria e le fiamme nere della Rivoluzione sui picchi pietrosi e sulle alte vette delle montagne, che già videro ondeggiare al vento le incontaminate bandiere dei "reggimenti martiri del '96", cancellata in poche ore la pagina nera della nostra storia e vendicato il martirio di quindicimila eroi, i fanti - tutti in Africa siamo fanti - del '35, degni discendenti di quelli del '15, proseguono la marcia con nell'animo la volontà più ferrea e negli occhi la visione di Roma e del Duce, visione che diverrà un giorno realtà, quando cioè essi riceveranno il premio delle loro fatiche, l'unico premio al quale ambiscono: la sfilata davanti a Benito Mussolini per le vie della Città Eetrna.
La meta di tutte le marcie, lo scopo di tutte le battaglie, il premio di tutte le fatiche: Roma.

Avanti, oltre il confine

Quando a Gurà ci raggiunse l'ordine di spostamanto in avanti, tutti intuimmo che la grande ora stava per suonare.
Le lunghe giornate di sosta in un accampamento comodo, troppo comodo per chi sognava la guerra, avevano si riposato i corpi, ma anche aumentate l'ansia e l'aspettativa che era in tutti. E l'ordine di partenza fu salutato come una liberazione.
Avanti, avanti, sempre avanti! E tra i canti di entusiasmo, la marcia ebbe inizio. Una, due, tre tappe e poi il confine.
Un passo, un balzo, ed una nuova grande pagina di storia era scritta. La notte dal 2 al 3 accampammo oltre confine, nei pressi di un grande corso d'acqua.
Mai le tende furono piantate con tanto entusiasmo, mai il riposo fu assaporato come quello della prima notte in terra etiopica.
A dire il vero, un contrattempo imprevisto venne a turbare per pochi minuti la calma che regnava sovrana nell'accampamento. Contrattempo alquanto comico, del quale fece le spese quel tal sangimignanese, di cui già parlai nella mia precedente corrispondenza.
Il barbuto figlio della città turrita (perchè il nostro si pavoneggia con i quattro peli che ha lasciato crescere sotto il mento) era di guardia armata all'accampamento.
Sveglio come sempre, occhi aperti e moschetto alla mano, il nostro camerata stava all'erta, tutto preso dalla responsabilità che gravava su di lui.
Verso le due del mattino, un rumore sospetto, proveniente dal folto di una macchia, desta l'attenzione della vigile scolta. La notte era buia, non si vedeva a cinque metri di distanza, il rumore persistente, tutto insomma era fatto per allarmare la sentinella. La quale sentinella, senza perdre per un solo istante il sangue freddo, si avvicinò lentamente al cespuglio, fino a quando scorse un'ombra che si muoveva fra il fogliame.
- Chi va là? - Nessuna risposta.
- Alto là! - Silenzio assoluto.
L'affare si complicava. Il bravo ragazzo ripetè per scrupolo di coscienza le intimazioni d'uso e poi, impugnando il moschetto e presa la mira, lasciò partire il colpo in direzione dell'ombra misteriosa.
Il colpo si ripercosse nel silenzio della notte e, in un attimo, svegliò tutti i dormienti. Le tende si aprirono e fu un accorrere di militi verso il posto da dove era partita la moschettata.
Fermo al suo posto con l'arma fumante fra le mani, lo sparatore indicò agli accorsi il cespuglio dove si intravedeva un corpo steso a terra.
- Ho spa...sparato là.
- Ma contro chi?
- U...u...un lo so (l'emozione rendeva più accentuata la leggera balbuzie). Fo...forse un a...a...bissino.
Qualcuno si avvicinò al cespuglio a trasse fuori dal fogliame il cadavere di un piccolo somarello di pochi mesi. La povera bestia, on avuta l'accortezza di rispondere con un bel raglio al "chi va là", aveva pagato con la vita il suo silenzio.
- E questo l'abissino?
- O don Chisciotte!
- A san Gimignano, questi so' leoni!
I commenti si intrecciarono e per un pò sopraffecero la povera sentinella, convinta, e giustamente, di aver fatto il suo dovere. Ma passato il primo istante di sbigottimento, il bravo ragazzo si riprese: - Dopo tuto sarà un ciuco, ma è sempre un ciuco abissino.
- Ma te avevi detto che era abissino, non un ciuco.
- O l'abissini un so' ciuchi, un so' bestie, Dio bonino! - E con questa uscita liquidò tutti e riprese il suo servizio di guardia.
Lentamente il silenzio si rifece nell'accampamento, ed unica traccia dell'accaduto rimase il corpo dell'asinello. Rimase per poche ore, giacchè al mattino numerosi improvvisati fornelli cossero a dovere le tenere carni della bestiola, confezionate in tante bistecche e cotolette...alla sangimignanese.
Il mio caro amico non mi porterà rancore, ne sono certo, se ho voluto far conoscere ai lettori de "Il Telegrafo" e particolarmente ai suoi compaesani, la sua prima avventura di guerra. Del resto questi fatterelli caratterizzano la vita militare e servono ad aumentare il buon umore della truppa e sarebbe un peccato non nominarli a chi, lontano, tanto lontano da voi, vive in continua ansia per i suoi cari, senza pensare che noi viviamo le più belle e le più allegre giornate della nostra vita.
Le più belle giornate! Giornate indimenticabili! Giornate che si susseguono lasciando in noi un ricordo incancellabile, ricordo che rimane il più caro dell'esistenza per tanti e tanti, che come me, come noi, hanno la fortuna di viverle.
La sosta nei pressi del fiume fu breve. Il pomeriggio successivo alla nottata del 3 ottobre levammo le tende, e dopo un bel bagno preso nelle prime acque abissine ("bagno nell'acqua di colonia del Negus" come disse un bello spirito staggese) incontrate sul nostro cammino, la marcia riprese tra il movimento e la confusione apparente delle retrovie.
Avanti, avanti, sempre avanti! Ogni passo un fremito di commozione e ogni metro un'ondata di entusiasmo.
Ricordi di un passato di lotta e di glorie italiche ovunque. "Qui nel '96 sostò il battaglione tale", "In questo villaggio riposò la tal'altra compagnia". "Di qui passò la colonna Baratieri", "Dall'alto dei quei monti, l'artiglieria bombardò il nemico". Ricordi che fanno fremere e gridano vendetta.
E l'ora della vendetta è suonata. Le aquile di Roma volano sul cielo abissino, volano e fanno udire il canto possente di motori apportatori di civiltà, ma anche di morte e distruzione se le circostanze lo esigeranno.
In basso, a valle o su per i dirupi rocciosi, passano i battaglioni e le legioni con tutte le bandiere al vento. Passano e vanno avanti, verso la vittoria, verso la gloria imperiale. E le bandiere e i labari, brani di Patria sacri e venerati, sembrano proteggere con la loro ombra i vivi e salutare tutti i morti per la grandezza dell'Italia.
Anche noi senesi abbiamo le nostre bandiere. Piccole, ma tanto grandi!
Una fiamma nera con scritto in mezzo a lettere d'oro un nome sacro: Rino Daus, è in consegna agli artiglieri, un gagliardetto tricolore, donatoci prima della partenza da Siena dai nostri balilla, è nel quartier generale della "23 Marzo", nua bandierina bianco-nera ricordo dell'A.C. Siena si trova in mano ad un milite, che fu ieri un "tifoso" appassionato ed è oggi un soldato entusiasta e pieno di fede.
Tre vessilli modesti, che comprendono in loro tutta la nostra fede ed i nostri ideali: il nero dello squadrismo, il tricolore della Patria, e la Balzana della nostra Siena bella.
Tre fiamme che hanno già garrito al vento della conquista e che sventoleranno domani al vento della vittoria, per dire tutto il nostro amore e la nostra dedizione al Fascismo, alla Patria, alla città dei nostri sogni.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 17 ottobre 1935
Ad oltre 2000 m tra la primavera eterna dell'altopiano eritreo (II parte)

( II )


Eritrea, settembre
Giorni fa, ci recammo a far visita al villaggio indigeno situato nell'amba di Gurà, nel luogo stesso che nel 1868 fu teatro del combattimento tra le forze abissine dell'Imperatore Teodoro e quelle egiziane, che provenienti dal Sudan avevano invaso l'altopiano eritreo.
Eravamo una diecina, tra i quali il solito amico di Buonconvento, molto prezioso perchè a conoscenza della lingua degli indigeni, appresa durante la sua permanenza in Libia, dai nostri ascari eritrei.
Più che il desiderio di visitare il villaggio, simile in tutto a tanti altri già visitati, ci spingeva la speranza di poter trovare traccia della grande battaglia che vide la morte di 60.000 egiziani e 30.000 abissini. Ancora una volta fummo delusi. Le ultime traccie sono già scomparse da tempo, e della tragedia dei due popoli no rimane che un vago quanto mai impreciso ricordo nelle menti degli indigeni, poco propensi però a parlare di un passato che per non aver vissuto, non li interessa che relativamente.
Fummo ricevuti dal sacerdote copto, un giovane prete educato, gentile ed intelligente, che incontrammo alle prime capanne del villaggio. L'ospite, a nostra richiesta, ci diede una infinità di informazioni riguardo gli usi, i costumi, la religione e tutto ciò che si riferiva agli abitanti del villaggio, posto sotto la sua tutela spirituale. Informazioni delle quali ho fatto tesoro e che mi saranno di ottimo ausilio, quando, tra breve, descriverò ai lettori del "Telegrafo" le mie impressioni particolari su quanto la Colonia Eritrea ha e mostra di veramente africano, di puramente e schiettamente orientale.
Dopo un colloquio prolungatosi per più di un'ora, il giovane sacerdote, chiamato altrove dai doveri del suo ministero, ci affidò ad un vecchio indigeno, che ci fece da guida attraverso il villaggio. Da guida e potrei aggiungere da cicerone, giacchè egli, in un italiano perfetto, completò le preziose informazioni dateci dal sacerdote, e ci disse tuto quanto sapeva - e non era poco - delle sue genti e di quelle di altri villaggi circostanti.
La visita si protrasse per più di un'ora, dato che ogni capanna od ogni tucul avevano qualcosa di particolare che serviva a richiamare la nostra attenzione e a risvegliare in noi la curiosità, prontamente soddisfatta dall'impeccabile guida. Ci decidemmo a tornare all'accampamento che già annottava. Ma il vecchio indigeno non volle lasciarci partire senza averci offerto prima una tazza di the. Fu giocoforza accettare l'offerta e la conseguente ospitalità in un tucul, più oscuro e più misterioso degli altri.
Entrammo dalla stretta e bassa apertura, spostando la stuoia di canne e chinando la testa. In dieci quanti eravamo, occupammo quasi completamente lo spazio limitato che componeva tutta l'abitazione del nostro ospite.
Il vecchio indigeno, entrato per primo, si affaccendava intorno ad un primitivo fornello, mentre noi, in piedi e silenziosi, attendevamo che la calda bevanda fosse pronta, per uscire da quel luogo angusto e un tantino pauroso. La notte africana era già scesa con tutta la sua rapidità e le ombre della sera, rotte appena dalla brace ardente del fornello, incombevano su noi, cagionandoci un senso di timore, per non dire di paura.
Forse la suggestione, forse l'effetto di sapersi in mezzo a gente sconosciuta e, se si vuole, un tantino selvaggia, il fatto si è che tutti, quasi automaticamente, ci stringevamo l'uno all'altro, come per preparare a difendere i nostri corpi dall'oscura minaccia che sembrava gravare su noi.
Qualcuno pensò di andarsene, altri fecero il proponimento di non bere quel the, che (ormai il cervello non ragionava più) poteva essere anche avvelenato.
Finalmente il vecchio indigeno ruppe il silenzio: Se arbù vuole luce, la c'è candela.
Ci precipitammo, dico ci precipitammo verso l'angolo indicatoci dall'indice nero e ai nostri occhi smisuratamente lungo, dell'ospite nostro. La candela fu prontamente accesa, ed il tenue chiarore della fiammella rischiarò la capanna, dando forma alle cose circostanti e mostrando ai nostri occhi quello che non avremmo mai supposto vedere nella capanna di un indigeno, a 16° dall'Equatore.
Appesa alla parete prospiciente l'ingresso al tucul, racchiusa in una rudimentale cornice sprovvista di vetro, un brevetto: "In nome di S.M. Vittorio Emanuele III, l'ascaro Matteo Macum è decorato di medaglia d'argento al valor militare..." E più sotto la motivazione: una pagina di eroismo e d'amor patrio.
Tutti, sorpresi ed ammirati, non potevamo distogliere gli sguardi da quel documento sbiadito, simbolo dell'eroismo dei nostri ascari. Ancora una volta il vecchio indigeno ruppe il silenzio:
- Quella è una medaglia guadagnata in Tripolitania nel 1912. Medaglia vera però è qui.
Apertasi la tunica bianca, ci mostrò il petto nudo, sul quale, scendente dal collo, all'estremità di un cordone azzurro, pendeva vicino ad un crocifisso d'oro, il dischetto d'argento con l'effige del Re Soldato.
- Io combattuto molto, riprese il vecchio, e molto contento servire Italia. Mio figlio morto a Cufra. Ascari come me, ma morto.
Si tacque. Ma nei suoi occhi leggemmo una commozione sì intensa, che noi lo pregammo di dirci tutto, di narrarci tutto di lui e di suo figlio.
L'ascaro ci versò il the; e mentre noi sorbivamo la bevanda, che non c'era mai sembrata tanto gradita, ci disse la storia della sua famiglia, la sua, quella di suo figlio e quelle di tutti gli ascari, che per una patria lontana, lottano con fede, si fregiano il petto d'azzurro e muoiono da eroi.
Ci disse poi dei suoi due ultimi figli, arruolatisi recentemente insieme a tutti gli uomini validi del villaggio, circa 400, ed oggi ai confini con il loro battaglione, per la difesa dei diritti e del buon nome dell'Italia.
Rimanemmo a lungo nella capanna, non più oscura, non più paurosa, ma tutta illuminata da una fiamma di amor patrio. Uscimmo a tarda ora. Dopo aver salutato ed abbracciato l'ospite nostro, prendemmo la via del ritorno.
I timori insulsi e le paure varie erano scomparsi. Tranquilli e sereni, traversammo senza guida tutto il villaggio. La luna sorta da poco ci illuminava il cammino. Ed i raggi dell'astro notturno avevano, nella notte nera, gli stessi riflessi argentei che aveva poco prima la medaglia al valore sulla nera epidermide dell'ascaro.
E mentre i primi ci indicavano la strada da percorrere per tornare all'accampamento, i secondi ci insegnavano la via della gloria.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 16 ottobre 1935
Ad oltre 2000 m tra la primavera eterna dell'altopiano eritreo (I parte)

Pubblichiamo una seggestiva lettera inviataci dall'Africa Orientale dalla Camicia nera Dino Corsi, nostro apprezzato collaboratore, lettera nella quale si ha una visione netta della serenità con cui le truppe italiane si accingevano alla conquista di Adua, avvenuta qualche giorno dopo l'invio della lettera stessa. Ecco la prima parte della corrispondenza:

( I )


Eritrea, settembre
Da Ghinda, meta della nostra prima tappa africana, la marcia proseguì celermente verso le regioni dell'altopiano, che oggi ospitano le legioni della "23 Marzo".
Marcia lunga attraverso zone ricche di vegetazione, di acque e di infinire varietà di selvaggina. L'Eritrea, da taluni definita il paese dell'eterna primavera, talvolta...marzolina (cioè pazzarella), potrebbe ben dirsi anche il paradiso dei cacciatori, tanta è l'abbondanza dei volatili, delle lepri e delle gazzelleche popolano le verdeggianti e sassose ambe ed i piani sterminati, coltivati a grano, granoturco, orzo, biada, ecc.
Di questa abbondanza, che potrebbe soddisfare pienamente il più esigente degli appasionati allo sport venatorio, ne hanno tratto vantaggio un buon numero di militi, molti dei quali cacciatori di primo pelo, che con il modesto ausilio di una più che modesta fionda - il classico "schizzetto" della nostra infanzia - hanno riportato...a casa, dopo poche ore di caccia, carnieri così abbondanti, come ben raramente se ne vedono a Siena la sera del 15 agosto.
E le gavette, le umili gavette, hanno avuto l'alto onore di contenere, sia pure saltuariamente, le prelibate carni dei colombi, delle tortore, delle faraone, dei merli e di una infinità di volatili "di becco fino". E non sono neppur mancate le classiche "pappardelle".
Ho detto dell'abbondanza delle lepri, ma debito dire ancora con quanta facilità queste bestiole si fanno prendere. Che a non essere molestate da nessuno e per nessun motivo, ben raramente fuggono alla vista dell'uomo, rendendo così facile la loro cattura...e conseguente cottura.
Forse, da oggi, da domani, anche le lepri si adatteranno alle circostanze e diventeranno prudenti, caute, e ciò che più conta, celeri come lo sono le loro sorelle italiane.
Frattanto questi saporosi animali, unitamente agli uccelli di varie specie, hanno assolto brillantemente il loro compito che era, e a nostro giudizio, è e sarà, quello di procurare, con la cattura, un diversivo alla vita ordinaria della truppa e, con la cottura, un ancor più gradito diversivo al rancio di tutti i giorni.
Ho parlato degli animali commestibili, perchè, con mio grande rammarico, ben poco posso dire delle tanto decantate fiere, delle quali, almeno secondo le descrizioni dei soliti africanisti da ceffè, queste zone dovrebbero pullulare.
Dopo la forte delusione provata all'oasi di Massaua, delusione che fu il compendio di una ardita spedizione contro...un venditore di bibite fresche, avevo sperato di rifarmi durante la nottata di riposo trascorsa a Ghinda. Em mentre nell'accampamento tutti dormivano ed eassaporavano un meritato riposo, il sottoscritto, insieme ai compagni reduci della spedizione nell'oasi, se ne stette in attesa delle iene e degli sciacalli, che manco avevano intuito il nostro vivo desiderio di fare la loro personale conoscenza, preferirono, per quella notte, il calduccio delle loro tane alla leggera brezza notturna. Cosicchè fu giocoforza rimettere ad altra occasione la tanto sospirata presa di contatto con i carnivori notturni.
Ma l'occasione di trovarsi a tu per tu con le iene e gli sciacalli non doveva tardare a presentarsi, giacchè con il volgere dei giorni e con il proseguimento della marcia verso regioni sempre più sevaggie, più di una volta siamo stati deliziati dai concerti notturni di branchi di felini; tantochè oggi, pienamente soddisfatti, desideriamo che i non troppo simpatici animali girino al largo dei nostri accampamenti e non disturbino, con i loro ululati interminabili, i sonni di questa gioventù, che dopo un mese di vita africana ad emozioni ben più forti di quelle che possono procurare l'incontro con le iene e gli sciacalli, animali innocui quanto rumorosi, sì da esser da noi chiamati gli arditi del popolo.

Sosta a Gurà e visita al villaggio indigeno

Le marce attraverso la nostra Colonia primogenita si sono svolte lungo le strade aperte al più intenso dei traffici dal lavoro degli oeprai italiani, pionieri di civiltà, di progresso, ed assertori di italianità. Chilometri e chilometri sono stati percorsi dalle colonne dei militi, marcianti in formazione di guerra e nell'ordine più perfetto.
La fatica, che talvolta si faceva sentire nelle più forti Camicie nere, curve sotto il peso dello zaino, era subito vinta. "Zaino a terra", dieci minuti di riposo, un sorso d'acqua, una sigaretta e l'antidoto meraviglioso di un canto sgorgante spontaneo da centinaia di petti, cancellavano ogni segno di stanchezza e davano a tutti la forza per proseguire verso il posto di tappa, ove attendevano, già schierate in maniera impeccabile, le fumanti marmitte del rancio, i bidoni del vino e le casse dei viveri di conforto e dei tabacchi.
Appena messo a posto lo stomaco, sotto con tutta lena alla costruzione della tenda. Tempo dieci minuti e già le piccole casette di tela impermeabile avevano cambiato aspetto ai luoghi, facendo sorgere villaggi sterminati ove poco prima erano solo roccie, alberi e prati erbosi.
Una giornata, talvolta due, di riposo, e poi, olte le tende con la stessa celerità con la quale erano state piantate, la marcia proseguiva, senza che nessuno desse segno di rimpianto per la comodità, seppur relativa, lasciata ai posti di tappa.
Quello del rimpianto è un sentiento che le Camicie nere non conoscono, perchè non si può mai rimpiangere ciò che si lascia dietro di noi, quando la meta da raggiungere è davanti a chi marcia. E con lo stesso spirito di ieri, di oggi e di sempre, la marcia delle Legioni proseguirà fino al raggiungimento della meta gloriosa, che il Duce ha segnata.
A Gurà, dove siamo fermi tuttora, la Divisione si ricompose e così tutti i senesi si trovarono ancora una volta riuniti. Riuniti materialmente, giacchè moralmente e spiritualmente non si erano mai divisi.
L'armonia e il buon accordo che regnano fra noi sono quanto di più perfetto si possa designare. I senesi formano una famiglia, o per esser più precisi tante famiglie dello stesso forte e rigoglioso ceppo.
L'allegria domina sempre sia durante le esercitazioni che durante i "festini", che quasi giornalmente vengono imbanditi in questo o quell'accampamento. Festini che richiamano sempre un buon numero di camerati intorno alle mense improvvisate all'ombra delle piante tropicali.
L'armonia ed il buon accordo sono talvolta turbati dalle discussioni e dagli inevitabili contrasti, che su determinati argomenti sorgono tra ocaioli e torraioli, tra tartuchini e chiocciolini, tra nicchiaioli e brucaioli, tra colligiani e poggibonsesi, tra quelli di Buonconvento e quelli di Montalcino e tra un sangimignanese, dalla parola poco sciolta causa la balbuzie, ma dallo spirito tanto pronto e mordace, e tutta una schiera di bravi ragazzi di Casole e Mensano, uniti, questi ultimi, contro il figlio della città delle belle torri, che da solo, e malgrado la balbuzie, da' sempre filo da torcere agi avversari quando si tratta di vantare o difendere la sua S.Gimignano.
Ma contrasti e discussioni si mantengono sempre nel campo della più schietta amicizia e terminano inevitabilmente in una bevuta collettiva e in una delle solite cantate, tanto care a tutti i senesi, che con il canto si sentono riavvicinati alla Patria e alla casa, lontane quanto possono esserlo, ma sempre vicine ai nostri cuori.

Dino Corsi


Il Telegrafo del 25 settembre 1935
Con i legionari senesi attraverso l'altipiano eritreo

Colonia Eritrea, settembre
Massaua, di notte, così come l'abbiamo veduta noi, nell'attraversarla subito dopo lo sbarco, è una fantasia di bianco e di nero.
Candidi palazzi e villette macchiano di un nitido biancore le tenebre della notte africana, ombre stranamente bianche portano sprazzi nivei nelle tenebre delle strade e dei vicoli che dal centro convergono al porto. Tutti gli abitanti di Massaua, indigeni e nazionali, sia militari che civili hanno nel bianco il colore preferito. E così i lunghi barracani degli indigeni, i manti svolazzanti delle nere e le eleganti ed affilate uniformi degli ascari e dei "dubat" si confondono e, particolarmente la notte, formano tutto un insieme con le rare toelette femminili di foggia europea e con i corti calzoncini e le leggere magliette indossate da tutti indistintamente gli italiani.
Anche le lampade elettriche, particolarmente numerose nei pressi del porto, spandono una luce così chiara, che riflettendosi sul verde delle rare palme, ne attenua il colore e rende anche queste intonate al bianco-nero del'ambiente. Ma con le prime luci dell'alba e con il quasi improvviso sorgere del sole, tutto cambia. E come d'incanto la città assume un aspetto nuovo e tutti i colori dell'iride si frammischiano l'uno all'altro e fanno apparire Massaua come la tavolozza di un pittore.
Della notte da poco dileguatasi rimane però una traccia: i volti, le mani e i piedi degli indigeni, macchie nere su sfondi biancastri, fanno nuovamente pensare alla resa e alla tricolore fantasia della notte.

Prima giornata in terra d'Africa

Abbiamo sostato circa ventiquattro ore nell'accontonamento militare, grande paese di modernissime baracche sorto da alcuni mesi sulle aride sabbie della costa eritrea, a pochi chilometri da Massaua.
Una giornata intera di riposo impiegata nei modi più vari, non ultimo quello di spendere molte ore per dedicarsi alla scoperta del colore locale e, conseguentemente, avvicinare gli indigeni, intrattenersi con essi e di essi tutto voler conoscere, per quell'innato senso di curiosità e di amore del nuovo che spinge gli uomini, particolarmente i giovani, a cercare il mistero e l'emozione anche dove tutto è straordinariamente normale.
E la curiosità di tutti è stata pienamente soddisfatta. E tutti, dopo le prime ore di permanenza in terra africana, avevano già tanto da dire e da raccontare. Qualcuno, poi, spintosi fino al villaggio indigeno, che è situato nei pressi dell'accantonamento, ha fatto sfoggio di ninnoli esotici (made in Italy) acquistati a caro prezzo da indigeni, tanto furbi quanto poco dimostrano di esserlo questi figli di Maometto. Uno, un bravo ragazzo di Buonconvento, se ne è tornato trionfante alla baracca brandendo un affilatissimo coltello da caccia acquistato poco prima. Ha mostrato l'arma ad un suo paesano ripetendoci le parole dette dal venditore: avere fabbricato io, avere ucciso due leoni.
- Capito? - ha aggiunto a mo' di commento - Due leoni c'ha ammazzato quel moro, con questo coltello. E l'ha fatto da se, proprio co' le su' mani. - E si è allontanato per mostrare ad altri la rara africanissima arma. Io non ho voluto disingannarlo dicendogli che in fondo alla zaino avevo un coltello perfettamente simile al suo, acquistato a Siena prima della partenza per sole 10 lire. Lui però ne ha spese venti e si è meritata la piccola soddisfazioncella...
Ma proprio il pomeriggio di quella giornata africana doveva riservare una delusione, forte almeno come quella che proverà il fortunato acquirente del coltello, quando leggerà queste righe.
A sei o sette chilometri dall'accantonamento delle truppe, una piccola oasi, dieci palmizi e pochi cespugli di bambù e fichi d'india, rompe l'uniformità del deserto e macchia di verde il giallastro della sabbia.

Alla ricerca del mistero

Progettata, insieme a due compagni, una visita all'oasi in questione, siamo partiti subito dopo il primo rancio. Moschetto e borraccia a tracolla, abbiamo marciato per due ore circa sulla cocentissima sabbia e, giunti finalmente, sudati e discretamente stanchi, nei pressi di quel verde, meta della nostra ascensione, ci siamo fermati a riprendere fiato.
Uno dei miei camerati...partecipante all'ardita spedizione, facendo tesoro della sua pratica coloniale acquistata nei due anni di permenenza in Libia, ha preso il comando della...colonna e, dopo averci impartito un sacco di raccomandazioni, non ultima quella di caricare il moschetto e tenersi pronti ad ogni sorpresa, si è inoltrato tra il folto del fogliame.
Lentamente, con cautela e circospezione - come se tutte le forze armate del Negus fossero concentrate in quei pochi metri quadrati di terreno - abbiamo seguita la guida. Il silenzio incombeva sull'oasi, ma in noi era ferma la convinzione dell'imminente sorpresa.
Cosa ci attendeva, nessuno dei tre avrebbe potuto dirlo. Forse un leone, forse uno sciacallo, magari una iena. Qualcosa insomma. Mano mano che avanzavamo il fogliame si faceva sempre più folto e la convinzione della sorpresa sempre più forte. Finalmente...Un movimento fra i cespugli ci fa fermare di botto. Qualcosa di vivo si agita dentreo quelle piante di fichi d'india...Il silenzio è rotto dal movimento repentino e simultaneo di tre otturatori. I moschetti sono pronti a far fuoco. Un attimo di attesa e poi l'imprevisto.
Il fogliamo si apre...e un morettino, una piccola e gioiosa statuina color cioccolata, si avvicina a noi e, salutandoci con un sorriso tale da far invidia alla miglior reclame per pasta dentifricia, ci mostra, perfettamente allineate in una rigida cassetta metallica, alcune diecine di bottigliette multicolori e ci fa l'invitante offerta, nel più puro italiano che si sia mai sognato ascoltare: Bibite rinfrescanti, signori. Una lira e cinquanta la bottiglia!
Mortificati, beviamo, paghiamo e torniamo sui nostri passi, senza far motto. E dell'avventura non se ne è più parlato, nemmeno tra noi tre: nemmeno per scherzare.

La marcia

Di buon mattino, una colonna di autocarri ci porta a quella che sarà la prima di una serie di tappe attraverso l'altopiano eritreo.
Percorriamo chilometri e chilometri su strade modernissime, ove cilindratura e bitume permettono di lanciare le macchine a velocità fortissime malgrado la forte pendenza della strada stessa.
Viaggiando in queste regioni attraverso località e villaggi che si ricordano le gesta dei nostri nonni, i forti soldati di ieri che apertisi il varco con le baionette, hanno tracciato con il sangue quel cammino che oggi percorrono le Legioni della Nuova Italia, abbiamo l'agio di ammirare l'opera dei tanti lavoratori italiani - militi dell'Idea Fascista e soldati pure essi, anche se presso di loro il piccone ha le funzioni del moschetto - che in pochi mesi di fatiche hano saputo dare alla nostra colonia primigenia una rete stradale tale da reggere il confronto con quella di qualsiasi altra regione italiana.
Al passaggio degli autocarri, gli operai addetti ai lavori stradali ci salutano sollevando in alto gli strumenti della loro fatica ed inneggiano alla Patria e al Duce. A T... ove giungiamo nel pomeriggio, ci attende la calda e cameratesca accoglienza dei camerati dell'Esercito qui accampati da tempo. Ritroviamo vecchi amici, vecchi compagni d'armi e superiori avuti durante il servizio permanente. Rapido scambiarci di abbracci, di saluti, di impressioni e di notizie. Allegria generale.
Il tempo vola e i tramonti africani sono brevissimi. Bisogna salutare gli amici ed affrettarsi a montare le tende. Fra poco sarà notte. Si dice che qui le iene e gli sciacalli amino spingersi fino agli accampamenti, appena calano le ombre della sera. Dio volesse! Se ciò avvenisse mi sentirei ripagato della delusione subita precedentemente nell'oasi così poco misteriosa.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 11 settembre 1935
Da Port Said a Massaua con i legionari senesi

Port Said, agosto
A Port Said abbiamo preso contatto con l'Africa. Un'Africa tutta diversa da quella che ci si attendeva.
Porto e città hanno una caratteristica tutta europea. Edifici in pieno stile razionalista, lunghe e spaziose strade arterie aperte al traffico più intenso, come possono esserlo solo quelle di poche città in Europa, abitanti di razza bianca nella quasi totalità ed una atmosfera di frequente italianità, creata dalle bandiere tricolori sventolanti ovunque e dall'entusiasmo indescrivibile dei nostri connazionali, ci hanno tenuto per qualche ora di essere soto l'illusione di essere ancora in Patria, di navigare nel mare nostro.
A Port Said, a Suez e lungo il tracciato del Canale, le manifestazioni di entusiasmo si sono succedute senza interruzione. A Port Sai è stato un delirio di italianità. Per ore e ore, la "Leonardo da Vinci" è stata stretta d'assedio da flottiglie di battelli e motoscafi. Tutti gli italiani residenti - e sono miglialia - hanno voluto portare il loro saluto ai fratelli, che dalla Patria lontana vanno verso le inospitali regioni dell'A.O. con una missione di civiltà romana e fascista.
Belle ragazze, belle come lo sono le ragazze italiane, hanno offerto ai militi ogni sorta di doni: dalle sigarette alla penna stilografica, dalla scatola di cioccolatini alla macchinetta per radersi. Molte di queste signorine, delle quali alcune corse al porto dalla vicina spiaggia, indosavano ancora il costume da bagno (lascio considerare il nostro entusiasmo...), si sono disfatte dei loro gioielli per farne omaggio ai militi.
E si sono scambiati indirizzi e fotografie: "Mi scriva!"
"Sicuro, non dubiti! Arrivederci a presto".
"Tenga questo per ricordo!". E giù un bel bacione, lanciato con tutta la forza delle...mani e giunto a destinazione a mezzo del vento.
Tra baci, canti e possenti "A noi!", la nave, dopo varie ore di sosta in porto, ha imboccato il canale che congiunge il Mediterraneo al Mar Rosso. Sventolare di fazzoletti tricolori, arrivederci commossi, fischi di sirene, rombare di motori e canti, canti infiammati di entusiasmo, canti della rinascita nazionale, della guerra e della rivoluzione, si sono alzati possenti dalle acque egiziane verso il cielo d'Africa a dire ancora una volta tutta la forza e la volontà delle legioni di Roma.
Durante la traversata del Canale, nuove manifestazioni di tripudio. Colonne di automobili pavesate di tricolori, lanciate a piena corsa lungo l'autostrada che ai margini del deserto segue la linea delle acque, hanno scortato la nave fino a notte inoltrata e si sono allontanate solo qualndo le condizioni del terreno hanno reso impossibile il proseguire.
Balilla, piccoli cari ragazzi!, ci hanno seguiti per chilometri e chilometri, sudando e sbuffando nello spingere le loro biciclette, dall'alto delle quali, sventolando grandi bandiere bianco rosse e verdi, ci salutavano, mentre le loro chiare voci si univano a quelle sonore dei volontari nel ripetere gli inni della Patria.
Abbiamo vedute famiglie intere di italiani, padre, madre, e tutta una nidiata di figli, schierate lungo i margini del canale, salutare il nostro passaggio con grandi cartelli riproducenti il sembiante del Duce e recanti scritte inneggianti all'Italia e al Fascismo. E mentre il "capoccia" alzava alzava in alto come per dire tutta la sua passione, i piccoli, quasi sempre in divisa dell'Opera Nazionale Balilla, irrigiditi in un attenti impeccabile, stendevano i braccini abbronzati dal sole e salutavano, con il saluto di Roma, i loro fratelli maggiori, mentre dalle loro fresche bocche usciva spontaneo il canto che mai avremmo pensato di udire ai margini del deserto egiziano:
Fischia il sasso
il nome squilla...


Sempre durante la traversata non è mancato il saluto delle pie suore di carità e degli umili francescani. I religiosi italiani, dalle pensiline, dalle finestre e persino dall'alto dei tetti delle loro missioni, hanno detto ai volontari insieme alle benedizioni e alla parola della fede, tutto il loro entusiasmo ed il loro sentimento di italianità. Ed il saluto di queste vedette avanzate della Religione di Cristo è stato ancora una volta quello di Roma.
Il saluto romano, ormai, è da Porto Said a Suez usato da tutti. Mercanti ebrei, battellieri arabi e sudanesi e perfino i cammellieri che abbiam scorti lungo le carovaniere della sponda sinistra del canale, stendevano il braccio al nostro passaggio, con tanta decisione ed energia, come certo non se lo sognano tanti italiani, che quando salutano a malapena portano la mano all'altezza del taschino della giacca.

Tempesta sul Mar Rosso

Dopo Suez, il mar Rosso. Nuovamente cielo e mare per giorni interi.
A bordo la solita vita spensierata. Il cinema e le varie orchestrine continuano a costituire i passatempi per nottambuli. I delfini, gli squali e gli stormi di uccelli marini sono, insieme alle docce a getto continuo, i diversivi diurni.
Salute, appetito, allegria e spensieratezza continuano ad imperaresulla nave della giovinezza. Unico fatto nuovo, il caldo. Dopo Suez il termemetro ha avuto un crescendo impressionante. Il torrido clima africano si è rivelato non insopportabile come usavano affermare i soliti bene informati, ma sempre di intensità rispettabile.
Sarà bene perà dire che l'aumento di temperatura non ha portato nessuna conseguenza dega di nota. Gli unici segni di questa variazione di clima si sono avuti sopra coperta dove le doccie fredde hanno aumentato di numero e di intensità, gli ultimi antinudisti si sono decisi ad abiurare per gettare al vento pantaloni e camicie per restare in calzoncini, e i più sensibili al calore hanno trasportato materasso e lenzuola per godersi il refrigerio delle notti africane.
Ma improvvisamente il refrigerio è venuto per tutti e, a dire il vero, in una forma poco gradita.
Ieri mattina, anzichè dalla solita e sempre noiosa trombetta, fummo svegliati da un insolito rumoreche si ripercuoteva per tutta la nave. La quale nave, poi, aveva un tale movimento ondulatorio, molto dissimile da quello che normalmente ci culla.
Un forte vento di Nord-Ovest, proveniente dalle coste dell'Asir, agitava le onde, le quali a loro volta investivano la nave, facendole ballare una "rumba", dapprima lenta e cadenzata e poi frenetica e con un ritmo tanto indiavolato che molti furono coloro che in questa circostanzasi rivelarono avversi al ballo e molto amanti delle cuccette, unico antidoto contro quel benedetto male. Le onde, questa volta più capricciose del solito, i presero la libertà di invadere il ponte, forse per ammirare da vicino e dall'alto quella maschia gioventù, per tanti giorni ammirata dal basso del loro letto. Il ballo continuò per un pezzo, tantochè all'ora di pranzo, unica volta in dieci giorni di navigazione, furono molti coloro che di fronte al dilemma di saltare il pasto...o di restituirlo ai pesci, preferirono restare in cuccetta e, una volta tanto, digiunare.
Nel pomeriggio - tutto ha fine - le onde ormai sazie si calmarono ed a bordo ripresa la vita normale.
Sole traccie della tempesta: l'aria refrigerata, qualche faccia palliduccia anzichenò e dei rifiuti...d'eccezione sparsi negli angoli più reconditi della nave, prontamente fatti scomparire dal personale di bordo.
A sera, tutto dimenticato. Cine, musica, canti...e razioni di vitto supplementari in barba al mare, alle onde e ai loro capricci.

Massaua, agosto

Finalmente ci siamo! Ancorati al largo del porto di Massaua, attendiamo il momento dello sbarco. Tra poche ore metteremo nuovamente piede sulla terraferma e, ciò che più conta, in quella terra italiana d'Africa, che tanto abbiamo desiderato calcare.
Dopo la tempesta di ieri la navigazione è proceduta nel più regolare dei modi. Attraverso l'arcipelago delle Daa Jac, prima, costeggiando il litorale eritreo, poi, ci siamo avvicinati alla meta.
Massaua, con tutto il biancheggiare delle sue caratteristiche costruzioni, ed il verdeggiare delle palme, è apparsa ai nostri occhi come una visione d'incanto, tutta colorata dalle luci del fantasioso tramonto africano che le fa da cornice nel momento in cui si presenta ai nostri occhi.
Il piroscafo ha già gettate le ancora e si è immobilizzato nelle placide acque del porto.
Sui due ponti di proravia e di poppavia, in coperta e in ogni dove di apre un qualsiasi spazio, che possa servire da osservatorio, i militi, incuranti del calore, si affollano per vedere, per ammirare.
L'attesa si fa sempre più ansiosa, tutti vorrebbero essere già a terra, ma nessuno si allontana dal proprio posto di osservazione, conquistato a forza di gomiti, nessuno si stanca di guardare la città vicina e l'andirivieni dei barconi e dei rimorchiatori in quel porto, ieri pressochè ignoto, oggi noto in tutto il mondo mercè la ferrea volontà di Colui che guida l'Idea.
Stanco di essere sballottato a destra e a sinistra, mi allontano dal parapetto sella nave e mi dirigo al centro del ponte.
Seduto sotto gi alberi della gru, scorgo un compagno della mia sezione, con il quale ho vissuto in comune durante i quattro mesi del campo.
E' uno di quei senesi, non troppo dissimili da me del resto, che hanno il Palio e le Contrade nel sangue , in ogni mese dell'anno, in ogni parte del mondo si trovano. Vedendolo solo e pensieroso, lo interrogo: A cosa pensi?
- A Siena. Lo rivedremo il Palio?
- Anche a occhio! E non vorresti rivederlo? L'anno venturo, subito. Se non di luglio, almeno di agosto.
Lui rimane un pò sopra pensiero e poi:
- Dove rimane Siena?
- Là - stendo il braccio verso Nord. Rimaniamo entrambi immobili, con lo sguardo fisso all'orizzonte, nella contemplazione di un punto immaginario. Un punto che lentamente sembra prendere consistenza e si ampli smisuratamente, tanto smisuratamente da divenire una città, una bella città con una torre che tocca il cielo, con una grande chiesa tutta di marmo bianco e nero.
La campana della nave, squillando nel segnale di adunata, ci richiama alla realtà delle cose. Mi scuoto, riprendo padronanza dei miei nervi, rivolto nuovamente al compagno, rispondo: "La c'è Siena, ma laggiù c'è l'Abissinia".
- "Già, mi risponde, l'Abissinia".
Rimane un istante pensieroso, e poi conclude:
- Intanto sarà bene vedere quella. Di Palii se n'è visti tanti.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 30 agosto 1935
Navigando verso Sud

In navigazione, agosto
Da quattro giorni la "leonardo da Vinci" naviga verso l'Africa Orientale con a bordo un carico di giovinezza e di entusiasmo. Quattro giorni tra mare e cielo, con i soli diversivi del passaggio dello Stretto di Messina e della visione meravigliosa delle brulle e pittoresche scogliere dell'isola di Candia, sono serviti a mettere ancora una volta in evidenza l'alto spirito e la fede che animano le balde centurie dei legionari, pronte a tutto osare agli ordini del Duce e per la grandezza dell'Italia Imperiale.
Oltre un migliaio di volontari di tutte le età e di tutte le condizioni sociali popolano la nave che porta il nome di un grande genio della stirpe nostra. Mille cuori italiani pulsanti per una sola fede e frementi tutti dal desiderio indomabile di lotta e di conquista!
I senesi sono una moltitudine. La Provincia nostra è numericamente la meglio rappresentata a bordo. Montanari e minatori dell'Amiata, forti agricoltori della Val d'Arbia, operai della Val d'Elsa, "senesi di Siena" e di tutti i paesi della Provincia, portano sui ponti, nella stiva, nelle cabine, in tutta la nave insomma, una nota così viva di spirito nostrano che par proprio di trovarsi in famiglia. Una gran bella famiglia! E tutti maschi! - usa dire sorridendo un lungo ed occhialuto studente senese, ormai noto a bordo, come lo era a Siena, nei paraggi del Caffè Greco.
Oltre a prevalere nettamente nel numero, i senesi non sono secondi a nessuno come morale; la stessa fede, lo stesso entusiasmo e lo stesso menefreghismo del giorno della partenza da Siena. A ciò deve aggiungersi un vivo senso di spensieratezza, di sana allegria ed una salute di ferro che distingue tutti i nati all'ombra della Torre del Mangia e paraggi limitrofi.
Dover passare in rivista uno per uno tutti questi ragazzi (ragazzi...dai venti ai cinquant'anni) sarebbe un compito quanto mai arduo e del resto inutile, giacchè come le età diverse e le diverse condizioni sociali, anche i caratteri ed i temperamenti più svariati si confondono tra loro per dare vita ad un unico tipo: quello del volontario.
Non mancano le figure caratteristiche, le "macchiette" tipiche del nostro popolo strapaesano. Ogni paese, ogni borgata e si può dire ogni contrada di Siena, ha il suo "tipo" più o meno comico, più o meno spassono, ma sempre dotato di quello spirito sano e spontaneo che è innato nei nostri popolani.
Uno, tra tanti, merita due righe a parte. E' del Bozzone: combattente della Grande Guerra, ha lasciato ancora una volta la vanga per tornare ad abbracciare il moschetto...e a divertire i suoi camerati. Piccolo, tutto "voce e piume", il nostro Chicche (e chi non lo conosce fuori Porta Ovile?) è lo spasso della compagnia, ufficiali compresi. Ama usare un frasario tutto suo proprio, spiritoso quanto pittoresco. I suoi modi di dire e le sue uscite sono celebri a bordo. Giorni fa un ufficiale gli domanda:
- Ti piace il mare?
- Tanto. Però c'è troppa acqua.
- Cosa vorresti ci fosse?
- Vino...O per lo meno acquarello.
E visto il superiore sorridere della sua risposta, aggiunse: Però, se fosse vino, un vorrei un mare tanto grande, mi accontenterei di un "marino"...di du' litri.
L'ufficiale, divertito, offrì a Chicche un mezzo litro e fece per allontanarsi, dopo avergli augurato buon appetito. E Chicche, educatamente: Grazie. Altrimenti.
- Come?...Altrimenti?


La vita a bordo

Mi piace soffermarmi a parlare un pò a lungo della vita di bordo perchè ho la certezza di fare cosa grata a quelle mamme, spose e fidanzate che leggeranno queste righe. Nessuna preoccupazione, buone donne, per i vostri cari. La traversata, questo pensiero che vi ha assillato per mesi e mesi, si avvia ormai verso la conclusione. COnclusione lieta e felice come non poteva oramai essere altrimenti.
Dire di quelle che sono le nostre giornate mentre navighiamo alla volta dell'Africa, sarebbe dare la stura ad una serie infinita di aggettivi: uno più bello dell'altro. Poche parole possono servire a dire tutto ciò che pensiamo di questa vita a tutti nuova: un sogno! Un sogno tanto bello che vorremmo prolungato all'infinito, se d'altro canto non ne desiderassimo la fine: quella fine che dovrà essere inizio di una nuova realtà, tante e tante volte sognata: lo sbarco, l'Africa, la guerra!
Il sogno finirà dunque presto, ma della traversata rimarrà traccia indelebile nella mente di ognuno di noi.
Passeranno gli anni, ma sempre sarà vivo il ricordo di questi giorni, di queste ore che viviamo tra cielo e mare.
Non so come viaggiavano le truppe una volta. Oggi, posso affermare che si viaggia uso crociera di piacere. Tutte le comodità sono a disposizione dei militi; dalle comode e spaziose cabine alle doccie refrigeranti; da una cucina varia ed appetitosa ad un perfetto servizio di buffet.
Le giornate volano, tutte uguali e pure tanto varie l'una dall'altra.
Alle sette del mattino, sveglia; alle 7,15, colazione: caffè e latte e pane; alle 8, adunata sul ponte e sulle passeggiate: conversazioni, supplementi...di colazione e passatempi varii; dalle 9 alle 10 doccie di acqua di mare a poppa e a prua; dalle 10 alle 11, ginnastica; alle 11 in punto la campana di bordo chiama a raccolta per il pranzo: pasta asciutta, piatto di carne con contorno, pane e vino; da mezzogiorno alle 15, riposo: se si vuole non troppo meritato.
Nel pomeriggio libertà completa con programma a piacere: passeggiata nella stiva alla scoperta di cose sempre nuove, lettura in apposite salette, "interminabili scoponi scientifici", canti e quanto meglio aggrada, secondo i gusti e le abitudini. Alle 17,30 la campana (benedetta campana!) chiama nuovamente a raccolta per la cena, cena che differisce dal pranzo solo per la bevanda; il vino è sostituito da un'ottima tazza di caffè. Saziato l'appetito che non è...mai poco, tutti in libera uscita, libera relativamente, come si può ben comprendere, dati i naturali ostaoli che impadiscono gli squagliamenti immancabili a terra, ma impossibili a bordo, dove, anche senza le vigili ronde, nessuno, nemmeno il più esperto nuotatore, è preso dalla voglia di una scappata fuori ordinanza.
Intanto le ombre della sera sono scese e la cittadina navigante si anima della vita notturna: cinema a poppa (tutte le sere nuovo programma) e concerto a prua. Qua e là, poi, in una saletta o lungo qualche corsia, le esibizioni individuali dei "solisti", tra i quali, sempre immancabili, il pensoso violista e l'esuberante canzonettista napoletano.
Chi ama il silenzio e la contemplazione, trova sempre un angolo solitario da dove iniziare lo spettacolo sempre nuovo del mare e delle frotte di delfini, che particolarmente durante la notte, seguono la scia della nave.
Tutti hanno così modo di trovare le ore piccole, salvo che le onde capricciose non si prendano il bel gusto di aggiungere qualche balletto agli altri divertimenti notturni. In tal caso la nave si fa silenziosa: i ponti e le passeggiate si spopolano e le porte delle cabine si aprono per far largo ai non troppo esperti naviganti ansiosi di sdraiarsi nelle cuccette per sfuggire a quel mare che esige...il contributo da ogni novizio del mare.

La marcia del Palio

Fortunatamente le onde sono femmine e, salvo rare eccezioni, sono tutte prese dal fascino che emana questa bella gioventù, tantochè, intente ad ammirare i fieri militi che vanno e vengono lungo il piroscafo, si dimenticano di fare le capricciose e se ne stanno calme e placide a farsi ammirare dai sognatori.
Più o meno, a bordo, tutti sono sognatori. Ho già detto che la vita stessa che qui conduciamo è un sogno, reale quanto si vuole, ma sempre sogno.
Un canto, una canzone, una mandolinata fanno sognare la Patria ormai lontana, la casa, la mamma...
Poche ore fa, era già notte fatta, me ne stavo seduto, insieme a tre o quattro amici di Siena, sul parapetto di tribordo, parlando di sport. Da più di un'ora un grammofono ci martorizzava le orecchie con il continuo ripetere di due o tre motivi di canzonette un tempo popolari.
Stufi, visto che l'antipatico strumento non si decideva a tacere, eravamo già disposti a fare una piccola spedizione punitiva verso la cabina di un nostro concittadino, proprietario del grammofono, quando la musica taceva per riprendere poi con nuove note: Pip-pa-pa-pa...la Marcia del Palio!
Siamo rimasti muti e immobili. Una intensa emozione, pari a quella che si prova quando i cavalli vanno alla Mossa, ci ha mozzato il respiro. Alcuni attimi di silenzio e poi ci siamo scossi: le note della marcia accompagnavano ora i versi di un noto poeta senese:
Squilli la fe'
si armi e vinca l'onore..."


Le nostre voci si sono unite a quelle gracidanti del grammofono, e mi un coro potente si è levato sul mare:

Squilli la fe'...

E la fede squilla, fede nuova, ma pura, eroica; la fede che anima i figli della Nuova Italia, tra i quali i senesi si vantano di essere i migliori, come del resto lo esigono un passato ed una tradizione di gloria.

Dino Corsi

Il Telegrafo del 12 luglio 1935
Ultime ore di attesa in vista dell'imbarco

Sora, luglio
Finalmente sta per giungere il giorno tanto atteso. L'imbaco della I Divisione CC.NN. "23 Marzo", composta prevalentemente da volontari toscani, e tra questi numerosissimi senesi, , è imminente. Alcuni reparti hanno già lasciato le tende; e là dove fino a ieri era tutta una distesa di case di tela e di legno, sono rimasti pochi cumuli di paglia e la "piazzola" degli accampamenti, come a ricordare la sosta di tanta bella gioventù, scattata al primo appello del Duce.
Sono partiti i primi reparti alla volta di Napoli: le Camicie nerehanno attraversato cantando paesi e borgate; in tutti era la gioia per l'imminente imbarco e l'orgoglio di aver superato con fede e con volontà le dure, ma pur tanto necessarie, fatiche di un campo.
Tra giorni nella valle di Liri non risuoneranno più i cori potenti delle legioni e dei Battaglioni. Tutti saranno partiti. Tutti coloro, giovani, e vecchi, che hanno saputo e voluto resistere ai disagi ed alle fatiche, avranno il premio della loro volontà e del loro entusiasmo: l'onore di servire il Duce, la Patria e di portare il tricolore italiano, simbolo di potenza e di civiltà, a sventolare vittorioso sotto il sole africano.

Esempio di fede

Partiranno anche coloro che potevano tornarsene a casa, se lo avessero voluto, ma che hanno preferito invece serrare i denti, soffrire in silenzio e chiedere ai loro corpi - nè troppo forti, nè tropo sani - lo sforzo massimo, al fine di nascondere una malattia, una imperfezione fisica, e non essere da meno dei loro compagni pieni di forza ed esuberanti di salute.
Tra questi volontari - esempio di fede per tutti gli italiani - vi è un senese. Fascista della vigilia, legionario di Roma a soli 16 anni, è partito da Siena pieno di entusiasmo e con negli occhi la visione dell'Africa e della lotta. Nascondendo a tutti il male che lo mina, è stato sempre fra i primi durante le esercitazioni tattiche, e le lunghissime marce; ad esempio di disciplina, di ordine e di fede purissima, ha superato tutte le prove senza mai lamentarsi, fino a quando di fronte ad un grave attacco di febbre, ha dovuto subire - non richiesta, ma impostagli - la visita medica superiore.
Agli Ufficiali del Collegio Medico, che lo dichiaravano inabile, insisteva affermando la propria efficienza fisica e la sua ferma volontà di partire per l'Africa ad ogni costo. Messo di fronte ai pericoli del clima, che forse la sua debole costituzione non avrebbe potuto superare, rispondeva che era pronto a tutto, anche a morire, ma che non sarebbe tornato a casa per nessuna ragione. Le sue insistenze, il suo alto spirito di sacrificio e la sua volontà furono premiati. Fu riconosciuto idoneo e proposto per una lunga licenza di convalescenza. Rinunziò alla licenza e chiese un breve permesso di pochi giorni per recarsi a Siena per vedere il Palio.
Un ufficiale, meravigliato, gli domandò come si potesse accontentare di un sì breve periodo di riposo; ridendo, il ragazzo gli rispose: "Per rimettermi il salute, fanno meglio tre giorni a Siena, con la terra in Piazza, che tre giorni a San Remo! E se per combinazione - aggiunse - vincesse la "Pantera", tornerei più forte di Carnera!"
La Pantera non ha vinto, ma il nostro caro camerata è tornato a noi, al campo, al lavoro, più forte, più ardente di fede, più entusiasta di prima.
E, domani, pure lui si imbarcherà con i compagni di ieri e di oggi, con i concittadini e contradaioli; e durante la traversata, racconterà per la centesima volta le fasi dell'ultimo Palio, dicendoci come e perchè la Pantera non abbia vinto e concluderà, come sempre: "Ma, se Dio ci assiste, d'agosto col "Grattapassere"..."
D'agosto saremo "laggiù" e, forse, non ci giungerà nemmeno l'eco della nostra Festa, come ci è giunto in questo luglio attraverso le onde della radio e le calorose narrazioni dei pochi nostri camerati, presenti alla Giostra.

Senesi senza radio

Giorni tristi e melanconici, per le Camicie nere senesi, quelli della passione contradaiola. Sognavano le Contrade, Siena, e la Piazza ad occhi aperti. Le discussioni, tra noi, avevano un unico tema: il Palio.
Palio, Palio e soltanto Palio. Tutto il restante, oserei dire anche l'Africa, era dimenticato.
"Nicchio", "Torre", "Civetta", "Lupa", Istrice", "Pantera", "Bubbolo", il "Morino", "Ganascia", "Tripolino", "Meloni", "S.Martino", "Casato", "la Cappella", "la Mossa"; i "nerbi", le bandiere, i tamburi...un turbinare di nomi, di ricordi che faceva sentire più forte la nostalgia della nostra Siena, più bella quanto più lontana.
Bisognava far qualcosa per vincere il tormento. Qualcuno prese l'iniziativa. La sera del 30 giugno un portaordini eccezionale fece il giro dei vari campi: da Quaglieri a Isola Liri, da Sora alla Selva, a Susa, S.Domenico e al Cancello si sparse l'ordine di adunata. La sera del 2 luglio tutti a Sora, alla sede del Dopolavoro, per l'audizione radiofonica della trasmissione...che era e rimase un puro sogno.
Delusione in tutti, quando un digirente del Dopolavoro, che gentilmente ci aveva ospitati, comunicò che la tanto attesa trasmissione non si sarebbe effettuata e che soltanto con il "giornale-radio" delle 23 si srebbe conosciuto l'esito della corsa. Qualche mormorio sommesso, l'immancabile "moccolo" di prammatica in simili circostanze e poi, mesti e a capo chino, i "pazzi di Siena" sgombrano la sala e via verso gli accampamenti.
Non tutti però se ne andarono. Una ventina; le "cariche speciali" con "permesso permanente" ed un gruppo di audaci, disposti a buscare dieci giorni di rigore pur di sapere "chi ha vinto" rimasero e pazientemente attesero.
Attesero discutendo e, tanto per essere in carattere, bevendo diversi e svariati fiaschi di "Chianti" originale, apparsi come per miracolo la sera della Festa. Via via che le ore passavano, le discussioni si accaloravano sempre più. Le Contrade che correvano erano tutte rappresentate. Particolarmente tra Nicchiaioli, Istriciaioli e Lupaioli si discuteva animatamente, giacchè nessuno voleva ammettere l'eventualità del "purgante" per sè e per la contrada del cuore.
Alle 23 in punto il "giornale-radio", le notizie di cronaca, più o meno interessanti...passano inoservate...Roma...Parigi...Vienna...Berlino...Londra...Siena...oh!
- Silenzio! State zitti! - un attimo, poi un grido solo, qua di gioia, là di rabbia: Lupa!
I due Lupaioli presenti, trasfigurati dalla contentezza, diedero fiato alle ugole: "Si sa che un lo volete..."
Ma non finirono lo stornello. Furono sopraffatti dalla massa. Un canto forte, bello, entusiasta, si levò:
" Viva la nostra Siena
la Torre, la Cappella
Evviva Siena bella"


Per le vie di Sora il gruppetto dei militi si allontanava cantando la bellezza e la gloria di Siena, quando un ciclista del Quartier Generale portò la lieta notizia: si parte!
- Quando?
- Presto!
- Prima del 15 ci imbarcheremo!
- Bene! Bravo! Finalmente! Se Dio vuole!
E un canto più bello, il canto di tutte le battaglie e di tutte le vittorie, si levò dalla pattuglia dei senesi, non più campanilisti, non più contradaioli, ma tornati fascisti e soldati al solo avviso dell'imbarco:
Mamma non piangere
se c'è l'avanzata...



Dino Corsi

Il Telegrafo del 24 maggio 1935
Giornate di attesa nell'accampamento di Quaglieri

Dino Corsi, il giovane autore di applaudite commedie senesi, di racconti e novelle sul "Palio" apparse sul nostro giornale, arruolatosi volontario con la Camicie Nere di Siena per l'Africa Orientale ci manda da Sora una vibrante corrispondenza alla quale faranno seguito altre, dall'Italia e dall'Africa che saremo ben lieti di offrire ai nostri lettori.



Sora, maggio
Da venti giorni siamo accampati sulle pendici del monte Quaglieri, sito nella Regione del Liri. Ventitre giorni sono trascorsi dalla nostra partenza da Siena ed è sempre vivo in noi il ricordo di ciò che la nostra città, sempre gentile e prodiga di entusiasmo, ha fatto per i suoi figli che, animati da un puro sentimento di italianità e di fede fascista, lsciarono casa e famiglie per rispondere all'appello del Duce, offrendo la loro forza, la loro giovinezza e la loro vita per la grandezza di quella Grande Madre che è la Patria.
Rivediamo ancora la folla, quella folla senese che sa dare, in ogni circostanza, la dimostrazione del suo entusiasmo e della sua fede, fare ala alle centurie dei legionari, volontari di una grande causa, espressione purissima della nuova Italia.
Le nostre orecchie risuonano dei gridi e dei saluti di tutta la cittadinanza, mentre sulle nostre guancie sembrano ancora affiorare le impronte dei baci fraterni ricevuti, in un amplesso così amorevole che non potremo mai dimenticare, dai Balilla, dai Giovani Fascisti e, più graditi degli altri, dalle Giovani Italiane.
Sotto le tende che ci fanno da asilo, sono stretti in un unico fascio mazzi di garofani ormai appassiti, fazzoletti azzurri e rosso-gialli, ricordo inobliabile di quella manifestazione che Siena, con tutta la grandezza del suo inarrivabile amore, improvvisò alle Camicie nere partenti per il Continente Nero.
Ed a Siena, in questa ansiosa vigilia, vanno i nostri pensieri, mentre tutti i nostri sguardi sono volti all'orizzonte, con la segreta speranza di veder balenare, tra le nubi, il miraggio divino delle cuspidi del Duomo, della Torre del Mangia, delle cento torri senesi e le merlature e le trifore dei palazzi che dicono di un passato di gloria, che narrano le gesta di innumerevoli eroi, dei quali gli odierni legionari sono figli non degeneri.

La vita al campo

Tutto un versante di monte è coperto di tende, dando vita ad una tendopoli immensa quanto è vasto l'entusiasmo e la fede dei militi accampati. entusiasmo e fede che sono in continuo crescendo, giacchè le asperità e le durezze della nuova vita alla quale le Camicie nere si sono volontariamente assoggettate, non fanno che rinfrancare lo spirito e la volontà di tutti i militi qui convenuti.
La vita al campo, per chi sa apprezzare tutte le sfumature, è bella più di ogni altra, particolarmente se si considera come una scuola preparatoria alle fatiche che ci attendono domani oltremare.
Tutti, dal più giovane tra i giovani fascisti al più vecchio degli ex- combattenti - e sono molti i giovanissimi ed innumerevoli i veterani del Piave, del Grappa, del Carso e del Montello - si sono adattati alle esigenze della nuova esistenza. Così, come la trombetta ha preso il posto della noiosissima sveglia o della inconfondibile voce della mamma adorata, la gavetta e la pagnotta hanno sostituito i più o meno modesti o i più o meno lauti pranzi, che le mani delle nostre donne erano use apparecchiarci nella vita borghese. I morbidi leti e le soffici coltri sono stati surrogati da pagliericci e coperte, mentre i teli da tenda hanno preso il posto delle domestiche pareti.
Tutto ciò semnza ombra di rammarico o di rimpianto. Tutti i Militi, consci della bellezza e grandezza del compito loro affidato, sopportano i disagi non lievi di un campo gravoso, perchè consapevoli dell'utilità di questo allenamento ai disagi ed alle fatiche. Allenamento i di cui frutti si potranno vedere un giorno, quando cioè le Divisioni CC.NN. dovranno, prime fra i primi, affrontare tutte le insidie del clima africano e le fatiche di una eventuale guerra.
La vita al campo si inizia alle 5.30 con la sveglia. Volar di coperte, rumore di ferramenta, grida di graduati, qualche "moccolo" in sordina e poi la corsa verso le cucine per la distribuzione del caffè. La razione è sorbitaa in un attimo. Breve sosta per la pulizia e l'assestamento delle camere (perdono!), delle tende, e poi la tromba chiama all'adunata.
Adunata! Adunata! Il campo è in subbuglio. Chi non conoscesse i segreti della vita militare e giungesse in un campo al momento di una adunata, potrebbe pensare di essere capitato in un Ospedale di pazi: uomini che corono in tutte le direzioni, coperte e giacchette che volano all'aria, grida ovunque, confusione apparente. Invece nel breve termine di due o tre minuti, tutto è calmo, e dicei, cento, mille uomini inquadrati danno una evidente prova di prontezza, obbedienza e disciplina.
L'adunata è fatta. Zaino in spalla. I militi, le centurie, i battaglioni, la Legione tutta, sfilano in perfetto ordine per le mulattiere. Scendono a valle per risalire poi a monte, verso le
cime ancora candide di neve. E vanno avanti senza ombra di stanchezza, accompagnandosi con tutte le canzoni della Guerra e della Rivoluzione. Se, talvolta, il tempo, sempre incostante in questa Regione, gratica i reparti che operano a valle o a mnte di docce naturali e non gradite, l'entusiasmo dei militi non si fiacca. Più forti salgono verso il cielo i canti della fede, come una sfida agli elementi.
Tornando talvolta dalle esercitazioni sotto veri torrenti d'acqua e tra il lampeggiare dei fulmini, vediamo, lungo le vie delle borgate e dei paesi che attraversiamo, confuse tra la folla che saluta il nostro passaggio, spose e ragazze che, vedendoci curvi sotto il peso dello zaino e grondanti di pioggia, non sanno trattenere le lacrime. Forse sono le madri, le mogli, le fidanzete di altrettanti volontar, e non possono nascondere la loro pena per ciò che credono nmostra sofferenza. e non sanno queste pur tanto brave donne italiane, che i volontari sopportano tutto e se ne "fregano" delle intemperie e delle fatiche. Come domani, seguendo le tradizioni dello squadrismo eroico, se ne fregheranno della morte, se questa sarà necessaria.
E cantando rientriamo all'accampamento. Zaino a terra, via i panni bagnati, gavette alla mano e nuovamente a corsa verso le cucine, chè la tromba ha già fatto sentire l'invitante richiamo: "La zuppa l'è cotta". L'appetito non manca a nessuno. Tutti, giovani e vecchi, ricchi e poveri, si "abbuffano" e divorano la saporosa ed abbondante razione.
Una corsa allo spaccio militare - che nulla manca al campo, nemmeno l'invitante cantina - un quartuccio di quel buono, che, particolarmente per noi senesi, si raddoppia e si triplica, e poi il riposo in tenda.
Alle 15 nuovamente adunata per istruzioni interne...sotto le quercie e gli olmi: alle 17 secondo rancio ed alle 18 (chi ha le scarpe lucide può sortire) libertà fino alle 21. Tre ore di libertà, tre ore da dedicare alle cose più svariate: scrivere alla famiglia, recarsi al vicino paese, andare in cerca di qualche bella fanciulla (da ammirare soltanto, purtroppo!) e cantare!
Il canto (e chi scrive è stonato quanto più si può esserlo) è una delle nostre grandi soddisfazioni.
La canzoni patriottiche e fasciste ci fanno fremere di entusiasmo, di desiderio di lotta e ci portano con il pensiero a quello che un giorno sarà il nostro campo d'azione. I cori popolari ci riportano con la mente alla nostra città; alle case, alle mogli, alle donne adorate.
Ma un nuovo squillo di tromba, lento e suggestivo, fa d'incanto tacere tutti i cuori e in un attimo si fa nel campo un silenzio assoluto, precursore di quel riposo che tutti si sono meritato.

La tenda n. 8 e n. 9

I senesi sono un pò dovunque, per il campo. Ma l'epicentro, diciamo così, dato che ci troviamo in una terra tristemente famosa per i movimenti sismici che i un passato non lontano hanno distrutto interi paesi, dei nati all'ombra del Mangia, che è anche un pò l'epicentro del campo e il punto di ritrovo e di attrazione di quasi tutti i Toscani, sono le tende n. 8 e n. 9. Particolarmente la numero 8, la "tenda premio", è nota in tutta la tendopoli. "Tenda premio" perchè migliore delle altre, si beccò i due scudi di premio messi in campo dal Comando di Legione; attrazione irresistibile per lo spirito e la fede fascista dei suoi occupanti, dati questi che si rivelano in ogni circostanza ed in ogni momento.
Due senesi puro sangue, un "nicchiaiolo" e un "torraiolo" ( per precauzione non parliamo mai di Palio e di Contrade), due colligiani, un poggibonsese (buono anche questo accoppiamento), buonconventini, monteronesi ecc. uniti ad un romagnolo di Forlì, formano una sola famiglia, che, nota oramai con i numeri 8 e 9, che contrassegnano le due tende, è esempio di perfezione, di fede e di disciplina.
E qui convergono tutti i senesi e da qui, piccola colonia senese, si levano seralmente i canti nostri, tutti nostri: i canti di Siena bella e delle campagne senesi.
La Torre del Mangia, il marmoreo Duomo, i più noti monumenti di Siena, le visioni dei paesi che furono un giorno dominio e vanto della Repubblica Senese, adornano, attraverso riproduzioni fotografiche, le pareti di tela delle due tende, e danno ai legionari ivi ospitati la sensazione di essere ancora vicini alla città, al paese, alla famiglia.
Ed un senso di vera nostalgia si diffonde talvolta tra questi figli di Siena, tanto lontani e pure tanto vicini alle città dei sogni. Ma la nostalgia non è rimpianto. L'amore per la terra che ci ha veduto nascere, per i nostri cari e per tutto ciò che la città di S. Caterina sa dare ed insegnare ai suoi figli.
Il rimpianto vero, sincero e sentito da tutti i legionari senesi, come del resto da tutte le Camicie nere volontarie, è quello di essere ancora in Patria, di dover mordere il freno in attesa di una partenza agognata, di dover sognare ancora per un pò l'Africa, la lotta, la vittoria e forse la morte. Perchè i volontari del Duce sono pronti a tutto.
Ma il giorno della partenza si avvicina. E verrà presto. Ed allora diremo addio all'Italia con la stessa fede, entusiasmo e passione come ieri dicemmo addio a Siena nostra.


Dino Corsi

Il Telegrafo del 14 novembre 1935
Incontro con i camerati dei Battaglioni "Diamanti"



Tigrai, ottobre


Dal giorno del nostro sbarco in terra d'Africa avevamo cominciato a sentir parlare con entusiasmo dei battaglioni CC.NN. formanti il "Gruppo Eritreo del Generale Diamanti". Ovunque, al loro passaggio, le formazioni di Milizia sbarcate nei primi del marzo scorso, avevano suscitato manifestazioni di patriottismo e lasciata una profonda impressione di disciplina, di forza, di fierezza, di vonlonta' e di fede.
Le prime camicie nere che erano al contempo i primi soldati inviati dal Duce in difesa delle nostre Colonie e dei nostri sacrosanti diritti, tutti volontari, quasi tutti giovani e moltissimi giovanissimi delle ultime leve, partiti dall'Italia al primo profilarsi della seria minaccia etiopica, furono e sono, ancora e giustamente, considerati il fior fiore delle truppe operanti sul nostro fronte. Rotti a tutte le fatiche, provati ormai da ben otto mesi di vita coloniale, esperimentati con successo nelle prime azioni di guerra, animati da un entusiasmo e da uno spirito combattivo senza pari, i Battaglioni del Generale Diamanti sono, tra le diecine di migliaia di "fiamme nere" delle Divisioni mobilitate, gli arditissimi. In loro, piu' che in ogni altro reparto della Milizia, rivive la tradizione dei gloriosi reparti di assalto della grande guerra. E si rinnovano, in questi ragazzi dalla fede purissima e dal coraggio leonino, l'ardimento dei primi Arditi, il disprezzo che questi avevano per la morte e lo spirito spiccatamente menefreghista delle gloriose squadre di azione.
I gerarchi apprezzano i militi dei quattro battaglioni eritrei, i compagni della Milizia e dell'Esercito li ammirano e li invidiano, i nemici li temono.
Carni abbronzate e divise stinte dal sole, energici e agili garretti e braccia d'acciaio, lingua tagliente come la lama dei loro pugnali, buoni sempre, ma terribili nella lotta, i "volontari del febbraio" sono in Africa l'insegna vivente della razza nostra e l'espressione purissima della nuova generazione, cresciuta all'ombra del Littorio Romano.


10/1935 Reparti di camicie nere del gruppo "Diamanti"


I senesi
Anche qui, come nella "23 Marzo"come nella gia' gloriosa prima di sorgere "Divisione Tevere", anche nei Battaglioni Diamanti, i senesi sono numerosi. Quasi una centuria, composta in prevalenza di giovani fascisti, partiti da Siena nel febbraio. Partirono in silenzio, di notte. Quasi di nascosto. Partirono con nel cuore la sacra fiamma dell'amor patrio, partirono con sulle labbra il nome della mamma e della fidanzata, partirono contenti verso l'avvenire e verso la gloria che non doveva essere lontana.
A loro, che furono i primi a rispodere all'appello del Duce, manco' il saluto di Siena. Quel saluto amorevole, frenetico e commovente che il nostro popolo tributo', in mezzo ad una festa di tricolore e di fiori, ai volontari partiri nell'aprile, manco' a chi piu' di tutti ne era degno. Ma i militi non se ne adombrarono. Compresero che il silenzio era necessario ed in silenzio partirono, forse in cuor loro pensando al ritorno, ad un ritorno in un giorno non troppo lontano, un giorno tutto splendente della limpida luce della vittoria e della conquista.
ricordo e ricordero' sempre l'addio di uno di questi ragazzi. era gia' notte quando venne a trovarmi a casa. Per la prima volta lo vidi in divisa di milite e ne fui sorpreso, dato che lo sapevo ancora giovane fascista. Gliene chiesi la ragione.
- Parto - mi disse. Ed un lampo di gioia e di fierezza brillo' nei suoi occhi. - Vado in Africa, in eritrea...e forse in Abissinia.
- Quando? Quando parti?
- Fra due ore. Al tocco preciso. Dianzi, alle otto, ci hanno vestiti. Da tre ore non sono piu' giovane fascista, sono milite. E volontario per l'Africa Orientale.
- E la tua mamma?
- La mamma non sa. Crede che vada a Roma con il Fascio Giovanile...Pensaci tu, Dino. Tranquillizzala. Lo so di darle un dolore ma bisogna che segua la mia volonta'.
Il Duce ci chiama...
- Parti contento?
- Tanto! - Mi butto' le braccia al collo e fuggi' dopo avermi ripetuto ancora un volta: Pensa a mia mamma! Fa' che non pianga troppo.
Lo vidi allontanarsi su per i Pispini e poi sparire nella notte, Pensai che non avrei piu' potuto rivederlo, ma lo invidiai. E li' per li' mi commossi...come mi sono commosso oggi, quando dopo otto mesi me lo son visto comparire, il caro camerata, davanti alla tenda che mi ospita.
Oggi festeggiavamo la ricorrenza del 28 ottobre. La nostra casa di tela (la nuova tenda dei senesi: un panterino, un nicchiaiolo, due buonconventini, uno staggese e un poggibonsese) era per l'occasione parata a festa: accanto al tricolore della Patria, sventolava la Balzana di Siena e numerosi cartelli con iscrizioni patriottiche ornavano la parte esterna dei teli. Noi, io e i miei...coinquilini, eravamo affancendati intorno ad un fornello improvvisato, tutti intenti alla cottura di due galline, che ci eravamo offerti, tanto per riconoscere la Festa, come si dice a Siena. Perche' non si deve credere che le preoccupazioni della guerra ci distolgano dalle norme del buon vivere. Anche a pochi metri dal nemico si pensa al fuoco della cucina, disposti pero' e sempre pronti a lasciare questo per un fuoco un po' dissimile e molto piu' soddisfacente ed emotivo...Dunque, eravamo tutti presi dalla nostra mansione culinaria, quando mi sento chiamare da una voce nota. Mi alzo', mi volto di scatto e: - Te!?
Non ho aggiunto altro. Un abbraccio ci ha tenuto avvinti per alcuni istanti. Poi la ridda delle domande e delle risposte.
- Sei qui? Da quando?
- Da ora. Siamo in marcia. Eravamo dietro a voi da alcuni giorni. Vi abbiamo raggiunto, prenderemo posizione a vostro fianco.
- E gli altri dove sono?
- Qui vicino. Abbiamo fatto sosta nei pressi del vostro campo. Ma ripartiamo subito. Vieni giu', quei ragazzi ti aspettano, vi aspettano.
Rapidamente, insieme a tanti e tanti camerati, ci dirigiamo verso la valletta dove ha fatto sosta il Gruppo Diamanti. Un brulicare di uomini e di muletti tra il verde della vegetazione, un ronzio confuso di voci...Ma vediamo subito quelli che cerchiamo. Ed essi pure ci vedono. Abbracci, strette di mano e anche qualche lacrima di commozione e di gioia. Credo che anche a dei soldati sia lecito commuoversi nel ritrovare amici cari a 6000 chilometri dalla Patria, dopo otto mesi di separazione e nel mentre il cannone fa sentire la sua voce potente.
Dopo i primi saluti e primi abbracci le conversazioni si intrecciano.
Tutte sullo stessa tema, la Guerra e la Colonia. Loro ci raccontano la vita dei primi giorni d'Africa e dei primi giorni di guerra. Noi pure. E' un seguirsi di narrazioni di fatti e cose serie ed amene, di descizioni, di impressioni e di avventure vissute. Poi, piano piano, quasi automaticamente, i discorsi volgono su Siena. Per una buona mezz'ora non si parla che di Palio (di quei palii che non abbiamo veduti), di contrade, di sport, della mostra dei vini e di tante e tant'altre cose riguardanti la nostra citta'.
Il tempo vola. E la breve sosta del battaglione termina. L'ordine di adunata tronca la discussione. A malincuore ci salutiamo, ma ormai il saluto e' piu' bello perche' in tutti e' la certezza che ben presto ci rivedremo.
I reparti sfilano in ordine perfetto. Passandoci vicino i concittadii ci salutano sancora una volta.
Qualcuno mi grida: Corsi, scrivi che stiamo bene. Scrivi sul giornale che stiamo tutti bene! Le nostre mamme saranno contente!
Si, lo scrivo. Scrivo che state bene fisicamente e moralmente. Che gli otto mesi di Colonia hanno fatto di voi degli uomini che i disagi della guerra non hanno provato e non proveranno i vostri corpi irrobustitisi attraverso la bella vita del soldato. E vorrei che la mia modesta penna fosse tale da poter descrivere tutto cio' che io ho provato rivedendovi cosi' forti, pieni di salute e frementi di entusiasmo. perche' cosi' saprei di far contente le vostre mamme e tutte le mamme italiane che oggi vivino in ansia per i loro figli.

Dino Corsi


nota: grazie al grande lavoro di ricerca e di trascrizione svolto da un grande amico ho la possibilità di inserire nuove corrispondenze da "il Telegrafo" scritte da Dino Corsi......grazie Checco

Il Telegrafo del 14 novembre 1935, "Incontro con i camerati dei battaglioni Diamanti"
Il Telegrafo del 22 novembre 1935, "Laboriose giornate di sosta tra Adua e Macalle' "
Il Telegrafo del 13 dicembre 1935, "Noi e gli indigeni del Tigrai"
Il Telegrafo del 21 dicembre 1935, "Ripresa dell'avanzata al comando di S.A.R. il Duca di Pistoia"
Il Telegrafo del 29 dicembre 1935, "Preludio natalizio sotto il cielo dei Tropici"
Il Telegrafo del 4 gennaio 1936, "Il cimitero di Macalle' "
Il Telegrafo del 5 gennaio 1936, "Ore liete in attesa del combattimento"
Il Telegrafo del 14 gennaio 1936, "Il primo Natale di guerra dei legionari"
Il Telegrafo del 22 gennaio 1936, "Capodanno in armi"
Il Telegrafo del 29 gennaio 1936, "Il pezzo "Rino Daus" ha cantato la sua canzone di guerra"
Il Telegrafo del 30 gennaio 1936, "Lettera di un camerata che torna in Patria"
Il Telegrafo del 5 febbraio 1936, "Scappata fuori ordinanza a Macalle' "


http://www.97legione.siena.it/

1 commento:

  1. E' un piacere collaborare, soprattutto per il fine di far emergere dall'oblio forzato una figura come Dino Corsi, figlio di Siena e di una innegabile epoca storica

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